PopDiritto: libro e film del mese

LIBRO DEL MESE: “Fine pena: ora” di Elvio Fassone

A primo impatto può sembrare un romanzo di invenzione: non lo è.
E’ una storia reale.
Nel 1985, a Torino, si celebra un maxi processo alla mafia catanese, dalla durata di due anni.
Tra i condannati all’ergastolo vi è Salvatore, un giovane ragazzo di ventisette anni, con il quale il Presidente della Corte d’Assise ha stabilito -se così possiamo chiamarlo- un rapporto di reciproca fiducia.
Un rapporto che nasce il giorno dopo la sentenza.
Il giudice decide di scrivere una lettera a Salvatore e gli spedisce un libro. Sarà così per i prossimi 26 anni, un rapporto impensabile persino tra due amanti.
Ventisei anni di cambiamento, rivoluzione, ventisei anni in cui il giudice si interroga su quello che è il vero senso della pena.
Il processo non sarà semplice, poiché si realizza in concomitanza alla conclusione del maxi processo nato grazie alle indagini del giudice Giovanni Falcone. Sarà durante le udienze che nascerà il rapporto tra il Giudice e l’imputato, Salvatore.
Qui emergerà da un lato il carattere empatico, sensibile, attento alle esigenze dei detenuti e dei familiari di quest’ultimi, del giudice; dall’altro il carattere spavaldo, forte e deciso dell’imputato Salvatore.
Vedremo come i primi contatti del processo metteranno a dura prova il giudice stesso, in quanto quest’ultimo è smarrito: ‘’ Voglio fare il giudice, e mi tocca indossare l’elmo per andare in guerra’’.
Nelle notti insonni del Presidente emergono spesso i dialoghi con l’imputato.
‘’Se suo figlio nasceva dove son nato io, a quest’ora era lui nella gabbia.’’
Ed è proprio durante quelle notti turbolente che il giudice formula il pensiero di scrivere a Salvatore l’indomani, anche se incerto…d’altronde, perché scrivere ad uomo che lui stesso ha messo nella gabbia?
Scrivere a Salvatore è un gesto rivoluzionario, un gesto che cambierà due vite.
Ed è in queste lettere che si manifesta la personalità di Salvatore.
‘’Presidente, io lo so che lei mi ha dato l’ergastolo perché così dice la legge, ma in cuor suo non me lo voleva dare’’.
Salvatore si impegna a leggere il libro che gli è stato spedito, nonostante non ne abbia mai letto uno. Vedremo la forza di riscatto, di cambiamento, quella rieducazione prevista dalla nostra Costituzione. L’articolo 27 della Costituzione, infatti, vieta che la pena sia soltanto pena.
Certo, tutti vorremmo che questi obiettivi venissero raggiunti, ma dobbiamo considerare una grande verità: la vita carceraria è un macigno e nemmeno le persone più oneste e volenterose riuscirebbero a smuovere più di tanto.Salvatore studia, legge, si informa, ma vedremo come l’estate del 92, per lui, segnerà uno snodo drammatico: i detenuti che sono stati condannati per associazione di stampo mafioso, il c.d art 416 bis, sono raggruppati in istituti di massima sicurezza, non possono accedere più a benefici a meno che non collaborino con la giustizia. Salvatore rientra tra questi, nonostante si manifesti il lui il senso di rieducazione previsto dalla Costituzione.Allora, l’autore si interroga sul senso della pena.
Abolire o no l’ergastolo?
È giusto tenerlo in vita o è tempo di abolirlo?

La vicenda di Salvatore può servire al raggiungimento di due obiettivi: sollecitare una decisione umanitaria nei confronti dei detenuti che sono in carcere da tanti anni e che sono profondamente cambiati.
La seconda è quella di sollecitare un dibattito sull’ergastolo, che periodicamente viene fuori ma che viene sempre accantonato.
Perché l’impegno di questi detenuti non riesce a colpire la sensibilità altrui?
Agli occhi dei più, apparirà sempre e solo una persona che ha commesso un crimine, perché le emozioni negative in qualche modo vincono sempre e tutti questi sforzi di riflessione e di umanità divengono nulli.
Il referendum del 1981 sull’abrogazione dell’ergastolo, ha incassato un NO di circa 4 italiani su 5. Resta da interrogarci sul perché di questo rifiuto.
Coloro che auspicano l’eliminazione dell’ergastolo hanno affermato che esso è contrario all’art. 27 della Costituzione, poiché non consente la rieducazione del condannato. Rieducare è già di per sé difficile. Se una persona non ha futuro come si può rieducare? Quale motivazione dovrebbe avere un ergastolano che non sarà mai più a contatto con la società?
A giudizio dell’autore “La detenzione, ove non mitigata da un trattamento educativo reale, è una morte parziale, l’asportazione di una porzione di vita”.
 
