Violenza contro le donne:una pandemia irrisolta

Articolo di Federica Morena

Che l’emergenza sanitaria da Covid-19, stia dispiegando i suoi molteplici (e inevitabili) effetti sotto forme differenti e talvolta imprevedibili, ormai è sotto gli occhi di tutti.
Ma stavolta, l’analisi che ci accingiamo a sottoporvi è ben lontana da quella proposta quotidianamente sul binomio salute-economia.
In Italia, nei giorni immediatamente successivi all’entrata in vigore del DPCM n.59 dell’ 08/03/2020 (imponente a tutti gli italiani di non uscire di casa se non per gravi esigenze), è saltato alla luce un dato importante: tutte le principali associazioni impegnate per il contrasto alla violenza domestica hanno registrato un calo di contatti: tra l’8 e il 15 marzo, le chiamate al Telefono Rosa 15.22 (il servizio di pubblica utilità promosso dalla presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento per le pari opportunità) si sono dimezzate: 496 contro la 1.104 dello stesso periodo dell’anno precedente.
Cosa è successo?
Sarà stato che il lockdown, allora, abbia fatta ritrovare alle famiglie la calma, la serenità e l’amore reciproco?
In realtà lo scenario che si è mostrato è ben più infausto.
Con il dilagare della pandemia, oltre 4 miliardi di persone ( l’equivalente della metà della popolazione mondiale) sono state obbligate o invitate a restare in casa per contenere la diffusione del Coronavirus e
per molte donne questo si è tradotto inevitabilmente in una convivenza forzata con un marito, un fidanzato o un compagno violento.
Per queste donne “lockdown” significava condividere 24 ore su 24, 7 giorni su 7, spazi familiari con il proprio carnefice; significava essere ancora più isolate da tutti, mentre il proprio spazio personale si assottigliava.
Alla luce di un altro dato rilevante quale quello che, già in condizioni normali, sia solo l’11% delle donne a chiedere aiuto dopo aver subito una violenza, diventa ben comprensibile come con il lockdown (e il carnefice costantemente alle calcagna) questa sia diventata un’impresa ancor più ardua che non ha fatto altro che scoraggiare la già flebile iniziativa di alcune donne.
Certamente non possiamo ritenere che sia stato il lockdown in sé la causa scaturente della violenza, anzi: In non rari casi, si trattava di donne esauste già in procinto di separazione. Per altre, ciò che è cambiato con il coronavirus è stato, in realtà, la riduzione di quelle “ore d’aria” dall’ambiente domestico, generalmente, giustificate, da esigenze lavorative o da incombenze quotidiane.
Senza nemmeno trascurare, però, che l’isolamento sociale, le difficoltà economiche e quelle nel reperire strumenti di prevenzione e protezione abbiano sicuramente giocato la propria parte nell’infiammare gli animi già instabili, aumentando le tensioni e la probabilità che si verificassero eventi di violenza domestica.
In quei mesi, tutto ciò non poteva essere ignorato. Non si poteva permettere che il coronavirus, togliesse anche questo. Si trattava di un problema, che al pari di quelli economici e politici, meritava di essere risolto.
Non sono mancate storie di donne che, in queste situazioni, abbiano trovato una brillante soluzione fai-da-te: ricordiamo, a titolo esemplificativo, la particolare la vicenda di una donna torinese che per far catturare il compagno violento, finse di ordinare una pizza a domicilio digitando, però, il numero dei carabinieri, certa che avrebbero capito.
