Fernweh: il Paradosso di Zenone

“Per non diventare molto infelici il mezzo più sicuro sta nel non pretendere di essere molto felici.”
                                                                                  Arthur Schopenhauer

 
( La condizione umana di Renè Magritte )
Sarà opportuno comprendere quali siano le istituzioni del mondo romano, e in particolare della Res Publica, in grado di conservarsi ancora oggi nell’ordinamento repubblicano italiano. Cercheremo di scoprire le peculiari motivazioni per cui la Fernweh, la tendenza verso il “non si sa cosa”, abbia permesso la prosecuzione (o il ripristino) di alcuni modelli giuridici piuttosto che di altri.

In breve, ci chiederemo se davvero sia ritenuto possibile costituire il dato empirico nella misura in cui l’obiettivo dichiarato sia il “non si sa cosa”. La risposta sembrerebbe essere affermativa, poiché la nostra primitiva volontà di allontanarci dal fuoco ci ricorda, inevitabilmente, la natura paradossale del nostro stesso istinto: un insieme irrazionale di dati esperenziali.

A differenza dell’arcaico mondo romano, netta è oggi la separazione tra le cariche politiche civili e le cariche militari, fatta eccezione per le prerogative militari del Presidente della Repubblica e tranne in caso di dichiarazione di guerra. 

A Roma, inoltre, non esistevano partiti, sanciti dalla nostra costituzione come soggetti istituzionali, ma solo movimenti di opinione fondati sulla propaganda (Cesare si indebitò fino alla bancarotta per ottenere la carica di Console). 

Il nepotismo, così come il voto di scambio, erano diffusamente praticati e legali. 

Tutte le cariche duravano un anno, tranne quella di censore, che durava un anno e mezzo, senza possibilità di essere immediatamente rieletti. 

Il consolato di Caio Mario, durato cinque anni consecutivi alla fine della Repubblica, fu considerato aberrazione e palese violazione della Constitutio Romana, ossia l’ordinamento costituzionale romano che, da sottolineare, era dato da una continua stratificazione consuetudinaria (non da repentine riforme legislative). Nel nostro ordinamento giuridico la Consuetudine è fonte marginale di diritto, non fonte primaria. 

Eppure, ben oltre queste chiare differenze di fondo, come nel 1948 si concretizzò il restauro dell’antica Res Publica, così nel 1922 c’era stato il ripristino di una tirannica e aggressiva dittatura.

L’elemento di selezione, quindi, non è rappresentato dalla perfzionabilità in sé, bensì dall’idoneità contestuale capace di migliorare specifiche fattispecie. Difatti, quando si parla di “diritto vivente”, si fa riferimento a un’interpretazione normativa variabile in virtù del periodo nel quale la stessa norma viene collocata.

Ciascuna istituzione di qualsiasi ordinamento giuridico, a mio parere, risulta sempre essere caratterizzata da quella che sono solito identificare come “malattia della tartaruga”. Se la Fernweh è l’aspirazione, sebbene il suo processo filosofico sia indubbiamente meno rapido della fattuale evoluzione istituzionale, si tratta comunque di una meta finale incerta. Dunque, l’indefinitezza della sua posizione non può che comportare un’impossibilità di soddisfazione: possono esistere istituzioni più idonee di altre, ma non può mai esistere un’istituzione universalmente migliore di tutte le altre, in quanto l’obiettivo è sottoposto a illimitati margini di variabilità.

Una delle descrizioni del più famoso dei paradossi di Zenone, è quella dello scrittore argentino Jorge Luis Borges: «Achille, simbolo di rapidità, deve raggiungere la tartaruga, simbolo di lentezza. Achille corre dieci volte più svelto della tartaruga e le concede dieci metri di vantaggio. Achille corre quei dieci metri e la tartaruga percorre un metro; Achille percorre quel metro, la tartaruga percorre un decimetro; Achille percorre quel decimetro, la tartaruga percorre un centimetro; Achille percorre quel centimetro, la tartaruga percorre un millimetro; Achille percorre quel millimetro, la tartaruga percorre un decimo di millimetro, e così via all’infinito; di modo che Achille può correre per sempre senza raggiungerla».

Questo è ciò che avviene anche a livello istituzionale: l’uomo non può restare soddisfatto dell’aver raggiunto il punto fisico dove la meta era inizialmente fissata, se poi la meta stessa è “avanzata” a causa del suo margine di variabilità. Come l’uomo crede di non poter essere universalmente felice poiché non riesce a collocare questa felicità entro limiti spaziali e temporali (rendendola, allora, variabile), così non può costituire l’istituzione ideale senza prima saperla collocare entro i medesimi limiti spaziali e temporali. 

Ciò resta comunque non concretizzabile: è paradossale “schiacciare” il modello ideale, in grado di osservare soltanto “platonica Verità”, entro l’estrema relatività del tempo.
– Luca Orlando