Fernweh: la rassicurante involontarietà delle azioni

“La nostalgia è il desiderio di non si sa cosa”.

                                                       Antoine de Saint-Exupéry
                                                                             ( Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich ) 

Nel settembre del 1987, in merito a un dibattito relativo all’utilizzo di dati personali nel settore di polizia, un ministro del Consiglio d’Europa notificò, per la prima volta in un documento ufficiale, il termine di origine tedesca “Fernweh”.

Questa parola non ha una precisa traduzione, non è definibile con un corrispondente sostantivo per ogni altra lingua. Potrebbe voler dire, letteralmente, folle nostalgia dell’Altrove, immotivata tendenza verso l’Ignoto.

Fernweh è, in qualche modo, la più straniante sintesi tra filosofia e diritto, tra quest’ultimo e la morale cui dovrebbe tendenzialmente corrispondere.

Essa rappresenta, sul piano filosofico, il nostro primordiale bisogno di evadere da noi stessi: imperdonabile necessità di sopprimere il vecchio con il nuovo, consapevoli di rimpiangere ciò che abbiamo intenzionalmente occultato.

D’altro canto, la “folle tendenza verso l’Ignoto” è, in una sorta di “psicanalisi giurisprudenziale”, ciò che spinge un soggetto a diventare “omicida” (appunto, verso l’Ignoto, verso sensazioni ancora inesplorate), ciò che per una giuria concretizza la colpevolezza di un individuo anche in assenza di prove sufficienti, l’ipocrisia malata dell’avvocato che difende il criminale, la volontà del giudice nel condannare un comprensibile “errore umano”.

Eppure, “Fernweh” non è il superamento del confine. Essa traccia, piuttosto, il confine stesso. Non è una linea retta. Sono tratti curvi e disomogenei: la giusta misura in cui l’atto posto in “Essere” (giuridicamente punibile e razionalmente volontario) ancora si trova a pochi centimetri dalla volontarietà cerebrale.

Questa rubrica non sarà dedicata a chi cerca risposte, sarà dedicata a chi è disposto a conoscere la riflessione a fondamento delle risposte che è consapevole di portare dentro.

Non procederemo in modo del tutto filosofico, se erroneamente si volesse pensare che nel “filosofico” debba nascondersi qualcosa di complesso e poco ordinato. Seguiremo, nella minuziosa analisi delle radici del diritto in ogni loro aspetto, il nostro stesso percorso universitario: trenta articoli, ognuno per ciascuna materia che studieremo, sebbene analizzare i fatti non sarà lo scopo della rubrica. Ci occuperemo di trovare il “Fernweh” in ogni fatto che menzioneremo.

In origine, le pubblicazioni sarebbero dovute realizzarsi a cadenza mensile: il 17 di ogni mese, a partire da settembre 2017 e concludendo questo percorso nel febbraio del 2020. Si sarebbe trattato, fondamentalmente, di due date emblematiche: la parola “Fernweh” fu trascritta per la prima e unica volta in documento giuridico ufficiale il 17 settembre del 1987, esattamente trent’anni fa; il 17 febbraio del 1992, invece, ebbe inizio il processo per “Tangentopoli”, astratto dipinto nel nostro paese del lacerante contrasto tra diritto e morale.

In fondo, citando Novalis, “la filosofia stessa è nostalgia: il desiderio di essere a casa”

-Luca Orlando