Fine pena ora è un’opera che scuote e commuove, tiene conto della domanda sociale di sicurezza e la detenzione a vita con il dettato costituzionale del valore riabilitativo della pena, ma cosa molto importante è che presta attenzione al percorso UMANO di qualsiasi condannato -indipendentemente dal reato abbiano commesso.-
Recensione di Emanuela Donnici

FILM DEL MESE: “Il diritto di opporsi” di ‎Destin Daniel Cretton

“Il diritto di opporsi” narra di una struggente storia vera, potente e stimolante: una storia di razzismo ed ingiustizia. Il film, tratto dal libro di memorie “Just mercy: a story of justice and redemption”, racconta dell’avvocato Bryan Stevenson (interpretato da Michael B. Jordan), giovane afroamericano laureato in giurisprudenza nella prestigiosa università di Harvard che, rinunciando a diverse cause remunerative, alla fine degli anni’80 fonda con la giovane attivista Eva Anseley (interpretata da Brie Larson) la “Equal Justice Initiative”: un’associazione senza scopo di lucro, la quale persegue l’ideale di difendere in giudizio gli afroamericani ingiustamente accusati dei più efferati crimini e che finiscono nel “braccio della morte”, una terribile prigione nel cuore del sud-America, nell’Alabama.

In particolar modo, l’avvocato dovrà difendere Walter Mcmillian, umile falegname (interpretato da Jamiee Fox), accusato ingiustamente del brutale omicidio di una giovanissima donna bianca. Non ci sono prove schiaccianti a suo sfavore ma la semplice testimonianza di un criminale che, con la promessa di uno sconto di pena, lo incastra. Walter, insieme a tanti altri, rischia la pena capitale in un istituto detentivo che non rispetta i più elementari diritti umani e il motivo è legato esclusivamente al colore della pelle e allo stato sociale. La pellicola dà voce alle anime che sono state zittite, alle minoranze private della loro dignità. Ci avverte che, anche se le lotte per i diritti civili dei neri americani non occupano più le pagine dei giornali, così come per le vicende di Martin Luther King, i pregiudizi restano.

Quando prendi un nero e lo metti nel braccio della morte un anno prima del processo, quando ogni prova della sua innocenza viene occultata e chiunque cerchi di dire la verità viene minacciato, non è un processo, non è giustizia!”. Questa citazione dell’avvocato Stevenson raccoglie perfettamente ciò che il film vuole significare e i temi che vuole trattare: una battaglia contro il razzismo e le ingiustizie che ne derivano. Il razzismo, infatti, pone un problema di giustizia formale poiché si priva un uomo della libertà personale soltanto per il colore della pelle.

“Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Questo è l’enunciato del comma 1 dell’articolo 3 della nostra Costituzione, che afferma il principio delleguaglianza formale, principio massimo degli ordinamenti a impronta liberale. Tuttavia, il razzismo non pone solo un problema di giustizia formale, bensì anche di giustizia sostanziale poiché si priva un individuo della possibilità di sviluppare a pieno la propria personalità e di esprimere le proprie capacità.

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Questo è l’enunciato di cui al comma 2 dell’articolo 3 della nostra Costituzione, che afferma il principio dell’eguaglianza sostanziale, principio cardine degli ordinamenti a impronta democratica. Il razzismo limita, quindi, la libertà e l’eguaglianza dell’individuo e, per questo, risulta fortemente in contrasto con i principi posti alla base del nostro stato sociale di diritto ed espressi chiaramente nella Costituzione.

Tema fondamentale del lungometraggio, tuttavia, non è solo il razzismo, ma anche la pena di morte, alla quale incorrono la maggior parte dei condannati nel “braccio della morte”.  Di grande impatto emotivo, infatti, è la scena della esecuzione di Herbert Richardson, il vicino di cella di McMillian, condannato a morte tramite sedia elettrica per l’uccisione di una donna a seguito del piazzamento di un ordigno. Lungi dal giustificare il suo atto non si può non ravvisare una grande sproporzione tra azione e reazione. Cioè tra il reato e la condanna.

Al di là del non capacitarsi come la pena di morte possa essere ancora considerata giusta in uno stato occidentale del ventunesimo secolo, è bene capire cosa ha portato Herbert nel braccio della morte. Quella di Herbert Richardson è una storia triste: soldato impegnato in Vietnam risulta essere l’unico sopravvissuto di un agguato che uccide tutti i suoi commilitoni. Congedato con onore dal servizio militare soffre di disturbo post-traumatico: infatti, una volta tornato alla vita comune, non riesce più a lasciarsi alle spalle il dramma della guerra che lo perseguita e lo logora fino alla pazzia. Ecco il perché della bomba, che egli si pentirà di aver piazzato e che, per sua stessa ammissione, avrebbe dovuto essere solo per spaventare e non per uccidere.

Ritornando alla pena di morte è necessario chiedersi: era, nel caso di Herbert, la soluzione migliore? Viene naturale rispondersi che cure psichiatriche ed una sorveglianza costante sarebbero state misure più efficaci e rispettose della dignità umana. Avrebbe dovuto, dunque, essere applicato quello che nel nostro ordinamento è il principio di cui al comma 3 dell’art. 27 della Costituzione per cui “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”.  La scelta della rieducazione in luogo della pena capitale è pienamente coerente con i principi liberal-democratici di uno stato sociale di diritto, in quanto maggiormente rispettosa dei diritti fondamentali della persona umana.

Il diritto di opporsi è un legal thriller dove ogni snodo è costruito alla perfezione, dove ci si indigna, si partecipa e ci si commuove. Racconta del diritto di opporsi alle ingiustizie e del coraggio di opporsi alle differenze, racconta il passato per dirci del presente; è un film orgogliosamente politico che esalta i valori dell’apertura e della tolleranza in contrapposizione ad un mondo chiuso e costruito da muri invalicabili.

Recensione di Pasquale Abbatiello 

Author: Mariachiara Coppolino

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