Perché il reato di apartheid è ancora attuale in Palestina

Le radici del conflitto ancora attuale, sono in realtà risalenti al XIX sec e confluiscono in due fenomeni: il sionismo, movimento volto alla autodeterminazione del popolo ebraico,mediante l’istituzione di uno Stato ebraico, che si inserisce nel più vasto fenomeno del nazionalismo moderno; il nazionalismo palestinese, ideologia nazionalista che rivendica la creazione di uno stato palestinese sulla scorta dell’ex mandato britannico della Palestina.

Dietro a questo conflitto secolare, si cela una politica abbastanza discutibile sul piano dei diritti umani. C’è chi rievoca quanto già visto in Sudafrica nel 1948, quando il partito dei coloni olandesi vinse le elezioni in Sudafrica e istituì il “regime di sviluppo separato”, uno strumento volto a risolvere i conflitti tra le varie etnie.

Di recente, molti hanno denunciato il modus operandi della politica israeliana, la destra di Netanyahu. Con lo scopo di rafforzare l’occupazione militare dei territori palestinesi,il governo si avvale dello strumento della segregazione razziale. I cittadini sono sottoposti a leggi che ostano la libertà di movimento, privati delle risorse economiche e di fatto segregati in ghetti. Ancora, confisca delle terre, occupazione militare, demolizioni, bombardamenti su Gaza e ripetute violazioni del diritto internazionale, tutte azioni che hanno portato l’arcivescovo sudafricano Tutu a dichiarare che il trattamento riservato ai palestinesi è sinonimo di apartheid. Certo, è difficile parlare di apartheid oggigiorno, considerando che nell’aprile del 1994 è stata dichiarata abolita – formalmente – la segregazione razziale in Sudafrica. Infatti, per circa 46 anni, il paese africano è stato vittima del governo bianco degli “Afrikaners”, artefice dell’uccisione di migliaia di uomini e donne e dell’aver costretto milioni di bantu e coloured (persone con discendenza mista) a umiliazioni e soprusi. Grazie al movimento anti-apartheid c’è stata – poi – una forte mobilitazione, a fronte del tacito assenso che aveva caratterizzato il mondo, prima di allora. Oggi, solo ad immaginare che un uomo o una donna, in virtù della religione o della razza (etc), vengano discriminati, de iure e de facto, dovrebbe indignarci. Eppure, la pratica dell’apartheid è reiterata, in altre forme e in altri luoghi, ma con lo stesso obiettivo: dominare la parte più debole.

Interessanti sono le asserzioni di Virginia Tilley, docente di Scienze politiche alla Southern Illinois University, la quale ha dichiarato che “sulla questione israelo-palestinese bisogna cambiare paradigma e passare da quello dell’occupazione a quello dell’apartheid”. La totale disparità di forze e potere tra Israele e territori palestinesi, l’applicazione costante di tecniche di segregazione e discriminazione, il muro tra Israele e Cisgiordania ecc costituiscono un unicum nella storia contemporanea.

Guardando al diritto internazionale, il reato di apartheid (vietato da tutte le convenzioni internazionali) è tale quando uno Stato include tra le proprie politiche la “discriminazione razziale” e comportamenti di oppressivo dominio verso una parte della popolazione. Ciò, secondo il rapporto Tilley, avviene ogni giorno a Gaza e in Cisgiordania. In base alle stesse leggi e principi universali che condannano l’antisemitismo – tra cui la Carta delle Nazioni Unite (‘45), la Dichiarazione universale dei diritti umani (‘48) e la Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (‘65) – possiamo dedurre Israele è colpevole. Infatti, se sondiamo il terreno legislativo, nel 2018 la Knesset (parlamento di Israele), ha enucleato una prima legge dello stato-nazione: appoggiandosi alla legge del ritorno (che permette automaticamente a tutti gli ebrei del mondo di emigrare in Israele) e alla legge che consente al fondo nazionale ebraico di vendere terreni soltanto agli ebrei, ha garantito formalmente uno stato privilegiato agli ebrei in merito alla lingua e agli insediamenti, a scapito dei diritti delle popolazioni indigene arabe. Non c’è traccia di uguaglianza.

Il parlamento,inoltre, ha approvato a luglio un emendamento alla legge statale sull’istruzione, che mira ad impedire alle organizzazioni di sinistra (come Breaking the silence) di entrare nelle scuole israeliane e parlare agli studenti. La legge, nella sostanza, è stata creata per indebolire la resistenza all’annessione. Sulla stessa linea, un emendamento alla legge sul boicottaggio – che consente di perseguire qualsiasi israeliano che sostenga pubblicamente il movimento BDS – permetterà di presentare denunce contro i sostenitori del boicottaggio anche senza dimostrare l’esistenza di un qualsivoglia danno economico.

Un’altra legge approvata nel 2018 trasferisce la competenza sulle denunce dei palestinesi contro gli abusi dell’occupazione dalla Corte suprema israeliana al tribunale distrettuale di Gerusalemme, dove è probabile la minor tutela accordata ai palestinesi. Ancora una legge per espellere le famiglie dei terroristi ha superato il vaglio parlamentare preliminare, contro il parere del procuratore generale. La legge permetterà di infliggere punizioni collettive nei Territori, naturalmente solo agli arabi. Nonché, la pena di morte per i terroristi.

Alla luce di tali gravità, per un verso i governi del mondo faticano ad accettare la realtà, per altro le ONG, la cooperazione internazionale allo sviluppo e le stesse agenzie Onu – consce dell’obiettivo sempre meno velato del governo di Netanyahu – stanno manifestando opposizione a tali nefandezze, favorendo il perseguimento della pace.

L’auspicio nutrito, con l’opzione negoziale dei “two States for two people”, volto alla realizzazione della pace, risulterebbe un probabilmente un fallimento. Altra opzione volta a esaurire tale conflitto, è quella del cd “Stato-gruviera”, cioè un microstato palestinese costellato di colonie illegali ebraiche. Altra ipotetica soluzione immaginaria potrebbe essere quella di uno “uno Stato per due popoli”.

In estrema sintesi, solo quando si prenderanno in considerazione politiche rivolte agli individui in quanto tali e ai diritti che ne discendono, si potrà auspicare ad una soluzione scevra di qualsiasi interesse di puro ed egoistico lucro, assicurando la pace e il benessere tra le nazioni.

 

 

-Emanuela De Falco

Author: Caterina Bracciano

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