Scrittori ‘togati’: intervista a Michele Navarra, avvocato e autore di romanzi giudiziari

Magistrati e avvocati sono da sempre noti per la loro straordinaria ars oratoria, meno per l’ars scribendi.  Pur se abituati ad usare un linguaggio forbito e tecnico nelle aule di tribunale, gli uomini di legge si sono dimostrati in grado di avvincere non solo l’uditorio, ma anche una folta platea di lettori attraverso appassionanti intrecci narrativi.

Un grande successo ha travolto le opere degli scrittori ‘togati’ che si sono cimentati nella scrittura creativa, ispirati dalle loro esperienze professionali, ma anche dalla fantasia. Diversi sono i generi a cui si sono dedicati, ma quelli più gettonati sono sicuramente il romanzo giudiziario e il legal thriller all’americana. Ad esempio, ricordiamo due grandi avvocati scrittori americani: John Grisham, che  coltiva la passione per la scrittura tra un caso giudiziario e l’altro; e Scott Turow che continua ad esercitare la professione di avvocato penalista, pur avendo intrapreso una brillante carriera di scrittore.

Possiamo inoltre citare Gianrico Carofiglio, ex pubblico ministero che ha esordito con un legal thriller all’italiana cui sono seguiti tanti altri romanzi dello stesso genere che l’hanno indotto a lasciare la professione per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura; e Giancarlo De Cataldo, giudice di Corte d’Assise, autore del famoso giallo “Romanzo criminale” che ha avuto anche una trasposizione televisiva.

Un altro avvocato scrittore sicuramente degno di essere menzionato è Michele Navarra, autore di cinque romanzi giudiziari (di cui uno inedito): “L’ultima occasione”, “Per non aver commesso il fatto” , “Una questione di principio”, “Solo la verità” e “A Dio piacendo”. Il protagonista, l’avvocato penalista Alessandro Gordiani, esercita la sua professione in una città dalle mille sfaccettature: Roma. È un uomo ‘imperfetto’, ansioso, realista e sempre onesto, ma perennemente insoddisfatto per la consapevolezza dell’inconciliabile dicotomia tra “giustizia” e “legge”, perché non sempre la corretta applicazione della seconda garantisce veramente la prima, come accade anche nella realtà.
L’autore, con il suo stile scorrevole e incalzante, conduce con agilità il lettore, anche se non “addetto ai lavori”, nel processo penale italiano.

A proposito del legame tra professioni legali e scrittura, abbiamo rivolto qualche domanda all’avvocato scrittore Michele Navarra:

 

  • Come e quando nasce la sua passione per la scrittura?

Circa una decina d’anni fa, per cercare di esorcizzare il disagio che provavo per la professione legale. In altre parole, attraverso un “avvocato di carta” avrei potuto dire, in modo mediato e senza correre il rischio di essere considerato troppo poco diplomatico, tutto ciò che pensavo del mondo in cui, volente o nolente, ero costretto a vivere e a lavorare. Inoltre, desideravo fortemente descrivere e spiegare al lettore “comune”, non necessariamente quindi al solo “addetto ai lavori”, in cosa consistesse realmente la professione di avvocato in Italia, in particolare quella del penalista. Ero stanco di leggere e di vedere storie (abbastanza inverosimili, per non dire altro) in cui gli avvocati italiani si limitavano semplicemente a “scimmiottare” quelli d’oltreoceano.

  • Qual è il rapporto tra la sua professione di avvocato e la scrittura?

Si tratta necessariamente di un rapporto di complementarietà. Anzitutto, per una banale motivazione economica, dato che di scrittura, almeno in Italia, non si può vivere (a parte rarissime eccezioni) e le spese invece sono tante. In secondo luogo, credo che, almeno tendenzialmente, un autore dovrebbe scrivere su argomenti che conosce bene, per evitare d’incorrere in errori grossolani che rendono un romanzo inverosimile, illeggibile e alle volte addirittura involontariamente comico. Ed esercitando io la professione di avvocato, ho pensato che un romanzo giudiziario fosse l’ideale per esordire nel mondo della scrittura. Poi ci ho preso gusto e mi è sembrato giusto proseguire…

  • Nella stesura dei suoi libri, prende spunto più da casi reali o dalla fantasia?

Direi da entrambe le situazioni. Spesso lo spunto per scrivere una bella storia ti viene offerto da un caso reale (non è affatto decisivo che sia stato proprio tu a seguirlo personalmente), ma nel corso della stesura del romanzo è inevitabile, per esigenze narrative o per altri motivi, discostarsi, anche di molto, dal “caso reale”. Insomma, i personaggi vengono – com’è ovvio – sempre alquanto romanzati, resi maggiormente letterari, più “interessanti” (più buoni, più cattivi, più o meno infidi, coraggiosi o pavidi,  a seconda delle necessità, e via discorrendo). Anche la storia, laddove ispirata a fatti reali, viene quasi sempre del tutto stravolta e resa irriconoscibile, soprattutto allo scopo di renderla più avvincente e più appetibile per il lettore.

