Una profonda lacuna giuridica

Una profonda lacuna giuridica

Era il 2012 e il non ancora premier Matteo Renzi, affermava: “Ubi amor, ibi societas” (Dove c’è amore, lì vi è una società). Belle parole, portatrici di un valore insopprimibile, quello dell’amore libero. Oggi, complice anche la crisi, 4 figli su 10 nascono fuori del matrimonio, le convivenze more uxorio sono raddoppiate negli ultimi 10 anni fino ad arrivare a 555 mila, con un conseguente calo del 5% annuo dei matrimoni, mentre sono 1500 le unioni tra persone dello stesso sesso. Insomma, pare che lo slogan latino sia rivelatore di un fatto certo e incontrovertibile: l’evoluzione dei costumi sociali e delle idee che ha investito la vita privata e familiare sia delle persone omosessuali che di quelle eterosessuali.

La locuzione da cui l’allora sindaco di Firenze si lasciò ispirare è, in realtà, “Ubi societas, ibi ius” (Dove c’è la società, allora lì vi è il diritto). Dunque, se diamo per vero che dove c’è amore vi è una società e se concordiamo con il dittico romanistico, indicativo di un indissolubile legame tra società e diritto, potremmo anche pensare di trovarci in un Paese in cui chi si ama e decide di convivere è titolare di diritti fondamentali, a prescindere dalle nozze. Del resto già qualche anno fa la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha annoverato le unioni tra persone dello stesso sesso sotto la voce “Vita familiare” prevista dall’art. 8 della Convenzione, rimettendo ai singoli Stati l’estensione ai conviventi dei diritti garantiti ai coniugi.

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Ebbene, mi rattrista constatare che le parole renziane, già chimeriche nel 2012, oggi suonano ancora aleatorie. Se da un lato la giurisprudenza si è spesso pronunciata a favore del convivente, dall’altro il legislatore italiano è rimasto ancorato al dogma assoluto della famiglia tradizionale fondata sul matrimonio, lasciando questa nuova realtà priva di corpo giuridico. Si pensi alla possibilità che venga negato il diritto di assistenza del partner malato, al mancato riconoscimento del diritto alla pensione di reversibilità, di quello all’assegno di mantenimento, si pensi al dovere di contribuzione ai bisogni della famiglia che il terzo comma dell’art. 143 riserva alla sole famiglie tradizionali o al fatto che il convivente è escluso dagli eredi legittimi in assenza di testamento specifico.

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Di fronte all’inerzia dello Stato italiano l’unica ancora di salvezza da questo deficit di garanzie è quella offertaci dai notai. Nel 2013 il Notariato ha proposto la stipulazione di un accordo, il contratto di convivenza, con cui è possibile definire una sorta di regime di comunione e separazione, stabilire delle regole in materia di locazione, abitazione familiare, contribuzione e assistenza sanitaria, con la sola esclusione della possibilità di definire la sorte del patrimonio del de cuius, dato il divieto inderogabile dei patti successori. Bellissimo, certo. Ma continuo a non capire. Perché servirci di un notaio, perché pagare per ottenere una fantomatica parificazione tra famiglia convenzionale e gli altri variegati nuclei affettivi? Eppure non mancano gli strumenti messi a disposizione dalla Carta Costituzionale che, all’art. 2, attribuisce alla Repubblica il compito di riconoscere e garantire i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità. Il problema è sempre lo stesso! Pur ritenendo questi diritti compresi nel catalogo dei diritti inviolabili indicato dall’art. 2, risulta difficile garantirne tutela se essi non trovano ancora pieno ed espresso riconoscimento in una specifica norma di legge ordinaria.

-Carmela Cordova

Author: Carmela Cordova

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