Il ruolo del Presidente della Repubblica alla luce dell’attuale quadro politico

Il dibattito del 12 giugno sul ruolo del Presidente della Repubblica è stato frutto di un’importante collaborazione fra Studentigiurisprudenza.it e altre associazioni di rappresentanza studentesca, che hanno lavorato per rendere possibile un confronto aperto a tutti.

Marco Iasevoli ,giornalista parlamentare dell’Avvenire, è stato il primo a dare avvio al dibattito con un breve excursus della situazione, richiamando le elezioni del 4 marzo, dopo le quali vi è stata una fase caratterizzata da concitate consultazioni da cui sono emersi solo segni politici diversi. Si sono così registrate essenzialmente posizioni contrastanti. Mattarella voleva conferire un incarico a chi garantisse una maggioranza assoluta in aula, quindi dopo aver esplorato le possibili maggioranze, ha proposto il “governo neutrale”, che prevedeva una scadenza, cioè l’inverno 2019 (quindi il tempo necessario per il Bilancio) oppure il restare in piedi finché non si fosse raggiunta una maggioranza parlamentare.

Le forze politiche si sono conseguentemente opposte, reclamando un possibile voto a Luglio.Da qui, le trattative per comporre un “contratto”.

E’ emersa poi la figura di Giuseppe Conte, incaricato come presidente del consiglio, il quale aveva accettato con riserva. Una volta presentata la lista dei ministri, si è subito posta la questione di Savona come ministro dell’economia.

Decisiva è stata allora la scelta del Capo dello Stato che ha optato per il non firmare, scatenando sgomento, cosicché le forze politiche hanno poi minacciano l’impeachment (in realtà figura del common law).

In questo scenario,Sandro Staiano, professore ordinario di Diritto Costituzionale, ammette a priori la grande anomalia dell’esperienza attuale rispetto alla storia dell’esperienza repubblicana.Il modello costituzionale denota grande capacità conformativa. Capacità che è espressione della scelta compromissoria dell’epoca, intesa estrema elasticità.

Punti fermi della fattispecie a formazione progressiva sono:

  1. Democrazia come democrazia rappresentativa;
  2. Democrazia come democrazia dei partiti (i quali sono i formanti delle regole per la formazione del governo, considerando quindi l’alveo della legge elettorale);
  3. Parlamentarismo: i partiti infatti scrivono le regole, considerando la flessibilità delle convenzioni costituzionali.

Matura, in tempo di crisi, la convenzione per cui l’incarico è conferito al capo della coalizione vincente: sistema in seguito disarticolato (basti guardare i cc.dd. Porcellum, Italicum e Rosatellum).

Elementi connotativi della legge elettorale sono due:

  1. La legge elettorale consente alla leadership di determinare chi sarà eletto;
  2. La legge elettorale evita lo schieramento vincente (è prodotta sul timore di vittoria elettorale se si ha una soglia minore del 30%).

Quest’ultimo aspetto denota l’innestarsi in un sistema in cui è difficile formare coalizioni (vista la soglia complessa del 40%). Se la precedente legislatura prevedeva incarico conferito al capo della coalizione vincente, ad oggi non c’è questa convenzione, poiché è la stessa legge elettorale a disarticolare ciò. Rileva però la figura del leader come colui che riesce a farsi percepire come legittimato, a differenza della tradizionale investitura del singolo.

E quindi, il ruolo del Capo dello Stato è stato vincolato dalle convenzioni dei partiti quali formanti, convenzioni ormai dissolte: emerge così la naturale espansione dei poteri del Presidente della Repubblica, denotando come questi sia non un attore neutrale, bensì un attore di primario rilievo.

Massimo Villone,invece, emerito professore ordinario di Diritto Costituzionale, si fa notare da subito per una diversa dottrina.

Partendo dalla Carta Costituzionale, il dibattito emerge sull’interpretazione degli articoli 92 e 94.

L’art 92 ammette:

“Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri.Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri”.

L’art. 94, invece:

“Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere.Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale.Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia.Il voto contrario di una o d’entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni.La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione”.

Il Capo dello Stato non ha totale discrezionalità, ma deve nominare chi ha la capacità di acquistare la fiducia delle Camere.Il contesto attuale ha fatto saltare quindi le ritualità. Quindi, la scelta di Mattarella è palesemente politica, ma il Capo dello Stato non deve essere portatore dei suoi personali indirizzi politici per Villone.

Denotate quindi le due linee di pensiero, si comprende come anche all’interno dell’ambito del diritto costituzionale le posizioni possono divergere di gran lunga l’una dall’altra,ma ciò non toglie che alla base deve esserci sempre la volontà di aprirsi al dialogo.

 

-Massimo Festosi

Author: Massimo Festosi

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