Regionalismo differenziato: lo spacca-Italia, tra criticità e ambiguità

“Regionalismo differenziato, ruolo del Parlamento e unità del Paese”, è questa l’apodittica ed esemplificativa intestazione dell’appello rivolto da 59 costituzionalisti, nel marzo scorso, al Presidente della Repubblica, ai Presidenti e componenti delle Camere “affinché garantiscano il ruolo del Parlamento anche rispetto alle esigenze sottese a uno sviluppo equilibrato e solidale del regionalismo italiano, a garanzia dell’unità del Paese”.

Un appello accorato e coerente, indicativo di quanto sia pericolosa, imprudente ed irreversibile la deriva confusionaria cui potrebbe condurre il regionalismo a geometria variabile.

Nell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione- che prevede che la legge ordinaria possa attribuire alle regioni “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” sulla base di un’intesa fra lo Stato e la regione interessata- e nei meandri, volutamente opachi, di un regionalismo differenziato a trazione leghista, sempre più avulso da una lettura sistematica del dettato costituzionale che tenga conto dei principi di eguaglianza e solidarietà, avremo modo di addentrarci con l’ausilio del Professore Alberto Lucarelli, Professore Ordinario di Diritto costituzionale presso il Dipartimento di Giurisprudenza della Federico II di Napoli.

Professore Lucarelli, partirei dalla genesi del regionalismo differenziato col chiederLe se Lei condivida la tesi di chi- come Isaia Sales- ravvede nella riforma del Titolo V della Costituzione (che ha introdotto la disposizione di cui all’articolo 116, terzo comma), operata alla vigilia delle elezioni del 2001, lo strumento di “omeopatia istituzionale” con cui il centro-sinistra contese voti alla Lega già federalista, che stava razziando rendite elettorali nei territori settentrionali.

L’approvazione del federalismo, l’abolizione della parola Mezzogiorno dalla Costituzione, la possibilità di un regionalismo differenziato sembrano aver integrato un rischioso atto di miopia politica che sembra confermare ciò che Dahrendorf scriveva su Repubblica nel settembre del 1996: “Il sonno degli Stati genera Padanie”.

Lei cosa ne pensa?

Innanzitutto io credo che quella norma, il 116, comma tre, della Costituzione, sia una norma – introdotta appunto nel 2001- non armonica con la prima parte della Costituzione. La norma presenta una disarmonia, poi, ovviamente, a valle, bisogna vedere come viene attuata.

Perché presenta una disarmonia? Perché il concetto di differenziazione in quanto tale, in re ipsa, anche de facto, determina degli elementi che non sono armonici rispetto al principio di uguaglianza sostanziale, rispetto al principio solidaristico, ancora di più, rispetto al principio di unità ed indivisibilità.

Quella fu una norma fortemente voluta dalla Lega Nord e concessa dal Governo di centro- sinistra, all’epoca, in chiusura della propria legislatura. Tra l’altro, non bisogna dimenticare che la legge costituzionale numero 3 del 2001 venne sì approvata da un Governo di centro- sinistra, ma il referendum già si svolse con un Governo di centro-destra. Con una partecipazione, peraltro, relativamente bassa: andò al voto meno del 30% degli aventi diritto. Quindi, effettivamente, fu una concessione fatta alle istanze di devoluzione, federali o confederali, che provenivano dalla Lega di Bossi, un movimento che, all’epoca, era fortemente caratterizzato dalla dimensione territoriale.

Isaia Sales, da non giurista, parla di un autogol del centro-sinistra, personalmente, dal punto di vista giuridico colloco questo ragionamento nel solco dell’utilizzo politico della Costituzione. Ogni volta che si vuole utilizzare la Costituzione, o meglio, i progetti di riforma costituzionale per carpire consensi, in chiave squisitamente politica, si perpetra dal punto di vista giuridico una distorsione rispetto a quanto previsto dalle ipotesi di riforma di cui all’articolo 138 della Costituzione, ma dal punto di vista politico sicuramente si realizza anche un autogol. In tal senso, ciò che è avvenuto il 4 dicembre del 2016 con il referendum confermativo a cui è stata sottoposta la riforma costituzionale Renzi- Boschi risulta davvero emblematico.

