La nuova disciplina sulle intercettazioni: ecco cosa cambia

Il d.lgs approvato dal Consiglio dei Ministri in attuazione della legge delega n.103 del 2017 ha sicuramente cambiato il volto della disciplina sulle intercettazioni.

Il nodo della questione riguarda interessi parimenti meritevoli di tutela costituzionale: da una parte la libertà e segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione (art. 15 Cost.) e dall’altra il diritto all’informazione (art. 21 Cost.).

Per questo con il nuovo dispositivo si è cercato di impedire che intercettazione irrilevanti entrassero negli atti dei processi e da questi arrivassero ai giornali.  Viene per tanto modificata la procedura con cui vengono selezionate e trascritte le intercettazioni e le modalità con cui queste vengono poi utilizzate ai fini di prova.

Dunque il decreto vieta la trascrizione, anche sommaria, delle comunicazioni o conversazioni irrilevanti per le indagini, nonché di quelle concernenti dati personali sensibili, imponendo che nel verbale siano indicate solo la data, l’ora e il dispositivo su cui la registrazione è stata effettuata. Il pubblico ministero, a cui spetta di verificare l’irrilevanza o meno delle intercettazioni, diviene il garante della riservatezza della documentazione. A lui infatti spetta la custodia, in un apposito archivio riservato, del materiale irrilevante e inutilizzabile, con facoltà di visione ed ascolto, ma non di copia, da parte dei difensori e del giudice.

Quindi la procedura prevista dal decreto legislativo si compone di due fasi distinte nel tempo:

  • il deposito delle conversazioni e delle comunicazioni intercettate con i relativi atti di autorizzazione, per permettere alla difesa di conoscere gli elementi su cui il pubblico ministero intende fare richiesta di acquisizione e per permettere un controllo sulle sue scelte tra ciò che viene incluso e ciò che viene escluso;
  • la successiva acquisizione delle comunicazioni e conversazioni rilevanti, a cui il giudice provvede su richiesta del p.m. e dei difensori e a seguito di contraddittorio fra le parti, procedendo anche d’ufficio allo stralcio delle registrazioni e dei verbali di cui è vietata l’utilizzazione; la documentazione non acquisita viene immediatamente restituita al p.m. per la sua conservazione nell’archivio riservato.

Quanto ai mezzi per intercettare, si delimita l’uso dei «trojan», che sono i captatori informatici, malware occultamente installati dall’autorità inquirente su un apparecchio elettronico dotato di connessione internet attiva. Verranno usati senza particolari vincoli per i reati più gravi, come terrorismo e criminalità organizzata, mentre per gli altri occorrono motivazioni esplicite da parte del giudice.

Viene poi introdotto nel codice penale un nuovo reato che punisce con la reclusione fino a 4 anni la diffusione di riprese e registrazioni di comunicazioni effettuate in maniera fraudolente per danneggiare la reputazione o l’immagine altrui. La punibilità è esclusa nel caso in cui la registrazione senza consenso venga utilizzata in ambito processuale, come esercizio del diritto di difesa o nell’ambito del diritto di cronaca.

Detto ciò l’unico nodo non ancora completamente risolto sembra quello relativo alla fase dalla trascrizione: secondo quale criterio il p.m. e gli ufficiali di polizia giudiziaria incaricati possono decidere o meno di trascrivere una conversazione?

Questa procedura consente di garantire l’efficienza della giustizia e delle indagini?

Ai giudici ed ai posteri l’ardua sentenza.

 

-Francesco Manco

 

 

 

Author: Francesco Manco

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