Eppure non poteva davvero essere lasciato tutto all’ingegno delle vittime. Così, nei primi giorni dopo il lockdown i centri anti-violenza e le associazioni hanno speso le proprie energia per cercare di far circolare le informazioni con modalità diverse, diversificando i canali di comunicazione, aumentando la loro presenza sui social network, attrezzandosi anche via WhatsApp e Messenger.
La Polizia di Stato si è attivata in questo senso aggiornando l’applicazione YouPol, in maniera tale da consentire la segnalazione di reati di violenza domestica, oltre che di bullismo e spaccio di sostanze stupefacenti.
Dal canto suo, anche il ministero per le Pari opportunità e la Federazione dei farmacisti hanno firmato un protocollo per potenziare l’informazione diretta alle potenziali vittime di violenza all’interno delle farmacie.
L’associazione “Staffetta democratica”, invece, ha promosso l’utilizzo di una formula in codice, “mascherina 1522”, da pronunciare in farmacia o in qualsiasi altro presidio sanitario, per segnare di avere bisogno di protezione e far scattare l’intervento delle forze dell’ordine.
Infine, anche WeWorld ha attivato una nuova help line telefonica (800.13.17.24) e un indirizzo e-mail (ascoltodonna@weworld.it), che permettono a tutte le donne in difficoltà di confrontarsi con personale dedicato e competente.
Di conseguenza, circa intorno al 20 Marzo si è potuta registrata una ripresa graduale dei contatti. Il che, se da un lato, può sicuramente essere rincuorante, dall’altro mette in evidenza l’altra faccia della medaglia (quella più oscura): nel periodo compreso tra marzo e giugno 2020, il numero delle chiamate, ricevute dal numero verde 1522, è più che raddoppiato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+119,6%, passando da 6.956 a 15.280), mentre la crescita delle richieste di aiuto tramite chat è quintuplicata (passando da 417 a 2.666 messaggi). Negli 87 giorni di lockdown per l’emergenza coronavirus (9 marzo – 3 giugno 2020) sono stati 58 gli omicidi in ambito familiare-affettivo: 44 vittime erano donne (il 75,9%) e 14 erano uomini. Ciò significa che, durante il lockdown, ogni due giorni una donna è stata uccisa in famiglia. E più in generale, sulla base dei dati raccolti fino a settembre, possiamo dichiarare che il numero dei femminicidi è triplicato quest’anno (senza tener conto delle altre forme di violenza, verbale, sessuale, economica, psicologica che ogni giorno ogni donna subisce).
Ma il problema non riguarda solo l’Italia: l’Istat riporta che le associazioni impegnate per la tutela dei diritti delle donne, di tutti i paesi del Pianeta (dal Brasile all’Australia, dalla Gran Bretagna a Singapore) hanno lanciato l’allarme sull’aumento degli episodi di violenza domestica ai danni delle donne.
Ma come se non bastasse, la violenza che le donne hanno dovuto subire con il lockdown non è solo domestica. L’attuale situazione, che come collettività siamo chiamati a vivere in questi mesi ha purtroppo, ricalcato una serie di dati ormai insopportabili.
Emerge, infatti, un altro elemento disarmante: numerose persone hanno visto il proprio posto di lavoro sparire, eppure anche in questo caso,” l’effetto coronavirus” è stato più forte sulle donne: il 55, 9 % dei posti di lavoro perduti è stato, infatti, femminile. Questo, probabilmente, perché nella nostra logica collettiva, è saldamente ancorata l’idea che, in un momento di forte disoccupazione, sia meglio tutelare l’occupazione “del maschio che mantiene la famiglia”.

