SinAPSi va in aula il Prof. risponde!

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“Com’era bella e interessante l’Università quando stavo al Liceo”. È questo uno dei tormentoni più diffusi tra noi giovani naufraghi approdati nel tempestoso mondo universitario e mai frase fu tanto “banale” e al contempo tanto vera. Chiunque da liceale non desiderava altro che iscriversi all’Università, emblema della libertà, indipendenza e della felicità. Complici di questa visione “distorta” della realtà i racconti degli amici già laureati, zii, genitori che raccontavano meraviglie. Nessuno insomma ci aveva veramente preparato a quello che sarebbe successo dal giorno successivo alla consegna in segreteria della documentazione per iscriversi all’università : inizio dei corsi con orari accuratamente scelti facendo affidamento sulla capacità di sdoppiamento di cui tutti gli esseri umani sono dotati, libri che variano dalle 300 alle 1000 pagine da studiare, difficoltà nell’instaurare amicizie con i colleghi che vadano oltre le 48h, esami da sostenere, ansia da gestire e idea di avere del tempo libero per se stessi da dimenticare ! Non c’è da meravigliarsi quindi delle tante difficoltà, non solo pratiche, e dei momenti di scoraggiamento che si è costretti ad affrontare nel dolceamaro percorso universitario. Ma fortunatamente a tutto c’è rimedio ed è la stessa Università che, gratuitamente, ci mette a disposizione degli strumenti per imparare a gestire tutto questo, a superare i momenti meno semplici e a crescere innanzitutto come persone affrontando i problemi. Sto parlando del Centro di Ateno SInAPSI (Centro per l’inclusione attiva e partecipata degli studenti universitari) i cui servizi si rivolgono a tutti quegli studenti che non riescono a vivere con serenità la vita universitaria per tutta una serie di motivazioni. Infatti, come si legge nella “Carta dei servizi”, disponibile sul sito web, il Centro SInAPSI si sviluppa in diverse aree ognuna delle quali ha ad oggetto un’attività con finalità differenti. In quest’articolo parleremo dell’area il “Successo Formativo” di cui è coordinatrice la prof.ssa Maria Francesca Freda, psicologa e professoressa associata di psicologia clinica presso la Federico II, che è articolata in tre diversi servizi: Bilancio di competenza, Consultazione Psicologica per studenti universitari individuale ed Imparare ad imparare (counselling di gruppo rivolto agli studenti in ritardo con gli esami.)

Abbiamo avuto il piacere di intervistare per voi il prof. Paolo Valerio, Professore ordinario di psicologia clinica presso l’Università Federico II di Napoli, nonché Presidente dell’Osservatorio Nazionale Identità di genere, Presidente della Fondazione Genere Identità Cultura e Direttore del Centro “Servizi per l’Inclusione Attiva e Partecipata degli Studenti” (SInAPSi).

Quali sono gli obiettivi che il centro SInAPSI mira a raggiungere attraverso i servizi che rientrano nell’area del “Successo Formativo”?

Ciò che a noi interessa è attivare negli studenti l’opportunità di pensare e di riflettere su di sé, anche perché molto spesso la vita universitaria diventa molto incalzante, fatta soltanto di lezioni ed esami, separata e scissa dalla vita personale.

I vari servizi attivati dall’Ateneo hanno per lo più l’obiettivo di aiutare gli studenti a chiarificare, fronteggiare e gestire le difficoltà, i disagi e i blocchi con i quali si confrontano nel corso dei loro studi universitari affinché possano acquisire maggiore consapevolezza di sé, superare le difficoltà e sviluppare le proprie potenzialità.

Nella mia lunga esperienza di docente ho avuto modo di constatare che l’insuccesso accademico può essere anche il risultato del complesso rapporto che si viene a stabilire tra emozioni e cognizione, per cui aspetti che hanno a che vedere con vissuti ed emozioni possono interferire sui processi di apprendimento. Penso all’ansia da esame, penso a quegli studenti che si presentano in sede d’esame solo dopo aver letto il testo consigliato fino all’ultimo rigo, o a quegli studenti che si sono ben preparati per l’esame, ma al momento dell’interrogazione rimangono bloccati in un silenzio imbarazzante, in quanto sembra loro di non ricordare più nulla di quello che avevano studiato.

