“Lo Stato vince sempre?”-Omaggio ai servitori abbandonati

“Legum servi sumus ut liberi esse possimus“ è la celebre citazione ciceroniana che campeggia in Aula Pessina e che rappresenta l’aspirazione di chi sceglie di intraprendere gli studi giuridici.

L’idea di legge, intesa come garanzia di libertà, è presente in modo ancora più marcato nell’opera di tutti quelli che decidono di profondere le loro conoscenze e la loro professionalità nel contrasto alla criminalità organizzata. A riguardo, soprattutto alla luce delle recente polemica tra il ministro Salvini e lo scrittore Roberto Saviano, viene spontanea una riflessione su quanto lo Stato tuteli i suoi servitori o semplicemente tutti coloro i quali nella lotta alla mafia hanno impiegato passione, impegno e sacrificio.

Nell’analisi dei rapporti non sempre rosei tra lo Stato e i suoi servitori spicca l’indimenticabile figura del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, autore di una formidabile strategia che riuscì ad abbattere le BR nei cupi anni di piombo. Con le stesse ambizioni nel 1982 Dalla Chiesa fu mandato a Palermo in qualità di prefetto con la promessa, presto disattesa, dell’allora ministro Rognoni di attribuirgli poteri speciali per il contrasto alla mafia. L’esperienza di Dalla Chiesa in Sicilia terminò tragicamente il 3 settembre del 1982 a Carini segnando, come fu scritto sul luogo dell’assassinio, ”la morte della speranza dei palermitani onesti”.

L’abbandono dello Stato nei confronti dei suoi uomini migliori raggiunse livelli eclatanti quando nell’attività di contrasto alla mafia si distinse il giudice Giovanni Falcone, bocciato come capo dell’Ufficio Istruzione, come membro del CSM, come PNA e oggetto delle accuse contenute nelle lettere anonime del “Corvo” che circolavano nel Palazzo di Giustizia fino a quella più infamante di essersi organizzato da solo il fallito attentato all’Addaura(1989) . Nel saggio “Cose di Cosa Nostra”(1991) Falcone ebbe a dire: “In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”, una costatazione amara, quasi rassegnata che preludeva al tragico evento della strage di Capaci (1992).

Pochi mesi dopo la morte di Falcone, un giovanissimo capitano dei Carabinieri, Sergio De Caprio, detto “Ultimo”, insieme alla sua squadra, riesce ad arrestare Totò Riina. Questo successo fu rapidamente oscurato dalle accuse mossegli dall’allora sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia per la mancata perquisizione del covo di Riina, giustificata dall’allora capitano Ultimo come una scelta concordata con l’allora procuratore Caselli e frutto di una precisa strategia investigativa. Dopo anni di calvario mediatico e giudiziario, nel 2006 Ultimo fu assolto perché il fatto non costituiva reato, ma le umiliazioni non finirono qui: nel 1997 ci fu lo scioglimento della sua squadra “CRIMOR”(Unità militare combattenti) poi il trasferimento forzato al NOE, la perdita di un ruolo operativo seguito dal prestito momentaneo ai Servizi Segreti e terminato nel 2017 con la bufera per il caso Consip fino al ritorno all’Arma con la consapevolezza di non poter diventare mai generale per un cavillo burocratico. Nel febbraio di quest’anno il celebre comandante rinuncia all’onorificenza di “Cavaliere” offerta dal P.D.R., motivata dal suo disprezzo degli onori e dal desiderio di farsi carico della sofferenze degli uomini attraverso il suo lavoro.

Non è stato più fortunato l’ex capo della Squadra Mobile di Napoli Vittorio Pisani, autore di arresti eccellenti e di una strategia investigativa innovativa esplicata in alcuni suoi saggi a carattere penalistico quali “Informatori, notizie confidenziali e segreto di polizia”(2007) e “La crisi delle garanzie difensive nell’attività atipica della polizia giudiziaria”(2016). Al momento dell’arresto del super boss casalese Michele Zagaria di cui Pisani fu autore, il super poliziotto era colpito dal divieto di dimora nella città di Napoli per le accuse di collusione con la camorra e abuso d’ufficio mossegli dal collaboratore di giustizia e suo ex confidente Salvatore Lo Russo. Al momento dell’ingresso nel bunker di Zagaria il 7 dicembre 2011 a Casapesenna (CE), il pm che coordinò le indagini per la cattura, Catello Maresca, urlò <<Lo Stato vince sempre!>> e il boss ironicamente rispose : <<si lo so, lo Stato vince sempre!>>.

Nel 2015 Pisani fu assolto in secondo grado con formula piena, con una lacrima e con la promessa di non tornare mai più a Napoli, segnando l’ennesima sconfitta per questa città. E chissà se nelle parole ironiche di Zagaria non c’era un pizzico di realtà, ma soprattutto da osservatori critici e attenti ci chiediamo se davvero lo Stato vince sempre.

 

-Clelia Greco

Author: Caterina Bracciano

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