LA CULTURA DELLA CORRUZIONE IN ITALIA: INTERVISTA CON LA PROF. GIULIANA DI FIORE

Oggi commettere azioni illecite, aggirando il sistema è divenuta la prassi. Se il condannato per corruzione continua a ricoprire incarichi prestigiosi è ovvio che si determini irresponsabilità e spirito emulativo. “Perché non farlo?” è probabilmente l’interrogativo che si pongono in tanti.

Un correttivo potrebbe ricercarsi in una sostanziale semplificazione amministrativa; è lì che si annida il malcostume! StudentiGiurisprudenza.it ne parla con la professoressa Giuliana Di Fiore, docente di Diritto amministrativo.

 

La commissione europea ha presentato lo scorso 3 febbraio una relazione in merito alla lotta alla corruzione. I dati sono preoccupanti: il peso economico della corruzione costerebbe all’economia Europea circa 120 miliardi di euro l’anno e solo l’Italia contribuirebbe per metà della cifra (60 miliardi di euro l’anno). Quali sono secondo lei le cause prime della Corruzione in Italia?

Certamente il fenomeno della corruzione deriva da un insieme di concause che trovano un momento unificante nel fatto che nel nostro paese non c’è responsabilità.  Si parla tanto di merito, ma esso ha un’altra faccia della medaglia che è la responsabilità! Chi agisce nel bene deve acquisirne il merito, ma chi opera nel male deve risponderne. Rispetto alla corruzione, la responsabilità di tipo penale ha perso peso per una serie di problematiche individuabili nella lentezza della giustizia, nel problema delle carceri e a una serie di leggi che sono state fatte in un ventennio che ha svilito il nostro paese rispetto a tale problema. Non c’è risposta penale e non c’è risosta politica: mentre in passato i corrotti venivano emarginati, oggi vengono rieletti ed assurgono ad incarichi prestigiosi. Non c’è responsabilità sociale e la corruzione non è più considerata un disvalore. Vi è inoltre un problema culturale. La corruzione non è più quella di un tempo, quella della così detta “bustarella”, oggi la corruzione è un fenomeno complesso e non è più socialmente, culturalmente ed eticamente censurata; è diventata la prassi! Qualche segnale lo abbiamo avuto, basti pensare alla legge anticorruzione che ha avuto un iter parlamentare molto difficile, che dà il segno della difficoltà della svolta. Ma adesso i segnali non bastano più.

Restando sulla legge 190/2012, questa avrebbe da un lato favorito un sistema di controllo preventivo, dall’atro però, è apparsa meno incisiva per quanto concerne l’aspetto repressivo. La norma è stata considerata poco efficace. Potrebbe spiegarci il funzionamento di questa legge?

La legge considera da una parte aspetti di tipo amministrativo, che incidono sull’organizzazione della pubblica amministrazione e dall’altra aspetti penalistici. In tal senso la legge ha operato alzando i minimi e i massimi della pena ed è stata ritenuta insufficiente perché non ha coperto tutte le fattispecie di questa dilagante corruzione, divenendo in tal modo l’humus nutritivo per le grandi forme di illegalità. La sezione amministrativa è estremamente formale. Ad esempio ogni amministrazione dovrebbe prevedere un piano triennale anticorruzione e indicarne un responsabile. Non appaiono del tutto chiari i poteri di questa figura che, tra l’atro non è stata mai fattivamente disposta. Non è attraverso la pianificazione che si risolve il problema ma è necessario individuare e colpire le responsabilità degli illeciti.

Si sente spesso parlare dei problemi della pubblica amministrazione soprattutto in relazione alla lungaggine della burocrazia che ingessa l’economia italiana. Questa situazione di certo lascia ampio spazio a tentativi di scavalcare questi processi, ad esempio ricorrendo al sistema delle tangenti. Secondo lei come si potrebbe snellire il sistema amministrativo?

Con una semplificazione vera degli apparati amministrativi. Tutte le ultime norme, formalmente destinate alla semplificazione, non fanno che creare degli iter burocratici complessi che vengono spesso aggirati attraverso il favore, il voto di scambio, il volgersi al politico per cose che si dovrebbero avere per diritto. Ad esempio la nuova “Autorizzazione Unica Ambientale” (AUA) che, come il nome stesso dice, essendo unica, dovrebbe permettere una semplificazione mediante l’unificazione di serie di autorizzazioni. In realtà la normativa è così sconnessa, così di difficile interpretazione che le amministrazioni non riescono ad attuarla in maniera piana. In questi meandri procedimentali bisognerebbe avere il coraggio di dire “ok abbiamo sbagliato”! Bisogna concretamente mettere mano a queste semplificazioni.  Chi si assumerà questa responsabilità deve uscire dai comodi uffici legislativi e avere l’umiltà di parlare direttamente con i comuni, le province, le regioni, le amministrazioni periferiche e scontrarsi direttamente con il loro disagio. Deve esserci inoltre la consapevolezza che, per la realizzazione di questi obiettivi, occorrerà tempo e non basteranno cento giorni. Deve essere attuata una vera semplificazione amministrativa perché è lì che si annida il malcostume e la corruttela.

Nella logica anticorruzione le attuali spinte per il contenimento della spesa pubblica, come l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, non potrebbe lasciare spazio a comportamenti delittuosi di chi, limitati a questo punto i margini leciti, è in cerca di risorse economiche per affermarsi politicamente?

Il finanziamento pubblico e non privato è un meccanismo equitativo. Oggi per finanziamento s’intende l’acquisto di mezzi di comunicazione e di diffusione del pensiero. La propaganda non si fa più in piazza ma, se un partito avesse la possibilità, per esempio, di comprare spazi pubblicitari, trasmissioni televisive, un sito blog, riuscirebbe a diffondere il tuo pensiero in maniera molto diversa. L’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti determinerà una situazione di disparità, difatti i mezzi a disposizione saranno diversi. Questo non produrrà un buon risultato per una democrazia di welfare come noi dovremmo essere. Per limitare margini di corruzione sarebbe sufficiente la presentazione delle fatture per le spese effettuate.

Da un indagine dell’espresso risulta che attualmente in Italia ci sarebbero 11 detenuti per corruzione. Come si spiega lei questo fenomeno?

Il problema è, come abbiamo detto, etico-culturale inoltre la corruzione è difficile da scoprire. Quando in Italia si è voluto risolvere un fenomeno come quello del terrorismo si è fatto. “Forse la volontà di risolvere il fenomeno risiede negli stessi luoghi dove risiede il fenomeno…

Secondo lei, le tanto discusse riforme istituzionali che ruolo potrebbero giocare in merito alla corruzione?

Non credo che siano le riforme istituzionali che possano avere un ruolo sulla corruzione. Per far fronte alla corruzione ci vogliono leggi serie, chiarezza del diritto, semplificazioni dei procedimenti e un grande cambiamento etico-culturale. Bisogna cominciare dalla società, dai partiti, dai sindacati per poi finire nelle istituzioni.

-Luisa Quaglia

Author: StudentiGiurisprudenza.it

STUDENTIGIURISPRUDENZA.IT L'Associazione degli Studenti di Giurisprudenza della Federico II Napoli

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