Professore, Lei da sempre si batte per la difesa dei beni comuni; a tal proposito, Le chiedo quali siano i nessi che intercorrono tra le richieste di autonomia regionale differenziata e le politiche di privatizzazione che le regioni settentrionali potrebbero attuare.

Allora, di questo tema ne ho parlato e ne ho scritto anche in occasione dell’audizione che ho tenuto alla commissione bilaterale la scorsa settimana (audizione in Commissione Federalismo fiscale del 12 Giugno 2019, reperibile presso il sito di Radio Radicale:https://www.radioradicale.it/scheda/576710/commissione-parlamentare-per-lattuazione-del-federalismo-fiscale). In quell’occasione, ho concluso il mio ragionamento evidenziando che l’articolo 116, comma tre, in particolare le bozze delle intese così come le stanno predisponendo, determineranno un vero e proprio danno di natura economico- finanziaria, a svantaggio delle regioni del Mezzogiorno. Tutto ciò provoca due conseguenze: la prima si riverbera sui servizi e sui beni pubblici. Ciò significa che il depauperamento delle regioni del Sud farà sì che i trasferimenti saranno minori, ovviamente, aumentando le materie e le funzioni al Nord; conseguentemente, gli spostamenti di natura perequativa si indeboliranno e si avrà quale conseguenza che le istituzioni non avranno più mezzi e risorse per gestire beni e servizi pubblici. Tutto ciò produrrà un ulteriore effetto: presumibilmente, si avvierà, o meglio, si rafforzerà il processo di dismissione forzata del patrimonio dello Stato.

Tenga presente, inoltre, che nella relazione che tenni al Convegno “Nord e Sud nella Costituzione tra promessa mancata e attuazione”, promosso dal nostro Dipartimento nel dicembre 2018, evidenziai che il passaggio dal diritto pubblico dell’economia statale al diritto pubblico dell’economia regionale- avviatosi negli anni Settanta del Novecento- già avesse determinato un processo di privatizzazione. Il diritto pubblico regionale, lo spostamento del diritto pubblico dell’economia in ambito regionale, ha provocato un indebolimento delle strutture e delle istituzioni meridionali. Tanto è che la CASMEZ (Cassa del mezzogiorno) che fu ad un certo punto, negli anni Settanta, regionalizzata, si indebolì e perse la spinta fondamentale che aveva avuto proprio per quanto concerneva la realizzazione delle opere pubbliche.

Professore, a tal proposito, nel 2020 le Regioni compiranno 50 anni. Il Mezzogiorno può ritenersi soddisfatto del suo regionalismo oppure è da condividere la tesi del politologo Robert David Putnam secondo cui la riforma regionale “ha consentito che le piaghe storiche del Sud diventassero purulente”? A tal proposito, quanto è costato alle regioni meridionali l’abbandono totale della dimensione sovraregionale e la mancanza di un coordinamento permanente tra le otto regioni?

Io che studio il diritto partendo dai beni e dai territori ritengo che la dimensione geografica, quindi il territorio, non visto dal punto di vista geopolitico, ma attraverso il prisma geo-territoriale e geo-morfologico, considerando una serie di interconnessioni sul piano economico e sociale è un dato che, purtroppo, è stato completamente frustrato nel momento della scelta regionalista. La scelta regionalista è stata una scelta di natura geopolitica o geo-amministrativa, ma non geo-territoriale. E noi oggi paghiamo i debiti di questa scelta che risente, tra l’altro, di una definizione delle regioni del 1912. Queste regioni, in realtà, non sono altro che i distretti elettorali che furono determinati nel 1912; non avevano alcuna ambizione di spostarsi su un piano politico che potesse coinvolgere la tutela dei diritti. Lo stesso discorso-

relativo al fatto che sia stata completamente marginalizzata la dimensione geo-territoriale- potrebbe mutuarsi per quanto concerne le città metropolitane.

