Lettera al mio assassino


Ciao, come stai figlio di puttana? I tuoi demoni stanno riposando in questo momento o ci stai giocando insieme, nel fuoco dell’infamia e della vigliaccheria? E allora, racconta: come stai? Ovunque tu sia ora, ovunque nascondi la tua coscienza perduta, cosa stai facendo? Ti stai preparando per il tuo nuovo incarico oppure non hai bisogno di alcuna preparazione? Già, per te è routine, ordinaria amministrazione, un gioco da ragazzi una “pazziella”. E dimmi, hai messo a dormire tuo figlio? Gli hai detto dov’è che stai andando? Gli hai cantato la canzone della buonanotte? Oppure gli stai facendo vedere com’è che si lucida una pistola? Una pistola si lucida sempre prima della danza con la morte. È vanitosa lei, deve farsi bella per il ballo di fine anno.
Cosa mi racconti fratello, stai bene? Io sto bene, mi sto assaporando quest’ultimo respiro di esistenza, cerco di non pensare a nulla in questo momento, nulla che possa distrarmi da questa sera meravigliosa, da questa melodia romantica e velata che è la vita. Conto con le dita delle mani, sul naso, i minuti che mi restano. È una conta delirante e dolce. Mi succhio l’ultima goccia di tempo che m’è rimasto. Questo tempo insaziabile che non smette mai di passare avanti, di allontanare le epoche, la storia, i ricordi, l’amore lasciato alla stazione, sul portone di casa. Gli amici sul muretto dell’adolescenza, quelli al bar la domenica mattina, quelli veri che purtroppo hai perso perché le strade maledette così hanno voluto.
Un cantautore l’ha chiamata “viola d’inverno” la morte, e la chiamerò così anch’io. Il suo suono è inconfondibile, non puoi scambiarlo con nessun altro suono. E’ unico e virtuoso. I primi accordi mi gironzolano intorno all’orecchio, mentre mi specchio, ancora una volta, l’ultima. Mi sto aggiustando la barba, vorrei che almeno lei, la morte, mi trovasse più affascinante di quanto in tutta la mia vita m’hanno trovato le donne. L’incontro con la tua luccicante 38 deve essere degno di nota, non credi? Al ballo ci vengo anche io preparato. Mi accingo a diventare anch’io salma di gesso sull’asfalto. Hai presente fratello? Quelle che disegna la polizia intorno a un corpo senza vita. E questa notte, sei tu l’artista stronzo! Tocca a te disegnare la mia caricatura sul cemento.
Come ti senti? E dimmi, come ti addormenti? Stai pregando ora? Sì, che lo stai facendo, riuscirei a sentire la tua litania anche stando dall’altra parte del mondo. Perché preghi? Mi piacerebbe tanto saperlo. Credi davvero che un ipotetico Dio, quel Dio buono, quello capace di tanto amore e misericordia, resterebbe seduto sulla sedia che affaccia su panorami di prim’ordine, con le mani congiunte ad ascoltare le tue orazioni? Credi davvero che quel Dio, più esatto di una sveda, aprirebbe il suo cuore per illuminarti la strada cercando di far andare tutto per il meglio? No stronzo, io lo so perché preghi prima di uccidere: il carnefice trema più della vittima.
Ce l’hai un rito? Se ce l’hai, lo stai facendo, testa di cazzo? E la polvere, la polvere bianca te la sei sparata dentro il naso? Fino a cancellarti l’identità, a sbiadire a poco a poco il tuo timore, il tuo tremare che potrebbe farti fallire. E questo tu non lo accetti, è un sacrilegio, devi portare a termine ogni missione altrimenti l’organizzazione ti declassa. Più uccidi più Sali. Più fallisci più scendi.
E dimmi, dove stai adesso? Stai arrivando? Io sono qui, in attesa, fumo anche l’ultima sigaretta e, coi cerchi che sembrano piccoli fantasmi avvolti in una luce arancione, mi diverto ancora un altro po’, un’ultima risata alla vita, alla speranza, all’innocenza. Ti sei messo al volante della tua bella moto? Non la porti tu vero? Il tuo amico verrà a prenderti. Sei anche tu in attesa quindi. Strana la vita. La mia attesa è diversa però dalla tua. Io aspetterò la morte una sola volta, tu muori ogni volta che togli la vita a qualcuno. Lo sai?
Smettila di sniffare, ti sto aspettando, ti voglio lucido, capace d’intendere e di volere. Ti chiedo con pietà di giungere da me sano di mente. Mi stai ascoltando stronzo? Quando ti fermerai dinanzi alla mia faccia sorridente, guardami, guardami dritto negli occhi. Prima di premere il grilletto ascolta il silenzio della morte, scorgi la tua mano nel buio e ricordami, non smettere mai di farlo, ricordami sempre. Il mio volto ti accompagnerà ovunque andrai, insieme agli altri volti a cui hai rapito la vita ingiustamente.
Tuo figlio si è addormentato, lo ha fatto piangendo, perché teme l’uomo nero. Non lo sa vero? Dico, non lo sa che l’uomo nero è il papà? Non lo sa che stai venendo da me per stramazzarmi al suolo? Spero non lo sappia mai.
La vita stasera non vuole proprio lasciarmi, la sento tirare i pantaloni come fanno i bambini quando chiedono il gelato. Vorrei essere io quel bambino e tirare i pantaloni della vita. Ma questa sera niente gelato per me. Ma tu stai arrivando bastardo, con la tua bella pistola, coi capelli impomatati e i vestiti griffati. Ti confesso una cosa: ho paura! Ma la mia paura è una paura sana, limpida come l’acqua con cui l’ipotetico Dio si lava la faccia. Per questo ti aspetto a braccia aperte.
Sento il rumore del motore. Ci sei riuscito a trovarmi, bravo. Aspetta che chiudo le finestre e spengo le luci.
Eccomi, davanti a te.
Ciao, come stai figlio di puttana? Come ti senti? Stai tremando, lo vedo. Eccomi, sono l’uomo che tra poco ammazzerai, l’uomo a cui leverai la vita e il piacere di lottare. Avanti spara, sono qui.
Sappi però, che la vita me la spezzerai e di me non resterà che freddo e cenere. D’accordo, su questo hai vinto. Chapeau! Ma la libertà no, quella non la sfiorerai nemmeno, non riuscirai nemmeno a sentirla. La mia libertà sarà sempre viva e verrà a cercarti, piccolo uomo di merda.

Dal libro “lettera all’ufficio anagrafe” di Antonio Prestieri.

Author: StudentiGiurisprudenza.it

STUDENTIGIURISPRUDENZA.IT L'Associazione degli Studenti di Giurisprudenza della Federico II Napoli

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