Il reato di revenge porn

La scoperta del più grande network italiano di revenge porn su telegram ha messo in luce la drammaticità e l’ordinarietà di tale fenomeno.

Quanto è emerso ha scosso un paese intero.

43mila iscritti, 30mila messaggi al giorno, migliaia le vittime infamate, oggettificate, mercificate.

Molti degli iscritti, probabilmente, non riescono ad immaginare di star compiendo un reato o quanta sofferenza causeranno alle vittime. Per loro è un gioco, una vendetta, un diritto…non si rendono conto che possono spezzare una vita, farle perdere il lavoro, metterla a rischio.

Studentigiurisprudenza.it opera costantemente per i futuri giuristi, per gli studenti dell’oggi e non può che farlo, anche, con opere di sensibilizzazione. Avevamo, già, esaminato il reato di “revenge porn”, lo scorso 12 novembre, con il convegno “Lesione dei diritti a mezzo web”. Sentiamo, però, la necessità di riproporre l’argomento: abbiamo deciso di contattare uno dei relatori del suddetto convegno per far chiarezza, a tutti noi, sulla recente fattispecie.

L’avv. penalista Manuel Fabozzo ci spiega, nel seguente articolo, cosa sia il revenge porn e come questo venga regolato dall’ordinamento giuridico.

Il reato di “Revenge Porn ex art.612-ter c.p: una difficile partita culturale.

E’ di pochi giorni fa la notizia della scoperta di una rete di 21 canali Telegram (con circa 43mila iscritti) contenenti video e foto privati, diffusi senza il consenso delle persone che vi compaiono. In questi canali potevano rinvenirsi anche i numeri di telefono e i profili social delle vittime, al fine di rendere loro “la vita impossibile”. Ad ogni foto gli utenti potevano dedicare “tributi” consistenti in foto dalle quali era possibile evincere l’atto della masturbazione di chi osservava.

Uno scenario degradante, che rende assolutamente necessario evidenziare quali sono attualmente i rimedi che l’ordinamento giuridico penale predispone al fine di fronteggiare gli odiosi fenomeni di “pornografia non consensuale”.

 

Il reato di “Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti” (c.d. “Revenge Porn”)

Con la L. 19 del 2019 il legislatore ha introdotto all’art. 612-ter c.p. il reato di “diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti” (c.d. “Revenge Porn”), andando così a colmare una lacuna certamente esistente nel nostro ordinamento. 

Il reato di “Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti” di cui all’art. 612-ter c.p. è stato collocato dal legislatore subito dopo il reato di “stalking” di cui all’art. 612-bis c.p e dunque tra i delitti contro la libertà morale della persona intesa come libertà di autodeterminazione del soggetto costituzionalmente tutelata dall’art. 13 COST., in quanto ricompresa nel novero delle libertà personali dell’individuo. 

L’art. 612 ter c.p. al comma uno recita: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 5.000 a euro 15.000.”

Il primo comma si riferisce alle condotte del c.d. “primo distributore”, ossia colui che per primo produce o sottrae e poi diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito. 

La sussistenza della fattispecie de quo si pone in un rapporto ad escludendum con il consenso validamente prestato dalla persona offesa alla diffusione delle sue immagini o video a contenuto sessualmente esplicito. Un ipotetico consenso della persona ritratta, infatti, escluderebbe ab origine la sussistenza del fatto tipico.

L’oggetto del reato sono le “immagini o video a contenuto sessualmente esplicito”: terminologia, questa, volutamente elastica ma che desta molteplici perplessità.

L’elemento soggettivo richiesto è quello del dolo generico, essendo richiesta la coscienza e volontà della realizzazione o della sottrazione del materiale a contenuto sessualmente esplicito.
Al comma due dello stesso articolo è sancito: La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video di cui al primo comma, li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro nocumento.”
Il secondo comma, dunque, a differenza del primo, si riferisce invece ai c.d. “secondi distributori”, ossia coloro che ricevono dal primo distributore (che può essere anche la stessa persona offesa) l’immagine o il video a contenuto sessualmente esplicito e a loro volta li inviano, consegnano, cedono o pubblicano senza il loro consenso, al fine di recare nocumento alla persona ritratta.

In questo caso però il legislatore ha richiesto per la punibilità dei “secondi distributori” di provare la presenza del dolo specifico, ossia il preciso fine di recare nocumento alle persone ritratte.
I successivi commi 3 e 4 prevedono invece una serie di aggravanti rappresentate dalla circostanza che i fatti: 1) siano commessi dal coniuge anche separato o divorziato o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa; 2) siano posti in essere attraverso strumenti informatici o telematici; 3) siano commessi in danno di persona in stato di inferiorità fisica o psichica; 4) siano commessi in danno di una donna in stato di gravidanza.

Il comma 5 dell’art. 612-ter c.p. infine recita: “Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale. Si procede tuttavia d’ufficio nei casi di cui al quarto comma, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio.”

E’ stato previsto, dunque, un termine “lungo” di sei mesi ai fini della proposizione del reato in deroga al termine “normale” di 3 mesi previsto dall’art. 124 c.p. 

La possibilità di rimettere la querela soltanto in sede processuale appare funzionale ad una più efficace supervisione del giudice in ordine alla “veridicità” della volontà di rinunciare alle pretese oggetto di querela. Parimenti la procedibilità d’ufficio nei casi in cui i fatti siano commessi in danno di soggetti che destano in uno stato di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza appare coerente con il maggior disvalore sociale insito alle condotte de quibus

In conclusione, ci si augura che il nuovo reato di cui all’art. 612-ter c.p., prima che da un punto di vista “pratico”, possa avere delle ricadute anche su un piano culturale, rappresentando un forte messaggio alla collettività teso a ripudiare tutte le condotte di “pornografia non consensuale”.

Il diritto penale, infatti, rappresenta l’extrema ratio in una società che dovrebbe debellare certi fenomeni odiosi soprattutto con un giusto e sano approccio culturale.

Articolo dell’avv. Manuel Fabozzo

Author: Mariachiara Coppolino

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