Fernweh: l’Enigma del Tempo

“La meta che l’uomo persegue, è sempre velata. La ragazza che desidera il matrimonio, desidera qualcosa di cui non sa nulla. Il giovane che brama la gloria, non ha alcuna idea di che cosa sia questa gloria. Ciò che dà un senso al nostro comportamento, è sempre qualcosa che ci è totalmente sconosciuto”
Milan Kundera

                                                                    ( L’enigma dell’ora di Giorgio de Chirico )

Il legislatore del Codice Rocco, nel suo articolo 17, definisce la reclusione come misura sanzionatoria attorno alla quale il sistema giuridico italiano è tenuto a ruotare. Ciò è paradossale: nell’assetto punitivo sorto nella Roma arcaica e ritenuto valido per circa un millennio, difatti, il carcere svolge una funzione del tutto marginale.

Ho inevitabilmente pensato a una biforcazione tra due paralleli archi di tempo: il primo è quello tipicamente condiviso, secondo cui il nostro ordinamento resta fortemente influenzato dalla classica tradizione romanistica; l’alternativa, invece, deriva da un’interpretazione personale. In breve, c’è un inequivocabile “scontro fratricida” tra presente e passato, un drammatico “conflitto di interessi”.

Potremmo allora ipotizzare, in virtù di un gerarchico principio legislativo, che uno dei due archi temporali debba necessariamente frantumarsi al cospetto dell’altro.

Io non la vedo esattamente così. Ho ricordato un’opera di De Chirico: “L’Enigma dell’ora”. Un’analisi della stessa, seppur breve e poco approfondita, mi è stata sufficiente per comprendere la teorica condivisibilità di due differenti archi temporali.

Il dipinto raffigura due persone, un orologio con lancette che indicano le 14.55 e un’atmosfera da tardo pomeriggio.

Tuttavia, l’enigma non sta nel comprendere se l’orologio sia effettivamente fermo oppure in movimento.

L’attimo segnato dalle sfere dell’orologio, il presente che fugge, non corrisponde alla durata reale del tempo. Le lancette di un orologio non hanno diritto di denotare il tempo di ciascuna figura umana che osserva dentro se stessa. Le figure umane vivono un tempo che non è mai, come quello di un orologio, circolare e coerente. Esse vivono un tempo lineare, vuoto e senza meta.

Almeno nel corso dell’Età arcaica, dunque, i romani non conoscevano la direzione verso la quale stavano involontariamente proiettandosi.

Ciò derivava, in parte, anche dalla mancanza assoluta di esperienza: un neonato, non avendo contemplato la paura, non è “spaventato”. Eppure, può sentirsi chiaramente “esiliato” dal corpo che, fino ad quel momento, gli è servito da “scudo”. 

Come un arcaico e disordinato sistema di leggi più chimiche che morali, esso appare una male assemblata massa parzialmente deforme, incapace addirittura di un autentico potere esecutivo. Qualcuno di loro protende le piccole braccia verso il corpo nudo della madre, quasi a voler catturare ciò che ha ormai perduto: la sicurezza del naturale nulla, le seduzioni del Nulla. Il neonato è una penosa idea, talvolta piena di sé, privata dei mezzi utili per raggiungersi. 

Ebbene, la presa di coscienza di una talmente precaria condizione, in un certo senso, consentì il determinante passaggio all’Età Repubblicana: ciò che è superbo (Tarquinio), per legge, fu giudicato tendenzialmente scellerato e approssimativamente innaturale.

Nessun Imperatore “scelse” la Fernweh, l’immotivata tendenza verso l’ignoto, ma ciascuno si impegnò a “seguirla” nelle due epoche successive.

Ciò avvenne nell’istante in cui i romani presero coscienza di una cruda verità: non appena si comincia a percorrere la stretta strada dell’Altrove per istinto animale, inevitabilmente ogni prospettiva non è più reputata meritevole dei limiti delle sbarre. La prigione era un privilegio privo di barbarie e di “legittime crudeltà”, le stesse che avrebbero trovato pieno compimento nelle “Quaestiones Perpetuae” oppure con una piuttosto fantomatica “Legge del taglione”.

Dev’essere ormai trascorso molto tempo da quando mi chiesi per la prima volta cosa realmente fossero “Le Sbarre” e, al capolinea di un’accorta riflessione, soltanto oggi potrei dire di essere giunto a una conclusione accettabile: tutto quanto era il carcere. Ma i romani no: i romani non volevano essere “Le Sbarre”.

-Luca Orlando