La ricca attività del parcheggiatore abusivo fra costume, illecito e reato

 

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Il parcheggiatore abusivo è quasi diventato nella nostra cultura un personaggio folkloristico, una maschera napoletana, un pulcinella delle soste, insomma l’ennesima personificazione dell’illegalità su cui riderci sopra. A tal proposito mi viene in mente la storica scena di Totò, “Spa società di parcheggiatori abusivi”, in cui interpreta la figura del portavoce di un gruppo di parcheggiatori abusivi che rivendicano “un posteggio al sole” protestando davanti al palazzo di “Sua eccellenza il Ministro”. Oppure, più recente è il lungometraggio “The parker”, una satira horror realizzata dai “The Jackal”, in cui il parcheggiatore riveste i panni di uno zombie assetato del sangue di chi non paga “un’offerta a piacere”.

Eppure, nonostante questa tendenza a comicizzare il fenomeno, l’attività abusiva del parcheggiatore rappresenta un grave malcostume, fortemente radicato, tale da rendere la vita cittadina di un automobilista esasperante, gravosa e turbata.  A ciò va anche sottolineato quanto questa attività sia fruttuosa per le tasche delle organizzazioni criminali. Attualmente a Napoli ci sono circa 627 parcheggiatori abusivi (1036 in tutta la Regione) e l’importo giornaliero che ognuno di loro deve versare alla camorra ammonta tra i 100 e i 500 euro al giorno. Parliamo dunque di guadagni annui milionari!

Leggendo questi dati e vivendo personalmente il disagio mi fa riflettere la decisione presa dalla Corte di Cassazione con sentenza 15936/2013, la quale prevede che chiunque eserciti senza autorizzazione l’attività di parcheggiatore e sia oggetto di un provvedimento dell’autorità che ne vieta la prosecuzione non commette reato se ignora il divieto, ma sarà soggetto al pagamento di una sanzione amministrativa da euro 726 a euro 2.918. Quest’orientamento è stato preso accogliendo il ricorso di un uomo condannato dal Tribunale di Salerno ex art. 650 (Inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità) per non aver ottemperato a un provvedimento del questore il quale, per ragioni di ordine pubblico, aveva vietato l’esercizio dell’attività nei pressi dell’ospedale comunale. Quindi, la giurisprudenza afferma che l’attività abusiva integra l’illecito amministrativo previsto dal comma 15-bis dell’art. 7 del Codice della strada, salvo che il fatto però non costituisca reato. Dunque, a meno che le particolari modalità con cui l’attività abusiva viene esercitata non rendano più grave il fatto, che potrebbe quindi in questo caso costituire reato. Se ad esempio il parcheggiatore minacci delle ritorsioni nei confronti di chi si rifiuta di pagare, questo comportamento potrebbe essere punito come minaccia o violenza, ovvero come estorsione (art.629 c.p). In questa prospettiva la giurisprudenza ha addirittura escluso la riconoscibilità di altre ipotesi meno gravi di reato come, l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone (art. 393 c.p.) e la violenza privata (art. 610 c.p.) (cfr. Cass., Sez. II, penale, 1° aprile 2009), confermando solo la configurabilità del reato di estorsione.

E’ vero che ormai al parcheggiatore abusivo molti ricorrono “come per uso consolidato avviene in talune città d’Italia” (Cass. sent. n. 12762 del 2010), ma la diffusione dell’illegalità e l’importanza che questa attività abusiva ha per l’economia criminale, mi farebbe credere che la decisione della Cassazione non sia stata di grande aiuto. D’altra parte, in un paese in cui vi è il sovraffollamento delle carceri sarebbe complicato recludere altre 1036 persone solo in Campania; per di più  l’intervento penale si configura nel nostro ordinamento come extrema ratio, cioè come rimedio necessario per fatti non altrimenti risolvibili. Un ruolo di grande importanza lo giocherebbero soprattutto le autorità locali e i cittadini, nonché l’insegnamento e la diffusione di una sana cultura civica della legalità e specialmente la presenza-vicinanza dello Stato in tutti i suoi organi, le sue forme e le sue persone. Parole, aspettative e buone intenzioni che sicuramente abbiamo già sentito ma, forse, a forza di ripetercele smetteremo di giustificarci dicendo – Ca’ accussì funziòn!- e inizieremo a rispondere a gran voce: “ Ca’nun deve funzionàr accussì!”.

di Francesco Manco

 

Author: Francesco Manco

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