Sicuramente il lockdown avrà amplificato questi effetti, ma questi, sono discorsi, ormai, vecchi come il mondo e l’attuale situazione che stiamo vivendo ha solo lasciato trapelare, in maniere dirompente, l’urgenza di una ridefinizione di ruoli e paradigmi.
Per molti queste sono delle fastidiose litanie, dei piccoli dati ornati da sensazionalismo giornalistico, delle mere argomentazioni politiche. Molti altri invece, vi diranno che niente di tutto ciò sia considerabile ancora come vero, perché “ormai l’uguaglianza è stata raggiunta”. Altri, peggio ancora, vi diranno che ormai siamo sfociati in un “disuguaglianza al contrario”; ma voi, diffidate! Diffidate perché purtroppo siamo bel lontani da questi risultati.
Quello che sfugge a tutte queste persone, è che questi dati riguardano donne, donne come le nostre madri, le nostre sorelle o fidanzate; donne, però, ormai stanche.
Stanche di essere definite solo in relazione al loro rapporto con un uomo; perché forse, a qualcuno sfugge, e allora è il caso di riportare alla memoria che solo poco meno di un mese fa l’Oxford English Dictionary” ha finalmente modificato la definizione di donna accettando di rimuovere parte dei sessisti e abominevoli sinonimi del termine (ne riportiamo solo alcuni: puledra, cavalla, cagna), non rinunciando però al tradizionale “bitch”, del quale si è esclusivamente sottolineata la accezione offensiva. Senza dimenticare anche che le donne, ad oggi, continuano ad essere tagliate fuori dalla stanza dei bottoni, la stanza dove uomini di potere prendono decisioni cruciali e dove, per potere forse accedere, le donne, devono sopportare una scalata gerarchica accompagnata da molestie ad ogni piano, necessarie, vi dirà qualcuno, per ottenere promozioni e riconoscimenti. Questo perché nella nostra società, che un imprenditore al primo colloquio con una giovane precaria faccia apprezzanti sulla sua presenza, è del tutto normale! È come se Christine Lagarde davanti a un collega giovane facesse complimenti alla sua prestanza. Sarebbe una totale mancanza di rispetto nei confronti dei ruoli che svolgono e delle persone che sono. Eppure queste cose sono all’ordine del giorno e saltano fuori ogni tanto destando uno scalpore inaudito per poi rifinire nel dimenticatoio: lo abbiamo visto con le accuse di molestie sessuali mosse dalla giovane giornalista Megyn Kelly, nel 2016, nei confronti del suo capo Roger Ailes, direttore di FoxNews o poco più di un mese fa con le dimissioni del sindaco di Copenaghen, Frank Jensen per le accuse di molestie sessuali ai danni di almeno 9 delle sue giovani collaboratrici.
E allora basta! Basta con la mancanza di consapevolezza; basta con il pensare che i diritti siano acquisiti una volta e per sempre. Basta perché non è così; perché i traguardi raggiunti da chi ha lottato prima di noi meritano di essere valsi a qualcosa, meritano di essere parte di un percorso che sappia arrivare da qualche parte. Meritano di non essere dimenticati, di non essere perduti o sprecati perché può succedere, anzi, succede e lo sappiamo; basti pensare che fino a pochi mesi fa era ancora accesissimo il dibattito sull’interruzione della gravidanza, come se davvero, nel 2020, possiamo ancora stare a discutere del fatto che qualcuno debba decidere cosa ogni donna possa fare con il proprio corpo. Basti pensare ai numerosi fatti di cronaca, che ogni volta i giornali sono ben attenti a riportarci evidenziando delle “giustificazioni” assurde volte ad attenuare la colpa di chi commette violenze: “era ubriaca”, “aveva deciso lei di recarsi a quella festa”, “era un brav’uomo, stimato da molti”, “lo tradiva”. Questo è solo slut-shaming (una ingiustificata colpevolizzazione della vittima per i suoi comportamenti o desideri sessuali, che alcuni, non si sa con quale titolo, reputano lontani dalle aspettative di genere tradizionali o dalle regole naturali) e le donne sono stanche. Stanche di sentirsi dire che sono considerate alla pari, ma di vedere i propri stipendi più bassi di oltre il 30% a parità di mansioni, stanche di dover sopportare degli apprezzamenti pur di mantenere il caro posto di lavoro, stanche di sentirsi ripetere che se escono vestite in un certo modo, se bevono un cocktail di troppo, o se si trovano nel posto sbagliato al momento sbagliato senza nemmeno saperlo, beh, allora vuol dire che un po’ se la sono cercata.
Ma più di tutto sono stanche di essere dipinte dall’immaginario comune come il “sesso debole”.
Il sesso debole secondo quali criteri?
Quando è stato deciso che la forza di un uomo sia solo quella fisica? Quando è stato deciso che se una donna subisce una violenza, si devono cercare dei fatti che ne individuino anche le sue colpe? Quando abbiamo deciso che un lavoratore sia buono solo se non si assenta mai per badare ai figli? O che l’affidabilità di una persona da assumere dipenda dalla sua predisposizione a voler aver una famiglia? E soprattutto quando è stato deciso che della famiglia si debba occupare solo la donna?
E se invece la forza la misurassimo come la capacità di resistere alle continue violenze domestiche, economiche, sociali, psicologiche e sessuali? E se invece decidessimo che uomo e donna debbano egualmente occuparsi di casa e figli? E se assumessimo uomo o donna valutando esclusivamente le loro capacità? Ma poi, quando è stato deciso che la donna è quella che deve provvedere alle faccende domestiche e non quella che compra la casa e manda i figli a scuola?
La verità è che siamo schiavi di una cultura retrograda le cui parole chiave sono solo patriarcato e possesso nei confronti della figura femminile; una cultura che ha le radici in tempi veramente remoti e la verità è che tra i tanti progressi che vantiamo di aver fatto, la nostra concezione collettiva di “uomo”, “ donna” e “famiglia” sono ancora, saldamente, ancorate alla preistoria e chissà se mai ci raggiungeranno nel XXI secolo perché si sta rivelando davvero difficile rompere le consuetudini di una cultura plurisecolare.

Author: Emanuela Donnici

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