Quote Rosa: cosa ne pensano gli studenti di Giurisprudenza

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I Consigli di Amministrazione, secondo una legge approvata nel 2011, dal 2015 dovranno essere composti da un terzo di donne e in caso di trasgressione saranno previste sanzioni fino ad un milione di euro.

Una relazione della commissione europea sull’equilibrio di genere nei Consigli di Amministrazione, afferma che tale equilibrio, produce risultati positivi sulle prestazioni, sulla competitività e sui profitti delle imprese. La sfida, infatti, è proprio questa: dimostrare come e quanto il mix di genere possa influire positivamente sulle performance aziendali e sui risultati di mercato.

Inoltre le donne rappresentano circa il 60% dei nuovi laureati nell’ Unione Europea, ma sono sottorappresentate nel processo decisionale economico, soprattutto per quanto riguarda le posizioni più elevate. Per l’effettivo raggiungimento della rappresentanza femminile nei CdA, molti paesi hanno adottato alcune misure specifiche come congedi di maternità, paternità e parentali, che agevolino l’equilibrio fra vita professionale e familiare.

Nel 2014, l’attuale europarlamentare Viviane Reding, che all’epoca ricopriva il ruolo di commissario europeo, affermava: “Quello che avevo in mente erano delle “quote procedurali”: non volevo che le società fossero obbligate a prendere una donna in quanto tale, ma che fosse data alla donne la possibilità di competere alla pari con gli uomini.”

L’Italia, che a tal proposito si trova all’avanguardia rispetto ai paesi dell’ Unione Europea, è comunque al centro di forti polemiche per quanto riguarda il perseguimento legislativo delle quote rosa. In particolare, gli studenti della nostro dipartimento hanno un’idea ben chiara al riguardo. Difatti, alla domanda relativa ad un sondaggio “Quote rosa nei CdA: utili o dannose?”, hanno manifestato un evidente dissenso: per alcuni, le quote rosa sono una vera e propria offesa e sconfitta per le donne, in quanto non eliminano le disparità ma le mettono ulteriormente in risalto. Per altri, l’offesa non risiede nelle quote rosa come strumento per promuovere un diritto, ma nel fatto stesso che ci sia bisogno di una legge per tutelarlo.

Inoltre, molti hanno visto in questa situazione una sorta di “discriminazione al contrario”: si tutela un diritto a scapito di un altro, introducendo norme che favoriscono la disuguaglianza tra uomo e donna, di fatto legittimandola. Da qui si evince come le quote rosa siano state recepite dagli europei come una imposizione del sesso femminile piuttosto che uno strumento volto a parificare le opportunità, proprio ciò che l’europarlamentare Reding temeva.

Tuttavia, una piccola percentuale di studenti ha manifestato il proprio assenso verso le quote rosa proprio perché a fronte della loro entrata in vigore, per una stessa mansione (soprattutto per quelle di rilievo), il numero delle donne rimane nettamente inferiore a quello degli uomini.

Quale sarebbe dunque la soluzione al problema? Da una parte forse, agire sul piano culturale piuttosto che su quello legislativo potrebbe essere alla base di una svolta per l’Unione Europea che, come il nostro paese, nonostante i cambiamenti, resta ancora maschilista sulla scia di un retaggio storico consolidato. D’altra parte, il compito del legislatore consiste anche nel tentare di introdurre il cambiamento attraverso la legge, spronando i cittadini ad attuare una vera e propria rivoluzione culturale. Siamo dinnanzi a due facce della stessa medaglia, entrambe volte ad un unico obiettivo: rinnovare il sistema per promuovere efficacemente le pari opportunità.

 

Anna Maria Comparetti

Chiara Massarelli

Author: Chiara Massarelli

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