PopDiritto: libro e film del mese

LIBRO DEL MESE: “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria

Il consiglio di questo mese è un grande classico della civiltà giuridica e politica moderna. Esso venne considerato il punto di inizio per la costruzione di un sistema giuridico civile.

Dei delitti e delle pene fu pubblicato per la prima volta nel 1764 in forma anonima ed entrò, ben presto, nella lista dei libri proibiti per la distinzione, che Beccaria fece, tra reato e peccato.

Un libro che ha fatto molto discutere e che, allo stesso tempo ha ottenuto il consenso ed il favore di uomini illustri: famosissima è l’edizione con il commento di Voltaire.

Oggi, è un libricino che continua ad affascinare e che non può mancare nella libreria di giuristi e filosofi.

Il trattato viene ricordato, quasi esclusivamente, per quel rifiuto alla pena di morte come strumento ordinario di politica criminale ma, in realtà, guarda all’intero sistema penale ed oltre.

“Apriamo istorie e vedremo che le leggi, che pur sono o dovrebbon essere patti di uomini liberi, non sono state per lo più che lo stromento delle passioni di alcuni pochi, o nate da una fortuita e passeggiera necessità; non già dettate da un freddo esaminatore della natura umana, che in un sol punto concentrasse le azioni di una moltitudine di uomini, e le considerasse in questo punto di vista: la massima felicità divisa nel maggior numero.”

Queste le parole che ritroviamo nell’introduzione al libro. Si può cogliere come il trattato sia molto più di un semplice discorso sulla pena e la sua funzione. Le tematiche su cui si sofferma il filosofo sono tantissime: una decisa
battaglia contro l’oscurità delle leggi, perché questa conduce a una varietà di interpretazioni, spesso arbitrarie, che favoriscono gli abusi; la necessità di rendere pubblici i giudizi, per non dar adito a sospetti di ingiustizia e tirannide, e la necessità di estirpare il sistema delle denunce anonime, una lotta contro la lunghezza dei giudizi e della carcerazione preventiva. Centrale e filo conduttore, però, è il tema della felicità: “ogni buona legislazione è l’arte di condurre gli uomini al massimo di felicità o al minimo d’infelicità possibile”.

Rodotà, infatti, affermò in un commento come, per Beccaria, il diritto non sia solo una mera garanzia procedurale ma guardi, anche, verso il fine della felicità (il quale appare inscindibile dall’eguaglianza). Diritto come via regia per garantire, a un tempo, i diritti dei cittadini e l’equilibrio dell’organizzazione sociale.

Navigando tra le pagine si può, sì, constatare i limiti dell’argomentare di Beccaria ma, anche, fare parallelismi tra le epoche, osservare come i mali antichi tendano a ritornare ed, infine, essere sedotti dallo spirito umanitario che possiede ogni pagina.

Una lettura obbligata per ogni giurista.

Di seguito, il link per il pdf del libro, buona lettura!

Dei delitti e delle pene

FILM DEL MESE: “Cafarnao” di Nadine Labaki

 

 

 

«Il cinema non serve solo a divertire, a far sognare, ma serve anche a far riflettere. Non si può più continuare a voltare le spalle e restare ciechi davanti alla sofferenza di questi bambini che si battono come possono in questo “Cafarnao” che è diventato il mondo (Nadine Labaki).»

Cafarnao è il terzo lungometraggio diretto dalla regista e attrice libanese Nadine Labaki. Protagonista del film è Zain, un ragazzino di circa dodici anni appartenente ad una famiglia molto numerosa. Facciamo la sua conoscenza in un tribunale di Beirut dove viene condotto in stato di detenzione per aver accoltellato quello che lui definisce senza mezzi termini “un figlio di puttana”. Ma c’è di più, perché ora è lui ad aver chiamato in giudizio i suoi genitori. L’accusa? Averlo messo al mondo senza essersi saputi prendere cura di lui, condannandolo così ad una vita miserabile!

Ma cosa vuol dire esattamente il titolo di questo film?

