Trattativa Stato-Mafia: le novità dell’ultima sentenza

Habemus papam, no meglio, Fiat lux, ieri 20 aprile finalmente, nell’aula bunker del carcere Pagliarelli a Palermo, è nato il primo figlio-verdetto del processo sulla Trattativa Stato-mafia. Iniziato il 27 maggio 2013, con oltre 200 udienze, 200 testimoni, pm fuoriusciti e imputati defunti.

È un processo che ha avuto ai suoi albori persino una sentenza storica (la n.1 del 2013) della Corte costituzionale contenente l’ordine di mandare al rogo intercettazioni (già di per sé scottanti) in cui era presente la voce dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
La Corte presieduta da Alfredo Montalto, grazie all’indagine dei pm Vittorio Teresi, Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, ha messo la prima pietra ad un processo storico per le sorti socio politiche nazionali alle porte della Terza Repubblica.

Il pm Nino Di Matteo, il procuratore aggiunto Vittorio Teresi, il procuratore Francesco Messineo e i pm Francesco Del Bene  e Roberto Tartaglia.

In questa sentenza considerata solo un “pregiudizio” dall’avvocato di Mori, la Corte ha ufficializzato che mentre i boss della mafia uccidevano,piazzando bombe anche fuori dalla Sicilia, alcuni pezzi deviati dello Stato chiedevano loro di far pace.

E chi sono i protagonisti di questa vicenda?

 

Tra i boss dell’Antistato troviamo:
1. Leoluca Bagarella: ai vertici di Cosa nostra nel ‘93, dopo la cattura dell’amato (si fa per dire) cognato Totò u Curto.
2. Antonino Cinà: fedele medico di Riina, dal quale sicuramente si sarà ispirata Maria per i suoi postini in bicicletta, accusato di aver consegnato a Massimo Ciancimino, figlio di Don Vito, il famoso papello.
Per questi l’accusa avanzava rispettivamente 16 e 12 anni di reclusione per il reato ex art. 338 “Violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario”, commesso nell’opera di intimidazione effettuata ai danni del Governo per ottenere un ammorbidimento della lotta a Cosa nostra.

La Corte ha condannato il primo a 28 anni di carcere, il secondo “solo” 12.
3. Giovanni Brusca: boia spietato e poi collaboratore di giustizia, per il quale l’accusa chiedeva, e la Corte ha effettivamente concordato, “il non doversi procedere” a causa dell’intervenuta prescrizione.
Nella zona centrale Massimo Ciancimino, il teste imputato. Messaggero di corte, ricevette il papello da consegnare al padre, per lui l’accusa chiedeva “il non doversi procedere per intervenuta prescrizione” per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, concordato dalla Corte e 5 anni per il reato di calunnia contro il capo della Polizia Gianni de Gennaro, alzato ad anni 8.

Fra gli uomini delle istituzioni ritroviamo:
1. Antonio Subranni: ex capo del Ros, che Paolo Borsellino, come riferito dalla moglie Agnese, aveva scoperto essere “panciutu” (affiliato a Cosa nostra).
2. Mario Mori: vice di Subranni, colui che è stato con precedente processo accusato della mancata cattura di Provenzano, e colui che insieme al capitano Ultimo, per un malinteso, si sa ci si dimentica sempre un punto della lista della spesa, ha dimenticato di perquisire il covo di Riina.
3. Giuseppe De Donno: ex capitano del Ros, il primo a chiedere all’amico Ciancimino junior un incontro con suo padre Vito.
L’accusa ha chiesto per questi uomini dello Stato rispettivamente 12, 15, 10 anni di reclusione per lo stesso capo d’imputazione ex art. 338. La corte ha risposto con una condanna a 12 anni per Subranni e Mori e 8 per De Donno.
4. Nicola Mancino: l’uomo che non conosceva il volto di Paolo Borsellino, accusato di falsa testimonianza per aver negato di essere stato messo a conoscenza dall’allora guardasigilli Claudio Martelli di “contatti” anomali tra i carabinieri del Ros e Ciancimino.
5. Marcello dell’Utri: il braccio destro di Berlusconi, l’uomo (o gli uomini?!) della seconda Trattativa che già sconta una condanna a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa (“…si è fatto interprete degli interessi di Cosa nostra”), per il quale sono stati chiesti 12 anni di reclusione.
La Corte ha previsto per Dell’utri una condanna a 12 anni per il reato ex art. 338, mentre Mancino è stato assolto perché “il fatto non sussiste”.
La sentenza ha anche previsto il “non doversi procedere per morte del reo” per Riina.

Dunque come ha riferito lo stesso Di Matteo questa sentenza ha riguardato tre governi diversi “alcuni degli imputati sono stati condannati per reato commesso mentre erano in carica i governi Andreotti e il governo Ciampi – Mori, Subranni e De Donno sono stati, infatti, assolti unicamente per le condotte contestate commesse dopo il 1993 – altri sono stati condannati per aver svolto la funzione di tramite fra Cosa nostra e Berlusconi anche dopo il 1992”.

Il cofondatore di Forza Italia, infatti, è stato assolto solo per le condotte contestate nei confronti dei governi precedenti a quello di Silvio Berlusconi.

“Il verdetto dice che il rapporto non si ferma al Berlusconi imprenditore ma arriva al Berlusconi politico”.

 

C’è ancora tanto da chiarire e mentre il pm Teresi dedica questa prima vittoria “a Paolo Borsellino, a Giovanni Falcone e a tutte le vittime della mafia”, non bisogna dimenticare che il lavoro non è finito, e che come diceva Falcone “la mafia non è affatto invincibile; è un fenomeno umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine”.

 

Con questo verdetto, forse vi ci siamo avvicinati di un passo.

 

-Francesca Caruso

Author: Caterina Bracciano

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