La toga del giudice: retaggio anacronistico o simbolo senza tempo?

Fa notizia il fatto che in Inghilterra un giudice abbia messo in vendita il proprio parruccone. Motivo? Costa tantissimo. All’incanto anche mantelline, pantaloni e cinture: in tempi di crisi, si sa, l’usato va forte. Ma da qui nasce un dibattito nuovo, sul perché ancora oggi rimanga l’obbligo per i giudici (e non solo) di indossare la tradizionale “divisa d’ordinanza“. Al di là della vicenda inglese, la questione è universale: qual è il significato della toga? Quale storia c’è dietro e perché alle soglie del 2014 non se ne può fare a meno?

La toga ha origini antiche. I Romani la indossavano al di sopra della tunica, rannodata sulla spalla sinistra; ve n’erano di varie fogge, così come diversi erano i modi di disporne i drappeggi attorno al corpo, ma si trattò sempre – com’è facile intuire – di un indumento poco pratico. Perciò progressivamente la sua lunghezza si ridusse e in compenso gli ornamenti divennero più ricchi, finché non fu definitivamente sostituita, in età tardoantica, dal pallio greco. Nel XIV secolo la ritroviamo a Venezia, del tutto rinnovata: la toga medievale è dotata di maniche ed è veste esclusivamente maschile, rossa o nera, portata da chi ricopriva cariche pubbliche, da magistrati o da medici.

Insomma, un abito che sin dalla sua nascita rimanda all’autorità e al prestigio intellettuale. E oggi? Ai nostri giorni i giudici italiani dovrebbero vestirsi seguendo quanto prescritto dal regio decreto 14 dicembre 1865 n. 2641, relativo all’ordinamento giudiziario; ma è evidente che la prassi va in tutt’altra direzione. Tale regio decreto impone infatti ai giudici di indossare: zimarra nera, cintura di seta guarnita di nappine, toga di lana nera con maniche rialzate e annodate alle spalle con cordoni, tocco e collare di tela batista, con colori e tessuti che variano a seconda del grado e delle occasioni (ad esempio, nelle riunioni solenni le corti di cassazione e di appello vestono la toga rossa, e in Cassazione non manca l’ermellino).

Pittoresco? Scenografico? Di certo queste disposizioni ci fanno un po’ sorridere, soprattutto se consideriamo che persino gli uscieri in servizio alle udienze delle corti e dei tribunali, a norma dell’art. 162 dello stesso decreto, sarebbe tenuti a indossare “tunica lunga fino al ginocchio di panno nero tutta abbottonata con una fila di bottoni lisci di seta, fascia alta dodici centimetri, serrata alla persona sul dietro con fibbie, collare liscio di tela batista, calzoni corti con calze di lana, mantelletto di panno lungo quanto la tunica e tocco di lana nera“. E pensare che ormai, benché l’art. 104 del regio decreto 6 gennaio 1927 n. 3 prescriva loro di indossare la toga nelle udienze dei tribunali e delle corti – chiarendo che l’inosservanza di tale obbligo è sanzionata in via disciplinare -, molti avvocati si presentano nelle aule di tribunale in veste informale… (se non indecorosa!). Comunque, senza andar troppo per il sottile, la toga è prima di tutto un simbolo.

Cosa rappresenta? Francesco Carnelutti ha scritto: “La toga è un costume maestoso che magnifica non tanto la persona, quanto la funzione e l’ordine sociale che ha fornito l’investitura […] e sottolinea la separazione tra gli officianti il rito e gli altri“. Nell’immaginario collettivo il giudicante personifica, in carne ed ossa, la Giustizia; smettere i propri panni e ricoprirsi di una veste che evoca deferenza e rispetto esprime una garanzia d’imparzialità.

 

Se dunque le norme che la impongono risultano oggi obsolete, tale non potrà dirsi la funzione a cui la toga assolve, oggi come ieri. Senza dimenticare che al privilegio di vestire un abito grandioso si accompagna sempre l’onere di onorarlo.

 

Martina Verde

Author: StudentiGiurisprudenza.it

STUDENTIGIURISPRUDENZA.IT L'Associazione degli Studenti di Giurisprudenza della Federico II Napoli

Share This Post On

Rispondi