Capharnaum significa caos, è un termine usato nella letteratura francese con questo significato. Esso era anticamente un villaggio biblico, maledetto per essere stato troppo caotico. Il titolo venne in mente alla regista ancor prima di cominciare a scrivere e riflette perfettamente i temi che vengono affrontati: i diritti dei bambini e l’ingiustizia nei loro confronti, l’assurdità delle frontiere, del dovere di avere dei documenti d’identità per provare la propria esistenza in questo “Cafarnao” (caos, inferno).

Tornando alla trama del film, il protagonista Zain, di giorno lavora come fattorino per Assadd, proprietario dell’appartamento (dove Zain vive con la sua famiglia) e di un negozio di alimentari. Sarà proprio a causa di Assadd che Zain finirà nel carcere minorile di Roumieh. La sorella di Zain, Sahar, viene infatti obbligata dalla sua famiglia ad un matrimonio forzato con Assadd e morirà in seguito ad un aborto spontaneo.

Altra figura chiave del film è Rahil, un ‘inserviente che lavora nel parco divertimenti dove Zian si è rifugiato dopo essere scappato di casa. La donna prova pietà per la situazione in cui versa Zain e accetta di farlo abitare nella sua baracca chiedendogli, in cambio, di fare da babysitter al figlio Yonas, quando è al lavoro. Le cose però precipitano quando i documenti falsi di Rahil stanno per scadere e non ha abbastanza soldi per pagare il suo falsario, Aspro, per averne di nuovi. Aspro allora si offre di falsare gratuitamente i documenti, se la donna gli darà il figlio Yonas in modo che venga adottato. Rahil si rifiuta, ma il dramma del piccolo Yonas è che non avendo documenti non potrà mai ricevere un’istruzione o essere identificato. Così i documenti scadono e Rahil viene arrestata dalle autorità libanesi, lasciando Zain da solo ad occuparsi di Yonas.

Un giorno mentre Zain si trova al sud della città a vendere pentole incontra una ragazzina di nome Maysoun, una rifugiata siriana che gli dice che Aspro le darà la possibilità di fuggire in Svezia. Allora Zain chiede ad Aspro di avere la stessa possibilità. Ma l’uomo acconsente solo se gli darà Yonas. Zain accetta con riluttanza e Aspro gli dice che avrà bisogno della carta d’identità per diventare un rifugiato. Pieno di speranza Zain torna a casa dai suoi genitori, chiede loro il suo documento d’identità, ma loro per tutta risposta gli dicono che non ha mai avuto un documento d’identità e lo cacciano di casa. Prima però gli rivelano che sua sorella Sahar è morta per un aborto spontaneo, così Zain prende un coltello e corre a pugnalare Assadd. A questo punto Zain viene arrestato e condotto nel carcere minorile di Roumieh.

In prigione, Zain scopre che sua madre è nuovamente incinta e pensa di chiamare il nascituro Sahar. Disgustato dalla mancanza di rimorso per la morte della figlia, contatta i media dicendo di essere stanco dei genitori che trascurano i loro figli e progetta di citarli in giudizio perché continuano ad avere figli pur non avendo la capacità di prendersene cura. Zain inoltre sostiene che Aspro sta adottando bambini illegalmente e li maltratta. Le autorità fanno cosi irruzione in casa di Aspro e riportano i bambini, compreso Yonas, dai loro genitori.

Zain riesce ad avere finalmente una foto per la sua carta d’identità. Sebbene all’inizio lo trovi difficile, alla fine riesce a sorridere.

L’idea alla base del film è dimostrare come i bambini paghino un prezzo altissimo per le nostre guerre, i nostri conflitti, le nostre scelte e i nostri governi.  Se questi bambini potessero parlare che cosa direbbero? Cosa direbbero a noi, a questa società che li ignora?

I Cafarnao del mondo: in Italia si chiamano baraccopoli, in Inghilterra slum, in Francia e nei paesi francofoni bidonville, in Brasile favelas e in Sudafrica township. Sono le periferie delle periferie del mondo, agglomerati di abitazioni precarie, in cui abita e sopravvive, secondo una stima delle Nazioni Unite, circa un miliardo di persone. Tra cui tanti, troppi bambini. Non possiamo più fare finta di niente di fronte a tanta povertà e a tanta desolazione. La nostra coscienza ci invita a porci delle domande e a fare la nostra parte!

Recensione di Gabriele Ciotola

Author: Mariachiara Coppolino

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