In tali casi si può ipotizzare l’interferenza di fattori emotivi sui processi di apprendimento e può essere utile che lo studente si rivolga al Servizio di Consultazione Psicologica per Studenti Universitari per essere aiutato a comprendere quali possano essere le cause dell’ansia e dei blocchi da cui dipende il suo insuccesso accademico.

Gli studenti possono prenotare un ciclo di incontri di counselling o meglio di consultazioni psicologiche scrivendo a cpsu.sinapsi@unina.it o telefonando al numero 081 7463458 dal lunedì al venerdì dalle ore 09,00 alle ore 14,30.

Ci sono altri servizi che l’università ha attivato per sostenere gli studenti nel loro percorso formativo?

Certo, penso, ad esempio, al servizio “Bilancio di Competenze” che offre agli studenti l’opportunità di rispondere ad un interrogativo molto diffuso tra i giovani che si iscrivono all’università: “Quali competenze è necessario possedere e/o sviluppare per sostenere in modo efficace il percorso universitario appena intrapreso”? Il servizio “Bilancio di Competenze” offre agli studenti la possibilità di delineare una mappatura delle proprie risorse, esplorando i propri punti di “forza” e di “debolezza”, di conoscere e sapersi orientare rispetto a tale mappatura e di acquisire quella consapevolezza – emotiva, cognitiva e sociale – indispensabile per affrontare le proprie decisioni nel rispetto delle proprie attitudini ed esperienze. Chi desidera avere maggiori informazioni su tale servizio può scrivere a bidicom.sinapsi@unina.it.

Un altro servizio è “Imparare ad Imparare all’Università” al quale possono rivolgersi quegli studenti in ritardo con gli esami, con una media bassa o insoddisfatti della loro performance accademica. Gli studenti interessati a tale servizio possono scrivere a imparare.sinapsi@unina.it.

Esiste poi anche il servizio “Mappe e percorsi formativi” che offre agli studenti interessati cicli di incontri su temi specifici (dubbi sulla scelta universitaria, scarsa motivazione allo studio, difficoltà a parlare in pubblico etc). Per avere informazioni in proposito gli studenti possono scrivere a mapper.sinapsi@unina.it.

Gran parte di queste attività sono svolte presso la sede del Centro SInAPSi ubicata nel complesso Universitario di San Pietro Martire, Via Porta di Massa 1, scala C piano ammezzato.

Il centro SInAPSi offre la possibilità di accedere a delle Consultazioni psicologiche gratuite?

Si esatto, come ho prima accennato si tratta del cosiddetto Counselling. Noi abbiamo cominciato nel 1984 e all’epoca eravamo in Italia tra i primi atenei, insieme a quello di Bologna, a offrire gratuitamente, agli studenti che ne facevano richiesta, la possibilità di svolgere un ciclo di colloqui psicologici con psicologici esperti nell’area del disagio giovanile e delle problematiche emozionali degli studenti universitari. Questo tipo di intervento era invece già molto diffuso in altre università straniere, quali, ad esempio, quelle nordamericane, anglosassoni, francesi e tedesche.

“Counselling” è un termine difficile da tradurre in italiano. Noi abbiamo scelto di tradurre tale termine in consultazione psicologica. Volendo sintetizzare, possiamo dire che si considera un intervento di counselling quella relazione che, nell’ambito di una cornice precisa ed esplicita, consente a studenti che si trovano ad affrontare momenti di crisi o di cambiamento connessi al proprio ciclo di vita e al loro percorso di studi, di avvalersi dell’aiuto di uno psicologo clinico, dotato di specifiche competenze.

Quali sono le paure, preoccupazioni, difficoltà più diffuse tra gli studenti che ha avuto modo di riscontrare durante la sua carriera?