Difatti, spesso, dato che il processo di autonomie differenziate tace sulle città metropolitane e sull’incerta sorte delle province, si menziona una “deriva confusionaria”. Quando e come si potrà mettere ordine in questo coacervo di organi di governo, ripensando complessivamente alle Regioni e alle autonomie speciali? E, a fronte di questa iper-regionalizzazione, che ruolo residuerebbe in capo ai Sindaci? E’ a rischio la nostra forma di Stato?

Il sistema determina uno stravolgimento e una mutazione della forma di Stato, perché laddove dovesse essere portato a termine il progetto delle intese in attuazione dell’articolo 116, comma tre, si determinerebbe il passaggio da uno Stato unitario a regionalismo debole, a una forma di Stato federale corroborato da una sorta di competizione – e non di collaborazione e cooperazione- tra le Regioni.

Questo è il primo dato fortemente preoccupante.

Il secondo profilo critico riguarda non solo la privatizzazione ma anche la regionalizzazione dello Stato sociale. Questo, ovviamente, si traduce in una forte compressione del welfare, si riverbera sulla tutela dei diritti sociali e, quindi, dei diritti fondamentali. Si concepisce, quindi, il concetto di autonomia solo in una logica di potenziamento di materie, quindi di politiche legislative, in capo alle regioni, mentre, invece, il concetto di autonomia si articola, a mio avviso, piuttosto che nella rappresentanza (quindi nelle materie legislative), in altre forme di revisione della democrazia: la democrazia partecipativa, la democrazia diretta, la democrazia locale, la democrazia di prossimità. Il che, evidentemente, è tutt’altro rispetto a questo progetto che non è un progetto autonomistico, bensì è un progetto di differenziazione che stravolge la forma di Stato, calpestando contestualmente sia l’articolo 138 che l’articolo 139 della Costituzione.

Al punto 25 del “contratto per il Governo del cambiamento” si legge che “con riferimento alle Regioni del Sud, si è deciso, contrariamente al passato, di non individuare specifiche misure con il marchio “Mezzogiorno”, nella consapevolezza che tutte le scelte politiche previste dal presente contratto (con particolare riferimento a sostegno al reddito, pensioni, investimenti, ambiente e tutela dei livelli occupazionali) sono orientate dalla convinzione verso uno sviluppo economico omogeneo per il Paese, pur tenendo conto delle differenti esigenze territoriali con l’obiettivo di colmare il gap tra Nord e Sud”.

Quanto influisce il fatto che – paradossalmente, in maniera espressa- si sia deciso di non ricomprendere nel contratto di governo la questione meridionale dal momento che, come acutamente osserva Villone, avere un Ministro per il Sud non significa avere una politica per il Sud?

Ha pesato molto su questa scelta, questa forza politica (la Lega) che, al momento della sottoscrizione del contratto, si aggirava attorno al 18% dei consensi a fronte del 33-34% degli stessi che può vantare ad oggi.

Al Sud vi è stata una forte espansione della Lega, che da Lega Nord si è trasformata in Lega. Principalmente, qui a Napoli, in Campania, il vecchio Movimento Sociale Italiano, il movimento precedente ad Alleanza Nazionale- Alleanza Nazionale nato in seguito alla svolta di Fiuggi del 27 gennaio 1995- è andato ad arricchire le file della Lega. Una sorta di mutamento genetico.

Per contrastare questi rigurgiti federalisti si avverte la necessità di una forte battaglia politica e di un pensiero economico solido da contrapporre. Si avverte la vacuità di politiche industriali e di innovazione diverse per Regione e l’esigenza di rafforzare il coordinamento strategico di politiche di sviluppo.

