Parità vo cercando

Articolo di Antonia Maria Acierno

“Nelle votazioni per Agcom e Privacy il Senato ha già indicato due uomini e due donne. Alla Camera, invece, a meno di un’ora dalla votazione, ancora non si hanno notizie dei nomi che deputati e deputate dovranno votare. Una modalità di designazione che mi lascia alquanto perplessa. Se tra i profili indicati dai gruppi della Camera ci saranno solo uomini- ancorché qualificati- io non voterò. Sarebbe davvero inconcepibile se, con tante professioniste competenti nel Paese, il Parlamento non riuscisse ad attuare la parità di genere nelle nomine”.
È questo l’aut aut lanciato, pubblicamente, due giorni fa, dall’ex Presidente della Camera Laura Boldrini. D’altronde, l’accordo raggiunto ieri sui componenti delle due Autorità, eletti ieri nelle due Camere, contempla una schiacciante, e palese, predominanza maschile. L’icastica denuncia di Laura Boldrini si aggiunge all’emblematico gesto del Ministro per il Sud e per la coesione territoriale.
Giuseppe Provenzano, l’8 giugno scorso, ha, difatti, elegantemente declinato l’invito a partecipare ad un confronto organizzato con sindaci ed esperti per discutere della ripartenza post pandemia. Per una ragione molto semplice: nel parterre altolocato del tavolo di lavoro virtuale cui avrebbe dovuto presenziare non figurava nemmeno una donna. Causticamente, con un rifiuto dalla portata evocativa immane -proprio perché espresso da un uomo- il Ministro ha stigmatizzato una “rimozione di genere”, più che una mera discriminazione. Parole che pesano come macigni.
Inverando il brusco distacco che sussiste tra lo spirito puro della ‘Costituzione scritta’ e la sofisticazione della ‘Costituzione di fatto’, perpetrata da una classe politica improvvida, si assiste, purtroppo, sempre più spesso, all’elusione di un corpus normativo eterogeneo, cristallizzato anche nel dettato costituzionale, che, dell’eliminazione di tutti quegli ostacoli che hanno marginalizzato la partecipazione femminile alla vita parlamentare, ha fatto la propria ratio essendi.


Difatti, la Costituzione italiana riconosce, all’articolo 3, il principio della parità di genere, il quale nel 2003 è stato corroborato grazie a una modifica dell’articolo 51: “la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini“. La riforma elettorale del 2017, legge n. 165, ha introdotto, poi, varie disposizioni per il riequilibrio della rappresentanza (purtroppo, però, le regole sulle quote di genere sono state fortemente depotenziate dalla possibilità di pluricandidature) ed altre norme sono previste, seppur in maniera profondamente frammentaria, dalle leggi elettorali per l’Europarlamento, le regioni e gli enti locali.
Tali disposizioni, pur avendo contribuito ad un tendenziale consolidamento della c.d. “democrazia paritaria”, non hanno prodotto un effettivo mutamento di paradigma.
Difatti, sebbene i dati, a fronte di settantadue anni di elezioni, registrino un evidente incremento della presenza femminile nel Parlamento italiano, la parità di genere in politica si palesa ancora come una chimera.
Ci sono voluti 30 anni e 7 Legislature per avere più di 50 donne in Parlamento: è accaduto nel 1976. Quota 100 è stata superata nel 1987 e quota 150 nel 2006. E sebbene oggi in Parlamento abbiano avuto modo di accedervi molte donne, il peso specifico delle stesse tende ad essere eufemisticamente irrisorio quando il Parlamento è chiamato a scegliere coloro che sono chiamati a ricoprire funzioni pubbliche rilevantissime. Caso emblematico, in tal senso, risale al luglio 2018, allorquando le Assemblee parlamentari si trovarono a dover contestualmente eleggere diversi componenti di molteplici organi costituzionali e di rilievo costituzionale.  Tra questi, anche un Giudice della Corte costituzionale e i membri c.d. “laici” degli organi di autogoverno delle magistrature. Un totale di 21 posizioni. Per le quali furono scelti 21 uomini. D’altronde, tendenzialmente, si registra una generale sotto-rappresentazione delle donne negli organismi collegiali (Corte Costituzionale, organi di governo autonomo delle magistrature ed Authorities) ed anche laddove la presenza femminile è più significativa, non si rinvengono esempi di donne che ricoprono la carica di Presidente ovvero di vice- Presidente, con la sola eccezione della Corte costituzionale e dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali.
La carica di Presidente della Camera è stata ricoperta da una donna in 5 Legislature su 18. In tutto, la Camera ha avuto 8 donne alla vicepresidenza, il Senato nove. In 70 anni le commissioni parlamentari permanenti presiedute da una donna sono state 30 (su un totale di 450: meno del 7 per cento), di cui 8 (su 28) nella XVIII legislatura: 3 al Senato e 5 alla Camera. In prevalenza sono state affidate alle donne commissioni competenti in materia costituzionale, di giustizia e nei settori della sanità e dell’istruzione. Mai a nessuna il bilancio.
Nella XVIII Legislatura, per la prima volta, una donna è stata eletta alla presidenza delle commissioni esteri e finanze alla Camera e della commissione lavoro al Senato.
Se, poi, si guarda al Governo e alle Assemblee regionali le criticità sono nettamente maggiori.
Nessuna donna è mai stata Presidente del Consiglio. Tredici governi sono stati composti solo da uomini. Su oltre 1500 incarichi di Ministro, in 66 governi, le donne ne hanno finora ricoperti 84, di cui 41 senza portafoglio (sono state affidate loro deleghe su materie, perlopiù, sociali).
Nessuna donna, dal governo De Gasperi V (1948) al governo Conte (2018), ha rivestito l’incarico di ministro dell’economia e delle finanze.
Le preoccupazioni, poi, sono molte nelle assemblee elettive regionali, ove le discipline elettorali regionali sono ancora ad oggi prive di adeguate misure antidiscriminatorie.
Infatti, il cammino verso la parità è ancora irto di ostacoli, soprattutto nelle amministrazioni locali: su 20 Regioni vi sono soltanto due Presidenti donne in carica, e ogni 100 sindaci 87 sono uomini.