Proviamo a tracciare un profilo dello “studente tipo” nel momento in cui arriva a chiedere aiuto:

* vive situazioni di particolare difficoltà e sperimenta forme di disagio più o meno gravi, in grado di incidere sul percorso formativo e, in quello più generale, di vita;

* prova difficoltà a tollerare la frustrazione nell’attesa di poter vedere realizzati i propri obiettivi (esami, laurea, autorealizzazione e autonomia);

* vive una condizione di insoddisfazione per una serie di bisogni frustrati che gli creano forte tensione, stanchezza e talvolta disorientamento;

* presenta difficoltà decisionali, tendendo a disperdere energie che non finalizza produttivamente (es. non sapere quali esami programmare e disperdersi in attività parallele non funzionali, oppure programmare l’esecuzione di troppi esami contemporaneamente).

* tende a perdere sicurezza e autostima;

* affronta in modo poco costruttivo impegni, ostacoli e situazioni stressanti;

* lamenta difficoltà di adattamento socio-relazionale nel contesto universitario (connesse alla fiducia e all’insicurezza, teme il confronto e la competizione) ma anche di ri-adattamento nel contesto amicale e familiare;

* presenta difficoltà di concentrazione e di impegno, legati allo stato di tensione, preoccupazione e alla paura di deludere le persone care;

* sente il peso delle aspettative familiari e sociali, sperimentando, sovente, un senso d’impotenza affettiva (paura di non essere riconosciuto ed amato incondizionatamente) e di solitudine;

* sperimenta vissuti di colpa e timore di non essere “all’altezza della situazione”, mettendo in discussione la scelta del corso di studi intrapresa (rallenta, rimanda, evita fino alla condizione di stallo) e la propria identità di studente.

Questo lungo elenco ci dice che sono molte le problematiche che possono interferire non solo con lo studio ma spesso anche con la vita affettiva e relazionale degli studenti.

Naturalmente siamo tutti diversi, quindi, ogni studente porta un mondo interiore e delle proprie specifiche difficoltà, ma certamente penso che ci siano alcune “categorie” di studenti che sono un po’ più a rischio.

Penso, ad esempio, agli studenti fuorisede perché si debbono confrontare con alcune specifiche problematiche legate al cambiamento.

Come tutti i suoi colleghi, lo studente che lasciala sua città per venire a studiare a Napoli quando comincia a frequentare l’università passa da una classe di 25-30 studenti ad un’aula in cui si affollano centinaia di studenti, che per lo più non conosce. È normale che possa provare un senso di spaesamento nel ritrovarsi in aula con tante persone sconosciute e con professori con cui spesso è molto difficile avere un rapporto diretto.

Lo studente fuori sede, però, a differenza dei suoi colleghi che vivono ancora in famiglia, al di là delle difficoltà materiali legate a trovare un alloggio dignitoso, a dover gestire da solo la sua vita quotidiana, si trova proiettato in un mondo dove non ha più le relazioni amicali del passato, le sicurezze della famiglia, che per quanto a volte “noiosa” accudisce e offre una serie di attenzioni. A questo si aggiunge il fatto che una grande università come la nostra, dove molti dipartimenti non sono collocati in uno specifico campus universitario, non offre la possibilità fare incontri e di conoscersi, per cui i giovani possono cominciare ad avvertire sentimenti di solitudine che per alcuni possono rappresentare un’ulteriore difficoltà rispetto all’inserimento nel mondo universitario.

Quindi è importante aiutare soprattutto gli studenti del primo anno ad affrontare tutto questo, soprattutto quando oltre a confrontarsi con le difficoltà legate all’essere fuori sede, cominciano anche a rendersi conto

che il metodo di studio che funzionava a scuola non va più bene all’università dove bisogna anche essere capaci molto presto di imparare a distribuire le ore da dedicare allo studio e quelle da dedicare al tempo libero.

Vista la rilevanza del problema ed il gran numero di studenti fuori sede iscritti nel nostro Ateneo abbiamo pubblicato di recente nella nostra news letter un articolo dedicato a loro “Gli studenti ‘fuori sede’: tra desiderio di scoprire nuovi bisogni e paura di allontanarsi dalle proprie radici”. Potrebbe essere utile per i nostri studenti fuori sede leggerlo, scaricandolo dal sito www.sinapsi.it anche solo per comprendere che non sono i soli a vivere tale problema, ma che ci sono tanti altri colleghi che, come loro, si confrontano con le stesse difficoltà legate ai cambiamenti connessi al trasferimento dalla propria sede di origine a Napoli.

