Una prassi distorsiva non più trascurabile

Il 30 dicembre 2018 la Camera dei deputati con 313 voti favorevoli e 70 voti contrari ha approvato la manovra di bilancio 2019.

Tra continui “stop and go” e voti di fiducia, la legge di bilancio ha tagliato il traguardo definitivo a ridosso del termine ultimo per evitare l’esercizio provvisorio, il 31 dicembre. Ed è proprio per eludere l’esercizio provvisorio (fino a 4 mesi), previsto dall’articolo 81, V comma della Costituzione, che vari governi nel corso delle legislature hanno preferito sacrificare sull’altare del consenso elettorale il rispetto del dettato costituzionale (vedi i cd. vizi sostanzialmente formali riscontrati con riguardo agli articoli 70 e 72 della Costituzione), avallando una grave prassi distorsiva di difficile contrasto, pur di non pagare un prezzo politico.

La prassi illegittima del maxi-emendamento in combinato disposto con la posizione della questione di fiducia ha, però, radici risalenti. Pur in assenza di una definizione formale, tale binomio ha origine, sul finire della prima legislatura repubblicana, dalla posizione della questione di fiducia da parte di De Gasperi sulla cd. “legge truffa” in materia elettorale: promulgata nel 1953 e abrogata nel 1954 con la legge n.615. Quel che è residuato, però, da questa tormentata vicenda è la nascita, per l’appunto, di un pericoloso precedente parlamentare.

Nel 1990, in sede di approvazione della legge Mammì, la posizione della questione di fiducia su un maxi-emendamento costò le dimissioni di cinque Ministri della Repubblica, tra cui quella del nostro attuale capo dello Stato. Gli esempi da addurre sono, dunque, innumerevoli.

Ad onor del vero, infatti, per l’approvazione delle leggi finanziarie il ricorso al binomio de quo, pur insinuandosi dalle prime legislature del maggioritario, diventa stabile e duraturo dai primi anni del Duemila, tanto da spingere una parte della dottrina giuspubblicistica a parlare di un vero e proprio “modello” di legge finanziaria, la quale, in virtù di un’indubbia eterogeneità del testo (comprensivo delle disposizioni più varie e disparate), risulta caratterizzata da un tangibile andamento schizofrenico. Si pensi alla legge finanziaria per il 2005, un solo articolo e 572 commi; alla legge finanziaria per il 2006, un solo articolo e 612 commi; per arrivare, poi, al record ineguagliabile della legge finanziaria per il 2007, un solo articolo e 1364 commi, quasi raggiunto dalla legge finanziaria del 2018 (1 articolo e 1181 commi) che indusse Sabino Cassese, nel febbraio scorso, ad evidenziare sarcasticamente che fosse un testo che constasse di un numero di parole pari a due terzi delle parole del maggiore romanzo italiano “I Promessi sposi”.

E’ evidente, quindi, che non sia da ascrivere al primo governo sovranista della Repubblica italiana la nascita di tale prassi illegittima, che ha favorito la proliferazione ipertrofica della decretazione d’urgenza.

Ciò di cui il Governo gialloverde è, però, primo ed inedito fautore è l’annichilimento completo dell’istruttoria in Commissione, la quale è venuta del tutto a mancare. I maxi-emendamenti dei governi precedenti hanno sempre recepito, almeno in parte, gli emendamenti presentati dai gruppi di opposizione. La zona cesarini, citata dal premier Conte, raggiunta nel caso di specie a causa di estenuanti e tortuose trattative in sede Ue (alle quali si deve, peraltro, una riscrittura apocrifa del testo della manovra) hanno fatto, invece, sì che il maxi-emendamento arrivasse il 22 dicembre (con due mesi di ritardo rispetto al termine del 20 ottobre previsto dalla legge 243/2012) con voto immediatamente successivo.

La Corte Costituzionale, come evidenziato dal prof. Salvatore Curreri, dovrà per la prima volta chiarire se all’interno di ciascuna Camera vi siano soggetti minoritari – il singolo eletto, il gruppo parlamentare, una minoranza qualificata – titolari di attribuzioni costituzionali lese nel caso specifico. L’intervento della Corte sembra ormai improcrastinabile seppure, però, non avulso da un seguito necessario anche sul piano politico tramite una modifica dei regolamenti, se non addirittura una riforma della Costituzione.

Quando, finalmente, si affronterà il tema della questione di fiducia con un chiaro rimando alla problematica di fondo, che è quella dell’attuale forma di governo parlamentare, sarà sempre troppo tardi.

 

 

-Antonia Maria Acierno

Author: Caterina Bracciano

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