Risarcimento non sufficientemente chiaro

Il 14 aprile 2015 con la Causa Contrada c. Italia, Ricorso n. 66655/13, la Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha sanzionato l’Italia per la condanna a 10 anni inflitta a Bruno Contrada per concorso esterno in associazione mafiosa.

Secondo i giudici di Strasburgo, l’ex 007 e numero due del SISDE, non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa perché, all’epoca dei fatti (1979-1988), il reato non “era sufficientemente chiaro e il ricorrente non poteva conoscere nello specifico la pena in cui incorreva per la responsabilità penale che discendeva dagli atti compiuti”, condannando l’Italia a un risarcimento per danni morali di 10 mila euro.

La Corte d’Appello di Palermo, presieduta da Fabio Marino, con ordinanza depositata il 6 aprile 2020, ha accolto la richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione, superando le obiezioni della Procura generale e dell’Avvocatura dello Stato e disponendo a favore dell’ex poliziotto una somma di 667 mila euro.

 

I giudici europei si sono tenuti ben distanti da un giudizio nel merito dei fatti per cui lo stesso Contrada è stato ritenuto colpevole. E lo stesso hanno fatto i giudici della Suprema Corte nel 2017, quando hanno dichiarato  “ineseguibile e improduttiva di effetti penali la sentenza di condanna” divenuta definitiva nel 2007.

 

Nonostante gli organi di informazione sostengano l’avvenuta “revoca della sentenza di condanna”, non siamo in presenza dei relativi casi di abolizione del reato (depenalizzazione, abrogazione o dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma) in virtù dei quali si può chiedere al Giudice dell’esecuzione competente la revoca della sentenza o del decreto irrevocabili.

Infatti, nelle motivazioni della sentenza con cui sono state recepite le indicazioni della Corte di Strasburgo si legge che “nel caso di specie non vi è in effetti alcuno spazio per revocare il giudicato di condanna presupposto, la cui eliminazione non è richiesta, né direttamente né indirettamente, dalla Corte EDU”. Diversamente, “la sentenza emessa nei confronti di Bruno Contrada dalla Corte di appello di Palermo il 25/02/2006, divenuta irrevocabile il 10/05/2007, deve essere dichiarata ineseguibile e improduttiva di effetti penali”.

Tanto più che i fatti accertati nel corso dei processi e riprodotti nelle sentenze evidenziavano l’esistenza di rapporti, da parte di Contrada, di grave collusione con la mafia.

Tra questi, degni di memoria sono il rilascio delle patenti dei boss Stefano Bontate e Giuseppe Greco, di porti d’arma ai fratelli Caro; l’agevolazione della latitanza di Totò Riina e Salvatore Inzerillo e della fuga dall’Italia di John Gambino e dello stesso imprenditore bresciano arrestato in Svizzera nel 1988 come riciclatore della mafia, Oliviero Tognoli. Quest’ultimo, in particolare, ammetterà il coinvolgimento nella fuga di Contrada, interrogato a Lugano dalla giudice Carla Del Ponte insieme ai colleghi Falcone e Lehman (i quali quattro mesi dopo saranno vittime del tentato attentanti all’Addaura), per poi rifiutarsi di metterlo al verbale.

Elementi questi tutti che, al di là della “conoscibilità” o meno dell’esistenza del reato di concorso esterno, si prefiguravano comunque sufficienti per arrivare ad una condanna per associazione a delinquere (fino al 1983), o per associazione mafiosa (dopo), o per favoreggiamento alla mafia.

 

Nel corso del processo, dal canto suo, Contrada fece ricorso alla testimonianza, tra gli altri, del Generale Mori, ex comandante del Ros condannato in primo grado all’esito dello storico Processo sulla Trattativa Stato-Mafia a 12 anni di reclusione.

 

Se la prima sentenza di condanna era stata definita dall’allora Presidente della Commissione Antimafia Tiziana Parenti  “sentenza nazista”, ora abbonderanno gli elogi a questa apparente nuova vittima del giustizialismo.

Mai come in questo delicato momento per il Paese intero, però, si può permettere a un condannato e mai assolto, al simbolo di uno Stato-mafia che è sempre sceso a patti, che ha perpetrato depistaggi e cercato di insabbiare la verità, di diventare un martire dello Stato-giusto, che scende in corsia in prima persona, nonostante le minacce più pericolose, per aiutare i propri concittadini.

Articolo di Francesca Caruso

Author: Mariachiara Coppolino

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