Penso poi anche ad alcuni studenti che provengono da famiglie con bassa scolarizzazione in cui sono i primi laureati. Per loro potrebbe essere difficile confrontarsi, dal punto di vista emozionale, con le aspettative della famiglia; o ancora agli studenti che sono figli di professionisti affermati o di professori universitari, che talvolta si sentono in qualche modo un po’ schiacciati dai genitori. In tali casi si trovano ad affrontare dilemmi quali “perché ho scelto questo corso di studio, l’ho fatto per me o per loro?”

Altre volte si rivolgono a noi studenti che gradualmente, attraverso il confronto con i piani di studio e la frequenza ai corsi, si rendono conto di non avere sufficienti competenze di base per accedere allo studio universitario. In questi casi può essere molto difficile proseguire gli studi e si rischia di accumulare ritardo e, quindi, può emergere un senso di insoddisfazione e frustrazione, perché studiare è un impegno gravoso e richiede maggiore esercizio e fatica, specie se le competenze di base acquisite nel proprio precedente percorso di studi risultano carenti per gli studi universitari.

A volte, in questi casi, specie ai primi anni dell’università, rinunciare a quel tipo di studio per fare altro, può essere la scelta più opportuna.

Aldilà di questi esempi molto spesso i problemi sono anche più antichi rispetto al momento in cui si manifestano e il colloquio con lo psicologo può funzionare un po’ come uno specchio che può dare allo studente un’immagine di sé più reale e meno distorta. Purtroppo non tutti sanno che l’università offre questa opportunità o, pur sapendolo, hanno timore di rivolgersi allo psicologo.

Perché si ha quasi paura di rivolgersi ad uno psicologo?

Molto spesso per i giovani la paura è legata al timore di stabilire un rapporto di dipendenza. Si ha paura di sentirsi cosi incapaci, da doversi rivolgere allo psicologo. Molto spesso un giovane pensa “devo farcela da solo e, se non ce la faccio da solo, posso confidarmi con il mio amico del cuore”. Lo psicologo è visto come l’ultima spiaggia a cui ci si rivolge quando tutti gli altri tentativi di superare da solo il problema sono falliti.

C’è poi il pregiudizio che se vai dallo psicologo “sei malato”. Ma questo non è quasi mai vero. Lo psicologo, infatti, non “cura” le persone malate, ma può aiutare le persone che sono in un momento di disagio temporaneo o prolungato a ritrovare fiducia in se stesse, a ritrovare l’autostima, a comprendere un po’ meglio qual è il problema con cui si stanno confrontando.

Quindi può essere utile che uno studente che incontra difficoltà all’inizio degli studi, si rivolga al servizio di consultazione psicologica o che lo faccia talvolta verso la conclusione del percorso universitario quando le preoccupazioni possono essere diverse (entrare nel mondo del lavoro, stabilire una relazione affettiva o consolidarla, ecc.)

Molti studenti vivono un vero e proprio “stato di crisi” una volta entrati nel mondo universitario.

Il cambiamento è un aspetto cruciale per tutti. Cambiare, se pensiamo alle matricole, arrivare all’università, può essere un’esperienza che si potrebbe definire stressante.

Voglio riportare un esempio che apparentemente non c’entra niente con gli studi universitari, ma che ci può aiutare a comprendere cosa intendo quando parlo di esperienze stressanti o meglio traumatiche. Una mia amica portava il figlio di 6 anni a scuola in motorino, era al settimo mese di gravidanza e parlava con il figlio: ”sei contento tra un po’ nasce il fratellino ? per un po’ di tempo non potrò più accompagnarti ma lo rifarò appena nasce.” E il figlio rispose:” no mamma non sarà più possibile, rimane da solo a casa, ha paura, piange.” La mamma:” ma come facciamo? tu devi andare a scuola”; e il bambino “mamma facciamo cosi, …quando muore mi riaccompagni tu a scuola.”