Alessandro Aresu e Giuseppe Provenzano promuovono un “Iri della conoscenza” sul modello della Fraunhofer-Gesellschaft tedesca che, coi suoi ventimila ricercatori, ingegneri, funzionari si impegna ogni giorno a plasmare il sistema produttivo nazionale. Quanto crede sia necessario affrontare di petto il problema della ricerca applicata al fine di migliorare la competitività e la qualità dell’INTERO sistema produttivo italiano? Ed in tale processo quanto crede possa influire un ripensamento della Cassa depositi e prestiti nell’ottica di una trasformazione trasparente e coerente della stessa in una banca pubblica degli investimenti?

La Cassa del Mezzogiorno prima che fosse regionalizzata- ed il processo di regionalizzazione attraverso i partiti politici ne occupasse le strutture- era una struttura molto efficiente, non pesava in maniera ingombrante ed eccessiva sulle Casse dello Stato ed era, quindi, una struttura abbastanza snella ed agevole. Produceva risultati importanti. Quando questo processo cambia, la Cassa del Mezzogiorno si regionalizza, si gonfia di assunzioni di natura clientelare e perde di efficienza. Quindi, viene occupato l’interesse pubblico da interessi di parte, di cui i partiti politici sono portatori.

Questo significa che quando le soggettività di diritto pubblico, quale la Cassa del Mezzogiorno, sono gestite bene, con rigore e principio di responsabilità, funzionano producendo anche ottimi risultati.

Quando la Cassa depositi e prestiti, ad un certo punto, si trasforma diventando una società per azioni- quindi, essendo sostanzialmente soggetto pubblico, a capitale pubblico, ma formalmente di diritto privato, pertanto, sottoposta alle regole di diritto societario- cambia la mission contestualmente all’orientamento politico-culturale; mentre avrebbe dovuto essere uno strumento teso a garantire i servizi pubblici essenziali è diventato quasi uno strumento a servizio dei processi di privatizzazione. Quindi, ben venga questo ripensamento, ma sono questioni che vanno studiate in maniera attenta anche per quanto concerne il profilo dell’efficienza e della responsabilità.

Il Professore Massimo Villone in “ Italia divisa e diseguale” individua nell’articolo 116, comma 3, della Costituzione il grimaldello utilizzato per trasformare surrettiziamente in regioni speciali quelle ordinarie e lo strumento di una generale “decostituzionalizzazione” del catalogo delle competenze, disegnato nell’articolo 117 della Costituzione.

A tal riguardo, qual è il prezzo che gli atenei meridionali effettivamente rischiano di pagare a fronte di una regionalizzazione dell’ istruzione (il documento di fermo dissenso sottoscritto dal nostro ateneo è emblematico in tal senso)? Quanto il “turismo universitario” (che negli ultimi quindici anni ha svuotato il Mezzogiorno di circa 200 mila giovani qualificati), favorito da questa proposta di regionalismo differenziato, potrà nuocere al sistema universitario meridionale? L’ateneo fridericiano, con i suoi 795 anni di storia, come potrà reagire a queste politiche legislative tese a marginalizzarlo?

Vi sono più aspetti. Il primo è sicuramente il grande impegno. Vi è un problema di responsabilità: abbiamo una responsabilità storica- a cui Lei faceva riferimento- ed una responsabilità di natura sociale. Noi non possiamo pensare di metterci a competere con le strutture private che perseguono obiettivi diversi. L’obiettivo primario della nostra Università è quello sociale e culturale; è quello, quindi, di realizzare effettivamente il progetto costituzionale che è quello legato all’istruzione; istruzione quale diritto sociale,inteso come possibilità di riconoscere ai soggetti più deboli dal punto di vista economico- sociale la possibilità di raggiungere il livello più alto degli studi. Questo è il nostro primo obiettivo. In questo dobbiamo profondere molto impegno. La nostra governance deve spendersi per questo, non poggiandosi sugli allori, ma mettendosi costantemente in discussione. Bisogna dimostrarsi capaci di conformarsi ai mutamenti economico-sociali, non dimenticando la nostra missione originaria che è quella di formare, in particolare, la classe dirigente del nostro Paese , perseguendo una meritocrazia che sia ispirata ai principi di uguaglianza e di solidarietà.

