La riscoperta del sistema referendario

di Alessandro Mario Amoroso

Uno spettro s’aggira per l’Italia – lo spettro del referendum. Rimbalza di bocca in bocca, riempie rubriche di telegiornali, anima dibattiti pubblici. Dalla vittoria del “si” nei quattro quesiti referendari del 12-13 giugno scorso, il referendum sembra essere diventato (o riscoperto) simbolo di una rinascita politica dell’Italia. Così a tre mesi di distanza se ne torna a parlare, non come ricordo di una bella vittoria, bensì come nuova sfida che animerà l’agone politico.

Eppure lo strumento referendario è tutt’altro che una recente scoperta. Secoli fa i delegati del popolo nelle assemblee medievali si riservavano di tornare “ad referendum”, id est a riferire alle rispettive collettività di appartenenza gli esiti della seduta, ma soprattutto a riceverne istruzioni in merito alle deliberazioni in vista. Sembra essere proprio questo il lontano precedente dell’istituto: che allora si prestava come funzionale all’esercizio di un mandato imperativo.

Di tempo ne è passato e se ne sono succeduti di ordinamenti: cosicché anche lo strumento referendario ha visto mutare la propria struttura e i propri effetti nella vita giuridica, ma prima ancora la propria ratio. Oggi, in vigenza di un espresso divieto di mandato imperativo nella nostra Costituzione (art. 67), frutto dell’evoluzione moderna dell’istituto della rappresentanza politica, il referendum non è più uno strumento di adeguamento della volontà degli eletti a quella dei rispettivi elettori. Ma per lo stesso motivo, nel quadro di una solida democrazia rappresentativa, assume rilievo come strumento di democrazia diretta. Eccezione alla regola, insomma, armonicamente collocata nel sistema. Di fatti, la nostra Costituzione repubblicana disciplina in un’espressa disposizione, contenuta all’art. 75, l’istituto referendario: apponendo nell’ultimo comma una riserva di legge per la determinazione delle modalità di attuazione del referendum. Dovevano passare però più di vent’anni dall’entrata in vigore della Costituzione perché tale riserva venisse ad essere soddisfatta, con l’approvazione della legge n.352 del 1970, che ha aperto la strada al primo referendum, quello sul divorzio, del 1974.

Da allora sono passati 37 anni, 16 consultazioni referendarie e 66 quesiti sottoposti al voto. In tale lasso di tempo, il referendum, pur conservando sostanzialmente inalterata la propria regolamentazione, e nonostante i limitati effetti giuridici propri di una forma di legislazione esclusivamente negativa, si è rivelato canale atto a registrare l’evolversi della coscienza socio-politica del Paese.

E’ facile constatare come negli ultimi vent’anni il referendum abbia puntualmente disegnato il tracciato di tre fenomeni politici. La storica consultazione del 18-19 aprile 1993, con la vittoria del “si” nel quesito per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e nel quesito “manipolativo” della legge elettorale del Senato, testimonia (e in parte contribuisce a) la crisi del sistema dei partiti della (cosiddetta) prima Repubblica, ma soprattutto registra la reazione di sdegno allo scandalo tangentopoli. Dopo la consultazione del 1995, seguono sei consultazioni referendarie (1997, 1999, 2000, 2003, 2005, 2009) fallite per il mancato raggiungimento del quorum: molti vi leggono la disaffezione nei confronti della politica, crescente nell’opinione pubblica. Tre mesi fa la svolta: i quattro quesiti del 12-13 giugno 2011 raggiungono il quorum con una quasi unanime affermazione dei “si”. L’evento è salutato come il risveglio della coscienza politica, il primo segnale del cambiamento, che da tante parti ormai si invoca.

Non è finita. In questi giorni giunge a conclusione la raccolta delle firme per la presentazione di un nuovo quesito referendario avente ad oggetto la legge elettorale, questa volta con il proposito della totale abrogazione. Condivido l’opinione di chi rileva scarse probabilità che la Corte Costituzionale ne dichiari l’ammissibilità: la Consulta ha già in precedenza chiarito che l’abrogazione referendaria in toto di una legge elettorale rischierebbe di creare un pericoloso vuoto normativo, compromettendo il funzionamento di un organo costituzionale; né sembra possa farsi valere la tesi della reviviscenza delle norme abrogate, che farebbe “rivivere” nell’ordinamento la precedente legge elettorale Mattarella. Mi sembrerebbe invece di eccessivo allarmismo ravvisare nel frequente ricorso allo strumento referendario i rischi di derive plebiscitarie. Il proposito pare piuttosto quello di sfruttare i mezzi di cui il nostro ordinamento ci fornisce anche, in ultima analisi, allo scopo di richiamare i cittadini al loro ruolo: non spettatori distratti, ma piuttosto vigili supervisori, il cui intervento è richiesto in via d’eccezione per ritoccare la traiettoria scelta dal legislatore.

 

 

 

Author: StudentiGiurisprudenza.it

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