Questo esempio ci fa capire che un momento della vita, che possiamo considerare bello, che dà gioia, può anche essere vissuto in modo conflittuale. Quel bambino in qualche modo stava anche esprimendo il timore che la nascita di un fratellino potesse significare per lui la perdita dell’amore della madre. Temeva di perdere quel rapporto in cui lui era unico e solo, dovendo condividere con qualcun altro questo amore. Per un bambino questo può essere vissuto in modo traumatico perché il suo desiderio è quello di avere la mamma tutta per sé e se non è così può sentire di aver perso tutto.

L’esempio ci dice anche un’altra cosa. Quel bambino non dice alla mamma “ho paura di perdere il tuo amore, di rimanere solo e di piangere in conseguenza di tutto ciò”, ma proietta, attribuisce cioè le sue paure al fratellino e ciò ci dice quanto lui non sia in grado di riconoscere a livello conscio tali vissuti. La soluzione da lui portata …quando muore…è indicativa di quanto nella mente umana siano presenti sia l’amore che l’odio.

Che ha a che fare tutto questo con la vita di uno studente universitario? Andare all’università è bellissimo, un momento di grande soddisfazione soprattutto quando si è ammessi a quelle facoltà che richiedono prove selettive molto difficili da superare, ma è un evento che può attivare anche altri vissuti conflittuali rispetto, ad esempio, all’università che al livello simbolico può rappresentare una madre/matrigna che ama in modo differente i suoi figli/compagni di studio.

Il cambiamento viene vissuto da ciascuno di noi in modo diverso ed è un momento rispetto al quale ciascuno trova proprie soluzioni adattive: c’è chi vive ogni cambiamento come una sfida senza apparentemente viverlo come difficoltà; c’è chi invece non può cambiare neanche il poster nella stanza perché altrimenti si sente male.

Sapere che siamo tutti diversi condividere le proprie esperienze e vissuti anche con altri colleghi come, ad esempio, accade nelle attività di gruppo previste da “Imparare ad imparare”, può aiutare, perché vedere che anche persone che si ammirano e che appaiono molto sicure di sé possono avere dubbi ed incertezze, ci fa sentire meno soli.

Quanto è importante l’autostima ai fini di un buon rendimento accademico?

Beh, io amplierei la domanda: quanto è importante l’autostima nella vita di una persona? Lo è anche ai fini dell’apprendimento?

Certo l’autostima è importante a condizione che sia funzionale a una conoscenza di sé e dei propri limiti. Solo questo consente ad una persona di utilizzare la propria autostima senza farla diventare una forma di narcisismo in alcuni casi sproporzionata.

Se vivo un rapporto con me stesso del tipo “o tutto o niente”, o sono “bellissimo” o al contrario “nessuno mi può guardare” questo può diventare un problema.

E’, quindi, utile aiutare gli studenti a conoscere meglio se stessi e ad integrare quegli aspetti di sé che considerano “desiderabili” e, quindi, accettabili, con quelli giudicati, invece, “non gradevoli”.

“Il bilancio delle competenze”, “la consultazione psicologica” o “Imparare ad imparare” possono aiutare lo studente a conoscersi meglio e a diventare un giudice meno severo di se stesso.

Per recuperare l’autostima è importante non chiudersi in se stessi, lacerandosi con giudizi molto severi.

Quindi in senso diametralmente opposto, un eccesso di autostima può rivelarsi “dannoso”?

Bisogna sempre guardare l’altra faccia della medaglia. Penso che l’eccesso d’autostima sia legato ad un’insufficiente autostima; come ho appena detto una persona equilibrata riesce a tollerare anche quegli aspetti di sé che sono giudicati meno belli da mostrare. Gli studenti con eccesso di autostima sono, quindi, più a rischio degli gli altri.

La vita di uno studente non è solo quella universitaria e anche alla nostra età ci possono essere molte preoccupazioni di tipo familiare, sentimentale, economiche a cui si aggiungono lo studio e gli esami da superare. Come si gestisce tutto questo? È giusto mettere sempre in cima alla lista delle priorità lo studio, trascurando o sforzandosi di trascurare tutti il resto?

