”Più soldi e meno diritti!”. Ma a che PREZZO per l’UE?

Articolo di Domenico Falco

I governi di Polonia ed Ungheria sono balzati alle cronache nelle scorse settimane per la minaccia d’esercitare il potere di veto all’approvazione del Bilancio UE 2021-2027, rallentando la definizione del Next Generation EU ed aprendo un’intensa fase negoziale per la risoluzione del disaccordo.
Il perché di tale gesto? L’ostinata volontà di non accettare la decisione (già presa ed irritrattabile) riguardante il meccanismo che permette l’erogazione dei fondi europei ai singoli Stati a condizione che vi sia il rispetto dello “stato di diritto”.
L’esito della trattativa, da un lato, ha risolto il blocco, dall’altro, ha comportato la sospensione della condizionalità succitata per due anni, così permettendo che 180 miliardi di fondi europei venissero comunque destinati ai due Stati senza che questi ultimi si impegnassero al rispetto dei capisaldi culturali e giuridici europei.
Se l’impasse economico è stato superato, i conflitti ideologici no. I due governi, infatti, continuano a promuovere una visione socioculturale, soprannominata “Democrazia Illiberale”, agli antipodi con i princìpi ispiratori comunitari.
I fronti dello scontro valoriale sono molteplici: le riforme del sistema giudiziario effettuate in entrambe le nazioni (secondo la Commissione Europea lesive del principio d’indipendenza della magistratura); le norme non armonizzate sul diritto d’asilo; le forti ingerenze di Stato su giornalismo e libertà di stampa; l’aspro dibattito di stampo conservatore promosso dai governi sui diritti LGBTQ+, aborto e ruolo della donna nella società; il totale non rispetto delle opposizioni politiche.
Oggi, tutto questo, è inaccettabile. Un rassegnato permissivismo o una timida reazione europea verso atteggiamenti illiberali minerebbero le fondamenta ideologiche della comunità, ed a cascata, pregiudicherebbero l’esistenza stessa del progetto riducendolo ad un gelido apparato burocratico.
Le elezioni europee del 2019 (le più partecipate di sempre con quasi il 51% d’affluenza), hanno indubbiamente mostrato la buona salute dell’organizzazione e, proprio per questo, hanno anche reso urgente una decisione ambiziosa e lungimirante dell’Unione su cosa voglia fare ed essere da grande.
Se l’ostruzionismo si è mostrato lo strumento di ricatto più efficace nelle mani dei singoli Stati, anche a discapito della pluralità, il totale superamento del requisito dell’unanimità nelle decisioni comunitarie non sarebbe il necessario, visionario e coraggioso passo avanti?
Il presidente del parlamento europeo, David Sassoli, nel suo discorso d’insediamento affermava: “Non siamo un incidente della Storia, ma i figli e i nipoti di coloro che sono riusciti a trovare l’antidoto a quella degenerazione nazionalista che ha avvelenato la nostra storia. Se siamo europei è anche perché siamo innamorati dei nostri Paesi. Ma il nazionalismo che diventa ideologia e idolatria produce virus che stimolano istinti di superiorità e producono conflitti distruttivi.”

Author: Emanuela Donnici

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