VITA DA PRATICANTE: QUELLO CHE TI ASPETTI E NON NELLE AULE DI GIUSTIZIA.

Prima o poi ogni studente di Giurisprudenza immagina il primo giorno in Tribunale, a prescindere dalle scelte lavorative per il proprio futuro.

Tutti abbiamo visto almeno una puntata di Law&Order; tutti ci immaginiamo nel nostro bel completo, con una elegante “The Bridge” e una costosa penna “Mont Blanc” nel taschino.

Insomma, ci vediamo al fianco del nostro Dominus, pronti ad assistere all’arringa… non potremmo essere più lontani dalla realtà!

Vi racconto la mia personale esperienza da studentessa/praticante avvocato.

Tribunale Civile di Napoli. Piazza E. Cenni. Centro Direzionale.

L’ingresso

È la prima volta che entro nel tempio della legge! In preda all’emozione mi avvio al terzo piano, quando mi imbatto in una lunga fila di avvocati. “Scusi, cosa state aspettando?” chiedo incuriosita, “Signorì, è la fila per l’ascensore!”
Ore di fila per poter usare un ascensore… non era proprio tra le cose che mi aspettavo quando ho cominciato l’attività forense!

L’udienza

Per quanto il nostro sistema possa tendere ad una trattazione orale, il tutto si limita, nei fatti, ad uno scambio di battute già scritte nel verbale d’udienza, mentre il giudice concede a malapena agli avvocati la possibilità di riassumere le questione prima di disporre il prossimo rinvio.
Addio sogni di gloria! Addio occasione di dar sfogo alle nostre capacità argomentative! Nessuna accorata filippica per convincere il giudice della fondatezza delle nostre ragioni, dunque!

Ma c’è di peggio?

Certo che sì! In realtà sareste già fortunati ad essere avvocati “da tribunale”, perché sorte peggiore spetta a coloro che devono recarsi nel posto in cui lo sconforto raggiunge i massimi livelli: il Giudice di Pace.

In realtà tutti noi possiamo sperimentare facilmente qualcosa di molto analogo ad un’udienza dal Giudice di Pace, basta andare al mercato della frutta nell’ora di punta!

Folle di avvocati, con i fascicoli sottobraccio, che girano per le aule, gridando disinvolti il nome della controparte mentre molti altri chiacchierano allegramente tra di loro; le dichiarazioni testimoniali sono rese al volo al giudice che, al centro di tanto caos riesce a stento a sentire la voce di coloro che sono a pochi metri da lui ed è costretto a battere il pugno sul tavolo come un maestro infuriato che intima il silenzio agli scolari.

Essere avvocato significa destreggiarsi tra innumerevoli adempimenti ed essere costretti ad avventurarsi (soprattutto i praticanti) in questo genere di uffici infernali: tra cancellerie e ufficio notifiche, si finisce per passare più tempo in fila ad aspettare che seduto alla scrivania, a redigere atti.

Sicuramente il sistema giudiziario Italiano non è come quello Americano che ci affascina per il suo essere così “scenografico”. Nel nostro paese ci sono molti avvocati, è inutile negarlo, e questo diventa palese quando si frequentano gli uffici giudiziari. La figura dell’avvocato si è svalutata e non è più quella di una volta; gli stessi clienti non mostrano quella deferenza e ammirazione che prima caratterizzava la classe, e sarebbe auspicabile che l’intero sistema giudiziario subisse alcune modifiche, in modo da favorire il ritorno di una certa dignità alla Professione di Avvocato.

Purtroppo la nostra Università, e le università Italiane in generale, sommergono noi studenti tra i libri, seppellendoci sotto testi, dispense, riassunti e lezioni.
Per carità, la formazione deve essere prima teorica e poi pratica, purché una formazione pratica ci sia poi! Così invece finiamo per essere catapultati senza preparazione nella vita frenetica di un praticante avvocato.

Non rinunciate!

Ma non fraintendetemi, non è mia intenzione scoraggiare nessuno, anzi! posso dirvi che prima di cominciare questo percorso lavorativo non era mia intenzione intraprendere la libera professione, perché la consideravo sterile. Poi, ho capito che nonostante la disorganizzazione degli uffici giudiziari, l’elevato numero di avvocati presenti e le difficoltà economiche che questa attività può dare, è proprio il lavoro che voglio fare, perché nulla batte quella sensazione di “potere” che senti quando capisci di aver “battuto la controparte” trovando il giusto cavillo di rito o di merito. Io, insomma, non ho abbandonato il mio sogno, e invito anche voi a non farlo mai, purché siate consapevoli di cosa vi aspetta!

Author: Maddalena Porciello

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