Domanda da un milione di dollari che riguarda non solo lo studente universitario, ma tutti noi. Mi verrebbe di dire che ciascuno trova le proprie soluzioni. Per qualcuno lo studio può diventare prioritario, pur sapendo che sacrificare il resto significa anche perdere occasioni di crescita e di incontro. Concentrarsi solo sullo studio e mettere da parte la vita relazionale, affettiva, culturale certamente può rappresentare una perdita per un giovane che deve costruire la propria identità come persona. Quindi cosi come ci sono i cd. Workaholics che lavorano soltanto, ci sono studenti che si dedicano solo allo studio, rinunciando agli affetti, col rischio di trovarsi alla fine con un titolo di studio, ma avendo perso altre occasioni di crescita e sviluppo.

Diciamo che sarebbe auspicabile trovare un equilibrio tra istanze che vengono dalla vita affettiva, emozionale e relazionale ed istanze che provengono dal “fare il proprio dovere” di studente universitario. Sarebbe auspicabile, ma sappiamo anche che è una meta che non è facile da raggiungere.

Lo studio è importante e lo è parimenti anche il non disperdersi perché c’è anche il rischio che ci si perda dal momento che un giovane all’università non ha più le interrogazioni o il compito in classe che scadenzavano durante la vita scolastica il suo percorso formativo durante tutto l’anno. All’università è tutto diverso, talvolta ha soltanto due mesi o poco più per preparare un esame. È quindi importante avere o acquisire un buon metodo di studio ed essere in grado di gestire al meglio il rapporto tra tempo libero e quello da dedicare allo studio. Lo studio va considerato, quindi, come uno degli obiettivi, forse prioritario, ma non se ciò implica la rinuncia a tutto il resto.

Talvolta sembra quasi che alcuni professori abbiano dimenticato di essere stati, prima appunto che professori, studenti. Lei cosa pensa a tal proposito?

Esistono tanti tipi di professori e saper insegnare è una dote che non tutti hanno.

Saper comunicare allo studente la passione per lo studio e la conoscenza in generale, e la propria disciplina in particolare, è molto importante. Quindi noi professori universitari dobbiamo sempre essere attenti a non porci di fronte agli studenti come giudici sprezzanti, severi, inflessibili, ma dovremmo essere pronti ad assumere un comportamento flessibile in grado di riconoscere le differenze che esistono tra i singoli studenti.

Spesso di fronte a quel professore cosi severo c’è uno studente che ha sacrificato tutto per un esame e per l’università. I professori dovrebbero sempre interrogarsi di fronte a uno studente in difficoltà all’esame, ricordando che quando uno studente fallisce, fallisce anche il professore e tutto il sistema formativo.

Vuol dire che non è riuscito in qualche modo a trasmettere la passione per lo studio della sua disciplina o non è riuscito a indirizzarlo, magari suggerendogli di fare un colloquio di counselling, quando si rende conto che il problema manifestato è di ordine diverso dalla mancata preparazione. Davanti ad uno studente che per tre volte viene bocciato ad un esame bisognerebbe chiedersi “come mai è accaduto questo?”. Talvolta è perché non ha studiato, talaltra ci possono essere problemi di ansia o sta attraversando un momento di crisi e di difficoltà.

La domanda a cui il professore dovrebbe rispondere in questo caso è la seguente: “come posso aiutare questo studente nel suo percorso, senza limitarmi a svolgere la mia funzione meramente accademica?”

La risposta a tale quesito potrebbe essere quella di suggerire allo studente di rivolgersi ad uno dei vari servizi attivati dall’Ateneo per aiutarlo a superare i suoi blocchi.

È necessario che i professori ricordino che lo studente è una persona e che quello che accade ora allo studente, è accaduto anche a noi professori che, quando eravamo studenti, ci siamo spesso confrontati con le stesse difficoltà.

Essere sempre disponibili all’ascolto penso che sia un compito a cui un professore universitario non debba mai sottrarsi. E’ importante verificare qual è il risultato dello studio di un giovane, non ponendosi, però, come un giudice che deve assolvere o condannare, ma provando anche a comprendere che attraverso lo scarso rendimento lo studente può segnalare un disagio.

Quello che un professore non deve mai dimenticare è che gli studenti non vanno considerati come un numero di matricola, ma come persone la cui dignità non va mai calpestata.

Roberta Capobianco

Author: Francesca Bellisario

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