Prostituzione in Italia: a che punto siamo?

Articolo di Giulia Maddaloni

La prostituzione, dal latino “prostituere”(mettere avanti, stare immobile), è una pratica la cui genesi si perde agli albori del tempo. È infatti espressione di una visione androcentrica, tipica delle società arcaiche, in cui l’uomo (ἀνήρ, ἀνδρός) era considerato un essere superiore e dominante.
Tale pratica può quindi essere compresa e accettata se letta in chiave storica; ma se traslata in un contesto di attualità, caratterizzato da società che si fregiano di riconoscere l’eguaglianza dei loro consociati e di anteporre il rispetto della dignità umana; forse inizia a sollevare delle perplessità.
Se è vero che il diritto non riesce sempre ad identificarsi con la morale, di certo è auspicabile che non la contrasti; tanto più se non vi sono stringenti necessità di bilanciamento tra più diritti in gioco. Sarà stato forse questo il motivo che spinse il legislatore italiano a bandire le case chiuse con la legge Merlin del 1958.


Oggi la prostituzione in Italia è largamente diffusa. Non esiste infatti alcuna legge volta a sancire l’illegalità della pratica in quanto tale. L’articolo 600 c.p. vieta invece lo sfruttamento della prostituzione minorile. La sentenza della Cassazione 8345/2000 ne sanziona poi l’induzione e il favoreggiamento, secondo cui si commette reato in caso di “oggettivo aiuto all’esercizio del meretricio”.
Ricalca, quindi, la condotta descritta dalla norma incriminatrice chi pone il cliente in contatto con la prostituta o chi le consente l’abituale frequentazione di un certo luogo (ad es: l’albergatore).
Non commette invece reato il cliente che riaccompagna la prostituta nel luogo in cui è solita esercitare la propria attività: la prostituzione per strada è ampiamente tollerata.

Quest’ultimo aspetto credo meriti una riflessione: che tipo di tutela viene garantita a chi si prostituisce a tali condizioni?

Ricordando che la prostituzione rappresenta una fetta succulenta dei proventi della criminalità organizzata; lasciare che venga svolta senza un reale controllo costituisce un rischio, oltre che un’ipocrisia. Le strade percorribili sono a mio avviso due: da una parte potremmo elaborare una disciplina ad hoc che garantisca una tutela effettiva alla categoria dei “Sex workers”; consentendo loro di esercitare l’attività esclusivamente in strutture predisposte e controllate (sia sul piano legale, che su quello medico); con l’augurio e la speranza di sottrarre l’attività alla malavita.
Dall’altra parte potremmo tentare un effettivo contrasto del fenomeno, curando dall’interno la disfunzione di una società malata, di cui la prostituzione rappresenta solo un sintomo.
Nessuna donna, per quanto possa aver liberamente scelto di prostituirsi, è contenta di vendere il proprio corpo, di lasciarsi toccare da sconosciuti e di esporsi a malattie potenzialmente mortali e a gravidanze indesiderate.
Mi si potrebbe obiettare che alcune donne preferiscano la prostituzione ad altri lavori, perché più remunerativa, come nel caso delle escort di lusso, ma si tratta di una percentuale marginale e non è escluso lo sfruttamento.
In linea generale se una persona si prostituisce lo fa per necessità: la società in cui vive l’ha abbandonata non avendole dato i mezzi per condurre la vita in altro modo.
Da una società così tratteggiata ci si può mai aspettare che gli “uomini” posseggano un bagaglio di valori, per non dire di umanità, tale da non approfittare dello stato di necessità delle prostitute? Certamente no. Per cui, forse, piuttosto che sanzionare la prostituta per l’abbigliamento contrario al buon costume, si potrebbero perseguire i clienti che costituiscono il motore trainante di tutto il meccanismo.
La strada dell’abolizione è ostica e sicuramente utopistica, ma sarebbe conforme all’art. 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, secondo cui vige il divieto di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali una fonte di lucro; nel rispetto del più generale art. 1: “La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata.”

Author: Mariachiara Coppolino

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