Forse, andrebbe posto un argine alle logiche asfittiche del mercato che sembrano ormai dettare le regole finanche in ambito accademico. Basti pensare a programmazioni didattiche ipersettoriali, senza una visione d’insieme, che non riescono a mediare tra le competenze specialistiche- che indubbiamente servono- ed il metodo che rappresenta il presupposto base per decriptare realtà complesse e districare i tanti nodi gordiani che ci avviluppano.

Sicuramente, condivido.

Il principio dell’unità e indivisibilità della Repubblica, cristallizzato nell’articolo 5 della Costituzione, può essere davvero garantito da uno Stato che sembra voler abdicare all’obbligo di ridurre le disuguaglianze e garantire i livelli essenziali delle prestazioni sociali?

Se addirittura l’istruzione- che è uno degli elementi unificanti attraverso il quale noi possiamo dire che effettivamente si è cittadini italiani, non lombardi o veneti- viene parcellizzata e frammentata, è evidente che l’articolo 5 della Costituzione non abbia più ragion d’essere. Ma io direi di più, anche l’articolo 1 della Costituzione viene vanificato. La sovranità popolare appartiene al popolo che la esercita anche al momento del voto, anche legittimando un organo costituzionale quale è il Parlamento. Se il Parlamento viene svuotato completamente delle proprie funzioni, si va a ledere lo stesso principio della sovranità popolare.

In ultimo, Le chiedo se la “secessione dei ricchi”, per parafrasare Gianfranco Viesti, non eluda, improvvidamente, un dato incontrovertibile: il rapporto di interdipendenza, più che di dipendenza, che sussiste tra Nord e Sud Italia.Non si menzionano mai i famigerati fondi FAS (Fondi per le aree sottoutilizzate),destinati al Sud, utilizzati per pagare le multe sulle quote del latte degli allevatori del Nord o per finanziare la Scuola Europea di Varese. Si dimentica spesso il ruolo svolto dal risparmio meridionale nel sistema delle grandi banche (ormai tutte del Nord) per finanziare investimenti meno rischiosi e più redditizi nel Centro- Nord. Il Sud dovrà sicuramente promuovere le best practices nel governo e nell’amministrazione, combattendo strenuamente il clientelarismo, ma non è forse l’ora che il Nord realizzi in maniera compiuta e definitiva quanto i risultati economici e il progresso sociale del Meridione si riverberino sulla produttività del Settentrione stesso? Spero che queste mie considerazioni non avallino un leghismo sudista.

Non si tratta di leghismo sudista, ma è la consapevolezza del ruolo che ha svolto e che può ancora svolgere il Meridione. Bisogna essere consapevoli. Non trovo che queste considerazioni integrino un atteggiamento proprio del leghismo del Sud. Esprimono consapevolezza e dignità.

Riecheggiano ancor oggi , in maniera forse paradossale, le parole che Cavour pronunciò sul letto di morte, ammonendo il Re a non usare lo stato d’assedio contro i Napoletani : ”Sono stati così malgovernati, con noi in venti anni saranno le province più ricche d’Italia”.

Non bisogna mai dimenticare, però, che il Regno del Piemonte su due milioni di abitanti vantava 700 mila persone in armi.

Nel 1848, però, furono i duemila volontari e ufficiali napoletani a difendere la Repubblica a Venezia, ultima città europea a capitolare dopo i moti di quell’anno; tantissimi di loro caddero durante i 18 mesi di assedio e i 22 giorni di bombardamento che misero fine a quell’esperienza.

Quasi nessuno lo ricorda, purtroppo.

Questo è un profilo molto interessante che andrebbe sicuramente ricordato più spesso.

 

 

 

-Antonia Maria Acierno

Author: Caterina Bracciano

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