Una società che ha smesso di sognare e respirare.

Articolo di Anna Tagliaferri

I have a dream” 28 Agosto 1963, “I can’t breathe” 25 Maggio 2020, gli anni passano, la società si evolve, ma spesso il frutto di un’evoluzione non si mostra diversamente da una terribile regressione morale ed etica. Due semplici frasi pronunciate in due momenti storici apparentemente diversi tra loro, due semplici frasi che creano un ponte immaginario tra ieri e oggi.

Non solo, dopo il caso di Floyd si è parlato di abusi e casi di razzismo anche in Francia, nel mese di giugno diverse sono state le manifestazioni. Non è mancata l’occasione per menzionare e ricordare le vittime di abusi e violenze da parte di chi dovrebbe -appunto- tutelarci e proteggerci.

Il 28 Agosto del 1963 Martin Luther King, pastore protestante americano nato ad Atlanta, capitale dello stato federale americano della Georgia, parlò al mondo intero del suo sogno, entrando nella storia e diventando l’emblema della lotta contro il razzismo e le discriminazioni.

I suoi sforzi, e quelli della comunità afro-americana in protesta, non restarono inascoltati: nello stesso anno venne approvato il Civil Rights Act, ossia la legge che proibiva la segregazione razziale dei neri nelle strutture pubbliche, nelle scuole e nei posti di lavoro. Nel 1965 seguì un altro provvedimento che concesse loro il diritto di voto. Un punto di svolta nella storia non solo americana, ma mondiale.

Il 25 Maggio del 2020 George Floyd, 46 anni, afroamericano di Houston, il quale viveva in un sobborgo di Minneapolis da 5 anni e lavorava come buttafuori in un locale, dalla ricerca di un nuovo lavoro si trasforma nel nuovo emblema della lotta contro il razzismo, le discriminazioni e soprattutto l’abuso di potere. “I can’t breath” sono state le ultime parole dell’uomo durante il suo arresto prima di morire soffocato dal ginocchio di Derek Chauvin, il poliziotto accusato di omicidio di secondo grado.

In meno di ventiquattro ore la notizia ormai virale in tutto il mondo ha fatto sì che si risvegliasse un’ondata di protesta con ancora poca voce in capitolo nonostante la lotta preesistente da anni: le grandi strade americane, i piccoli sobborghi, le grandi piazze hanno iniziato a riempirsi di manifestanti in protesta ancora una volta per i propri diritti. Un flashback nel passato, nel 1963, solo con la sostanziale differenza che in un’epoca evoluta i diritti non hanno voce se prima non vi si provochi una reazione a seguito di sangue e violenza.

Guardare alla particolarità, a quell’episodio e a quel poliziotto permette di esaminare e far rinvenire a galla ancora una volta qualcosa che ha a che vedere non solo con la realtà americana, ma con l’intera società: l’abuso di potere che culmina in violenza brutale, la delegittimazione delle vittime e spesso l’impunità.

Sicuramente quello di George Floyd non rappresenta l’unico episodio di abuso di potere da parte delle forze dell’ordine americane negli ultimi anni, non a caso, uno studio effettuato dalla Statista Media Platform mostra come tra il 2017 e il 2019 la polizia americana abbia ucciso 1893 persone, di cui 1226 bianchi e 667 neri. Questioni che permettono di affiancare il caso di George Floyd all’assalto alla Scuola Diaz, all’uccisione dello studente Federico Aldrovandi o del giovane Stefano Cucchi.

Questioni che irrimediabilmente segnano la divisa delle forze dell’ordine offendendone il ruolo leale, originario, dedito alla giustizia. Soprattutto quando all’interno delle stesse forze dell’ordine si verificano la mancata condanna, i depistaggi e le protezioni che impediscono alla giustizia di individuare i responsabili o addirittura il reato, consentendogli, in molti casi, di continuare le loro brillanti carriere

Anche gli altri tre colleghi Thomas Lane, J. Kueng e Tou Thao che stavano a guardare sono stati licenziati e accusati di complicità. Sono tutti liberi dopo aver pagato una cauzione di 750mila dollari, in attesa di giudizio. La data del processo è stata fissata per l’8 marzo ma ci sono buone probabilità che il giudice decida di processarli separatamente.

