Scambio elettorale politico-mafioso,nuova riforma in arrivo

Poche settimane fa l’aula della Camera ha espresso il consenso favorevole alla riforma, che modificherebbe l’articolo 416 ter del codice penale: 280 voti a favore, 135 contrari e 10 astenuti. Il testo tornerà al Senato per la quarta lettura perché è stato modificato. La norma di cui al 416 ter c.p. configura lo “scambio elettorale politico-mafioso”: una fattispecie di reato specifica -distinta dal fenomeno della corruzione elettorale- riguardante i rapporti tra organizzazioni mafiose e altri soggetti del contesto politico.

Andrea Alberico

Per comprendere le ragioni di tale proposta di riforma, riportiamo il confronto avuto con Andrea Alberico, ricercatore di diritto penale.

In quale contesto storico-politico è stato introdotto il reato?

La fattispecie è stata introdotta all’interno del nostro codice penale dal d.l. 306/1992, un prodotto frettolosamente licenziato dal governo, sotto la spinta emotiva ed emergenziale delle stragi di mafia dello stesso anno. Per la precisione, la fattispecie di “scambio elettorale” non compariva nel testo originario del decreto, ma fu ipotizzata durante i lavori della Commissione Giustizia della Camera sul disegno di legge di conversione. Ad ogni modo, il clima di allarme politico-istituzionale dell’epoca si riscontra proprio da un’analisi dei lavori parlamentari, da cui è evidente come i timori della classe politica abbiano inciso sull’iter e sul testo della legge di conversione. Infatti, Il 7 agosto 1992 venne approvata la legge n. 356 che recava il novello art. 416ter c.p.: una disposizione ben lontana dal disegno di legge iniziale. Nella originaria formulazione pervenuta in Parlamento, infatti, si proponeva di far riferimento, nell’oggetto della controprestazione del politico, oltre che alla erogazione di denaro, anche alla promessa di agevolare l’acquisizione di concessioni, appalti, contributi, finanziamenti pubblici o comunque la realizzazione di profitti; tuttavia quest’ultima parte è stata soppressa in sede di voto finale dietro sollecitazione del Ministro Martelli. La formulazione finale della norma si rivelò del tutto inadeguata: prevedeva la pena solamente per chi avesse ottenuto la promessa dei voti dall’associazione mafiosa in cambio di erogazione di denaro, circostanza molto rara a verificarsi nella realtà, o comunque difficilmente provabile in giudizio.

Quali sono state le motivazioni che hanno condotto il legislatore alla riforma del 2014?

Le criticità della legge del 1992, sostanzialmente, saranno avvertite per circa due decenni, in particolar modo dalla giurisprudenza: scarsa chiarezza della condotta penalmente rilevante, eccessiva restrizione dell’ambito applicativo e continue incertezze interpretative. Il dibattito legislativo ha visto nel corso del tempo la proposizione di più bozze di modifica, di fatto poi sintetizzate dalla legge 17 aprile 2014 n.62, che ha riformulato l’art 416 ter c.p:

– ampliamento dell’oggetto della controprestazione di chi ottiene la promessa di voti (viene contemplato non solo il denaro ma anche “altra utilità”);

-riferimento esplicito al metodo mafioso (“alle modalità di cui al terzo comma dell’articolo 416 bis”) che deve connotare la promessa di procurare voti;

-incriminazione della condotta del soggetto che promette di procacciare i suffragi, con punizione di entrambi i protagonisti del patto criminale (il reato diviene plurisoggettivo necessario proprio);

–  reclusione da 4 a 10 anni. In proposito è opportuno segnalare che la legge 103/2017 ha elevato la cornice edittale, sia nei limiti minimi che in quelli massimi, fino agli attuali 6 e 12 anni.

La nuova norma – così come riscritta – riesce a soddisfare le esigenze politico-criminali che hanno portato alla riforma?

Certamente la riforma del 2014 aveva una sua coerenza e rispondeva alle necessità che si erano avvertite sin dal 1992.  Senza dubbio, inoltre, la riforma ha provato a chiarire i rapporti tra scambio elettorale politico-mafioso e concorso esterno (artt. 110-416 bis c.p.): le due condotte sono complementari ma diverse. Lo scambio elettorale si pone in un rapporto di sussidiarietà con il concorso esterno, nella misura in cui, punendo il mero accordo, costituisce un reato di pericolo; al contrario, il concorso esterno – nella “formulazione” che ne hanno dato le Sezioni unite “Mannino”, è reato che richiede il necessario evento di rafforzamento dell’associazione mafiosa.

La recente proposta di legge si pone, dunque, in continuità con la riforma del 2014?

Rispetto alla formulazione vigente, la proposta di legge A.C. 1032 prevede sostanziali innovazioni. Menziono le più rilevanti: estensione della punibilità ai casi in cui la condotta sia stata realizzata mediante ricorso ad intermediari; eliminazione del riferimento all’utilizzo del metodo mafioso nell’attività di procacciamento dei voti; aumento della cornice edittale, prevedendo la pena della reclusione da 10 a 15 anni: con una scelta di dubbia ragionevolezza, si tratta della medesima pena prevista per il partecipe e, dunque, per il concorrente esterno. In particolare, l’aumento sanzionatorio può risultare addirittura sproporzionato per un ulteriore motivo: per il reato di scambio elettorale potrebbe trovare applicazione, per il promissario (il politico), l’aggravante speciale di cui all’art. 7, l. n.203/1991 (oggi art. 416bis.1 c.p.), sub specie “finalità di agevolare l’attività di un’associazione di tipo mafioso”.

In conclusione si può affermare che il legislatore appaia più preoccupato di dare la stura a riforme simboliche, caratterizzate dalla vaghezza del testo legislativo e dall’incremento delle pene edittali, tipiche di un diritto penale di matrice populista, piuttosto che ad intervenire sulla disposizione per sopperire alle sue eventuali criticità .

 

-Stefano Imparato

Author: Caterina Bracciano

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