Perché è fondamentale celebrare il 25 aprile

<<Cessa il vento, calma è la bufera
torna a casa il fiero partigian
sventolando la rossa sua bandiera
vittoriosi, e alfin liberi siam!>>

(da “Fischia il vento”,Modena City Ramblers)

Con la l. 260 del 27 maggio 1949, il 25 aprile è stato dichiarato festa nazionale “a celebrazione della totale liberazione del territorio italiano”, in ricordo del fatidico giorno del ‘45, quando il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia indicò a tutte le forze partigiane di attaccare i rimanenti presidi fascisti e all’ordine “arrendersi o perire” di fucilare tutti i gerarchi fascisti.
«Senza queste vittorie partigiane – scrive il colonnello britannico Hewett nel suo rapporto conclusivo – non ci sarebbe stata in Italia una vittoria alleata così rapida, schiacciate e poco dispendiosa». Tuttavia, il contributo di sangue della resistenza italiana fu elevato, infatti i dati della presidenza del consiglio parlano per il solo territorio nazionale di 35.828 partigiani caduti, cioè di quasi 10.000 civili uccisi per rappresaglie.

Non si tratta semplicemente di numeri, ma di persone e di ideali, sottolineati da una ricorrenza ritenuta “monopolio dell’estrema sinistra” dal ministro dell’Agricoltura leghista, Centinaio, o ancor prima dall’ex presidente del Consiglio Berlusconi.

Certo è che l’attività partigiana italiana era, per ca. il 40% degli armati, di organizzazione comunista con le brigate Garibaldi, ma d’altronde anche Bossi era tesserato al partito comunista.

Il 25 Aprile dovrebbe allora essere un monito per ogni forma di oppressione. Ed è forse questo il significato che il ministro dell’interno vuole dargli decidendo di celebrarlo in piazza a Corleone, dove caso vuole che tre giorni dopo si voterà per le amministrative, circondato dalla polizia e non da ragazzini che intonano “Bella Ciao”, «perché la Liberazione che ora serve al Paese è quella dalla mafia». C’è da chiedersi allora come mai proprio Corleone e non in Emilia, o in Valle D’Aosta, o a Rosarno, nella piana di Gioia Tauro dove la Lega ha raggiunto uno dei risultati più sorprendenti delle ultime elezioni, ottenendo il 13% dei voti, grazie al responsabile della Lega di Rosarno, Vincenzo Gioffrè, personaggio in affari con soggetti vicini alla famiglia ‘ndrina dei Pesce; nonché lo stesso Gioffrè, organizzatore del comizio celebrativo, che alcuni giorni dopo le elezioni del 4 marzo scorso ha visto partecipare l’attuale ministro Salvini e, come hanno confermato fonti investigative, esponenti dei clan.
Il Ministro pochi giorni fa ha ribadito che “la lotta alla mafia non conosce festivi e prefestivi”, quindi la scelta di Corleone è da ritenersi come una trincea in cui dar luogo a una liberazione oggi necessaria dalla mafia, piuttosto che procedere “a sfilare qua e là, fazzoletti rossi, verdi, neri, gialli e bianchi”.

Di Maio, distanziandosi dalle parole di Salvini, parteciperà ai festeggiamenti istituzionali e si unirà alla Comunità ebraica di Roma. Mentre l’ANPI ha ribadito come la liberazione dalla mafia non possa essere usata come strumento retorico per non onorare con il dovuto rispetto l’antifascismo e la lotta partigiana, così come non può essere ridicolizzata a scontro tra fascisti e comunisti. Il 25 aprile “ricorda la vittoria degli ideali di libertà e democrazia che hanno spazzato via la dittatura” in vista di un mondo di pace, più giusto e libero.

Ma la risposta più dura è arrivata da Liliana Segre, la senatrice a vita ha sottolineato l’importanza della memoria per “comprendere cosa è stato il depauperamento mentale di masse di italiani e tedeschi indottrinate dai totalitarismi fascista e nazista. Chi ignora il passato è più facilmente plasmabile”, d’altronde ha ribadito la stessa Segre “chi fa politica non può ignorare la storia. Deve averla studiata”.

La necessità di celebrare questo giorno può essere racchiusa nelle parole di un uomo, che ha combattuto con la resistenza e ha onorato la liberazione, un uomo che nel 1979 nel messaggio di fine anno agli italiani disse: “dietro ogni articolo della Carta Costituzionale stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza. Quindi la Repubblica è una conquista nostra e dobbiamo difenderla, costi quel che costi”, diceva Sandro Pertini.

 

 

 

-Francesca Caruso

Author: Caterina Bracciano

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