Pena capitale: false istanze deterrenti e negazione del principio rieducativo

La pena capitale è da sempre sentore di involuzione, da svariate angolazioni.

Dal punto di vista garantistico, essa può considerarsi come una violazione dei diritti dell’uomo unanimamente ravvisati e sanciti dall’art.3 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e, all’interno della nostra realtà statuale, dall’art.27, co.III, della Costituzione della Repubblica Italiana, ai sensi del quale: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieduzione del condannato”.

Dal punto di vista politico-economico, l’eliminazione fisica del reo si è imponentemente affermata, nell’ottica di una economicità dei mezzi coercitivi.

Un fenomeno di questa portata non avrebbe mai potuto attecchire in un ordinamento repubblicano qual è il nostro, basato sulle concezioni di proporzionalità e ragionevolezza della qualità della pena rispetto all’illecito compiuto, mutuate da Montesquieu e Beccaria, dai cui postulati prese le mosse l’Illuminismo penale italiano, nelle persone del Filangieri e del Pagano; e, ancora, nella connotazione liberal-garantista di Carrara, Pessina, Lucchini, Brusa.

Già col c.p. “Zanardelli” del 1889, l’Italia inizia a far parte dei paesi abolizionisti della pena capitale.

Nonostante le iniziative di associazioni quali “Nessuno tocchi Caino” o l’operato di Amnesty International è possibile reperire tutt’oggi sostenitori della pena capitale postulando la propria tesi su argomenti, da un lato, meramente economici, dall’altro, ritenendola giusto castigo morale per eventuali recidive.

Entrambi i motivi appaiono facilmente smentibili.

In primo luogo, secondo statistiche stilate dallo Urban Istitute del Maryland, una condanna a pena di morte costa circa il triplo di una condanna detentiva; per quanto concerne la questione della deterrenza, basti riportare il pensiero dell’illustre Cesare Beccaria, il quale, non solo era fermamente convinto che «la pena di morte, rendendo meno sacro e intoccabile il valore della vita, incoraggerebbe, più che inibire, gli istinti omicidi», ma, anche, argomentava nel suo “Dei delitti e delle pene” che lo Stato, per punire un delitto, diventerebbe esso stesso sommo omicida.

Ci auguriamo, quindi, che, nel prossimo futuro, sia globalmente abolito quello che Voltaire definisce il crimine “più orribile di tutti”.

 

 

 

-Rita Aliperta

 

 

Author: Caterina Bracciano

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