  • Qual è stata la sua formazione letteraria?

Direi che sono sempre stato un lettore onnivoro. Mi sono accostato con la medesima curiosità ai cosiddetti classici come ai romanzi d’avventura e ho letto con uguale piacere sia delle peripezie di Renzo e Lucia nei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, sia di quelle delle dinastie Courteney e Ballantyne nei romanzi africani di Wilbur Smith. Il primo che lessi s’intitolava La volpe dorata e mi piacque moltissimo. Ovviamente, non apprezzo tutti gli autori allo stesso modo, tuttavia leggo volentieri quasi tutto (con qualche naturale eccezione), da Roth a Franzen, passando per Camilleri e Pennacchi, per arrivare magari a Stephen King (un genio assoluto secondo me, spesso ingiustamente e riduttivamente relegato al ruolo di “scrittore horror”).

  • Che differenza c’è tra il romanzo giudiziario italiano e il legal thriller americano?

Infinite (a causa delle innumerevoli differenze tra  il sistema giuridico statunitense e quello italiano, ndr). Mi verrebbe da dire che si tratta di due generi completamente diversi, il cui unico trait d’union è rappresentato dalla professione svolta dal protagonista della storia (in genere un avvocato). E’ una domanda che mi viene posta spesso. Qualche tempo fa ho trattato l’argomento nel corso di un convegno all’università LUMSA di Roma, nel quale ho cercato di spiegare proprio le principali differenze tra il c.d. “legal thriller” di stampo statunitense e il nostro, senza dubbio non meno interessante, “romanzo giudiziario” o “giallo d’aula”.

  • Che ruolo può avere nella vita di un giurista la letteratura giudiziaria?

Un ruolo molto importante credo e sono in molti oramai che la pensano come me. Peraltro, lo dimostra proprio il fatto che in moltissime università italiane, anche di grande prestigio, stanno nascendo sempre più di frequente corsi e laboratori di “Diritto e Letteratura”, con lo scopo di arricchire il patrimonio di conoscenze dello studente, il che dovrebbe portare ad accrescere in modo consapevole e ragionato la sua visione, non solo culturale, ma anche “operativa”, del fenomeno giuridico.

  • Può essere utile per capire i meccanismi di funzionamento della giustizia o rischia di allontanare troppo dalla realtà il lettore?

E’ proprio questo il punto essenziale della questione. Maggiore sarà l’aderenza dell’opera letteraria, in genere del romanzo, con la realtà del sistema giudiziario (con cui lo studente prima o poi si dovrà confrontare) e tanto maggiore sarà l’utilità per lui dello studio della c.d. “letteratura giudiziaria”. Al contrario, un’eccessiva libertà nella descrizione e rappresentazione del funzionamento e dei meccanismi del nostro processo potrebbe causare appunto una sorta di “fuga dalla realtà”, con la conseguenza d’ingenerare forti delusioni rispetto alle aspettative iniziali. In sostanza, l’aderenza alla realtà, sia pure nell’ambito di quella che è e deve restare letteratura e non manualistica (quindi qualcosa di vivo e avvincente, qualcosa in grado di catturare l’attenzione del lettore, con una forza tale da costringerlo a sfogliare il libro pagina dopo pagina per arrivare prima possibile alla fine della storia) dovrebbe essere, a mio avviso, il requisito fondamentale per valutare l’effettiva utilità dello studio, anche in ambito universitario, della c.d. “letteratura giudiziaria”. Insomma, credo sia giusto che gli studenti capiscano fin da subito di che morte dovranno morire se, al termine del loro corso di studi, decideranno di fare i giudici o gli avvocati…

 

 

In conclusione, la letteratura giudiziaria coltivata dagli scrittori ‘togati’ può essere vista come un modo di esprimere amore verso il diritto, suscitando interesse per situazioni e personaggi ai limiti della legalità e oltre. La letteratura giuridica non fa altro che riflettere nella finzione, la realtà di questo meccanismo imperfetto che è il sistema giudiziario, non sempre capace di garantire la giustizia.

 

di Ilaria Nebulosi

 

 

 

 

 

Author: Ilaria Nebulosi

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1 Comment

  1. Cerchiamo un Aiuto per i nostri Seneggiature ( Avv, Drama, Thriller e Spy ) ringraziamo di Tutto…?

    Distinti Saluti
    Rodorium@tiscali.it

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