Derek Chauvin è accusato di omicidio di secondo e terzo grado. La cauzione dell’ex agente era stata fissata a 1,25 milioni di dollari o 1 milione con condizioni. È stato rilasciato a determinate condizioni, secondo un documento depositato presso il tribunale distrettuale della contea di Hennepin dallo sceriffo della contea, che tra l’altro includono il divieto di lavorare nelle forze dell’ordine e di entrare in contatto diretto o indiretto, via social, con la famiglia Floyd. L’ex agente è inoltre tenuto a consegnare qualsiasi licenza o permesso per le armi.

Chauvin è stato accusato di omicidio colposo, il che significa senza intenzione di uccidere, ma il suo comportamento di disprezzo della vita umana avrebbe condotto, nel freddo vocabolario della legge, alle tragiche conseguenze per il benessere della persona che stava maltrattando.

Il suo attuale rilascio su cauzione e un’attesa di processo rinviato per l’8 marzo 2021 si mostrano come un’offesa nei confronti di quella che era la figura di George Floyd: una persona fisica nella quale è riconosciuta la soggettività giuridica correlata, in questo caso, alla capacità di agire, intesa come idoneità di un soggetto giuridico a porre in essere atti giuridici validi; capacità che è gli stata pienamente sottratta, nemmeno riconosciuta dalla legge stessa, in seguito alle decisioni giuridiche effettuate nei confronti dell’assassino.

Processo in attesa con sentenza di appello rinviata ad un lasso di tempo non eccessivamente lungo con libertà su cauzione, come mai?

Negli Stati Uniti il 70% dei processi penali, e il 50% di quelli per murder, si conclude in giornata. Alcuni possono proseguire per settimane o mesi, ma c’è gente che ha visto selezionare la giuria il lunedì e il venerdì era già nel braccio della morte.

La straordinaria velocità del processo americano è dovuta alla miriade di udienze preliminari che precedono il dibattimento vero e proprio. Le questioni procedurali, con le lungaggini che affliggono la nostra giustizia, sono sbrogliate e decise molto prima che il processo abbia inizio.

Nel common law il diritto è creato dallo stesso giudice, in relazione ad un conflitto già insorto e sottoposto alla sua decisione. Quindi in questo ordinamento la sentenza crea il diritto, dato che la regola del giudice in un caso concreto deve poi valere per tutte le successive controversie aventi lo stesso ambito oggettivo. La norma creata dal giudice assume per i giudici a cui verranno sottoposti casi analoghi, lo stesso valore di una norma generale ed astratta. Nel sistema common law quindi, la norma può essere contenuta nella legge, ma anche nel precedente vincolante del giudice, che di fatto crea norme, ma non esercita potere legislativo.

In America la magistratura inquirente non può avere ruoli giudicanti. Nella procedura penale statunitense il giudice, che non ha mai fatto l’accusatore a tutela delle parti, guida il processo, ammette o meno le prove monitorando il tutto. L’eventuale colpevolezza o meno viene valutata dalla giuria, il che richiede dei tempi molto più brevi rispetto alla valutazione dell’accusa e della difesa effettuata dalla magistratura italiana.

Il problema che purtroppo sussiste nell’ordinamento giudiziario di entrambi i paesi, indipendentemente dalla common law o dalla civil law, resta quello che pur mostrando e avendo sistemi giuridici ben saldi ed efficienti questi non rispettano mai perfettamente il valore sostanziale della società, limitandosi il più delle volte al solo valore formale.

E’ da qui che tutto deve cambiare, deve sollevare ancora una volta un sogno che già nel 1963 aveva gettato le sue fondamenta con Martin Luther King. Per poter respirare, per poter portare avanti un grande sogno di diritti e di uguaglianza e per valorizzare le istituzioni è necessario che si rifaccia ordine rimettendo al suo posto ogni forma di potere e reprimendo ogni abuso di questa, perché un popolo con un sistema giudiziario confuso e disordinato non può vivere nel diritto.

Author: Emanuela Donnici

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