Si è deciso di procedere all’enucleazione completa di tali dati al fine di depurare da fuorvianti pregiudizi ideologici il tema della parità di genere.
I diritti delle donne rappresentano, difatti, un traguardo universale, senza distinzioni di genere o di credo politico.
La tangibile inequivocità dei numeri ci pone di fronte ad una sfida senza eguali e senza tempo: la realizzazione di politiche mirate e l’elaborazione di una selezione ragionata di buone pratiche che debbano muovere, innanzitutto, dall’agevolazione della conciliazione della vita lavorativa e di quella familiare e dalla parità di retribuzione.
Queste cifre, note e impietose, ci inducono a pretendere un immediato e netto cambio di paradigma.
Urge un’evoluzione culturale. Non più rimandabile. Va decostruita quell’insulsa, misogina e stereotipata concezione di genere che induce 6 donne su 10 a sentirsi discriminate sul lavoro e quasi 8 donne su 10 a sentirsi penalizzate in una carriera politica. Noi donne necessitiamo di una uguaglianza sostanziale, non aneliamo un vano separatismo. Siamo, fortunatamente (guai alla bieca uniformazione e al ridicolo scimmiottamento), diverse dagli uomini, ma vantiamo lo stesso valore e la stessa dignità.

Concludo con un monito che Emma Bonino nel febbraio scorso ha rivolto alle 25 giovani donne selezionate per far parte dell’iniziativa “Prime donne” promossa da +Europa: la prima scuola di formazione politica rivolta unicamente alle donne.

“La politica è la fotografia del Paese. Nei quotidiani ci sono brillantissime giornaliste, ma le direttrici sono a zero. Nelle Università tante ottime ricercatrici, e se fate anche le segretarie vi fanno ponti d’oro, ma i presidi di facoltà sono due. In banca uguale, allo sportello gentili signorine, ma se salite la rampa non mi risultano direttori di banca donne. Sono contenta che vogliate tirare questo filo, ma tenete sempre presente che le discriminazioni del mondo femminile sono molto più complesse che la sola politica”. 

Marisa Bellisario, brillante dirigente d’azienda italiana, vittima di pregiudizi misogini, cui fu vergognosamente (all’esito di una più che fulgida carriera) negato il consenso del gruppo Fiat alla nomina ad amministratore delegato della Telit, sagacemente, osservava:

“Per una donna esiste il problema della credibilità, bisogna dimostrare che si è brave. Alla donna manca il diritto alla mediocrità, si arriva ad occupare posti importanti solo se si è bravissime. Ma quando ci saranno anche le mediocri, come avviene per gli uomini, vorrà dire che esiste la parità. Occorre, quindi, dimostrare che a uguali opportunità corrispondano uguali meriti”.

I numeri, oggi, non ci consentono più di addurre alibi o traccheggiamenti.

Bisogna aiutare le donne “a sognarsi”, in quanto la democrazia e le politiche pubbliche hanno vitale bisogno delle donne.

Non c’è più tempo da perdere.

Se non ora, quando?

La sentenza delle Consulta n. 150/2020, depositata oggi, è un incoraggiante sprone, in tal senso.

Per la prima volta nella storia della Corte Costituzionale, una sentenza è stata firmata da tre donne:

come Presidente la prof.ssa Marta Cartabia, come redattrice la prof.ssa Silvana Sciarra e nel ruolo di cancelliere la Dott.ssa Filomena Perrone.

Una piccola conquista in vista di altri grandi traguardi.

Author: Mariachiara Coppolino

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