La Costituzione,quella vera

 

“A seconda di come la si legge, la Costituzione della Repubblica italiana può essere un capolavoro di serietà o di comicità”. 

E’ così che si apre il piccolo commento di Marco Travaglio alla nostra Costituzione. Il testo è pervaso da una sorta di ironia legata probabilmente ad eventi politici, che non consentono mai all’autore di arrivare al punto e di spiegare con chiarezza, veridicità ed efficacia il significato del testo costituzionale. Questo fare politicamente orientato non è, però, l’unico neo: ben sappiamo che, nella lettura e comprensione di un testo giuridico, è fondamentale (ed assolutamente necessaria, dato che non vige il principio “in claris non fit interpretatio”) la sua interpretazione. Essa, per di più, non deve essere solamente letterale, cioè legata alla comprensione del significato di ogni parola in quel determinato contesto, ma deve anche essere legata alla ratio legis, ovvero alla ragione che ha spinto il legislatore o, come in questo caso, il costituente, a sancire quella norma.

Il nostro autore, molto spesso, si limita ad una interpretazione di tipo puramente letterale che, unita ai fatti politici, veicola un messaggio populista il quale, nonostante la Costituzione sia stata scritta per il popolo e non per i suoi “rappresentanti”, è comunque molto lontano dalle idee dei costituenti.

Vorrei, ora, citare testualmente (e senza censura) alcune parti del testo, per dar prova di quanto detto in precedenza. Alla fine, però, spezzerò anche una piccola lancia a suo favore.

“Articolo 1: << L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro >>. Vabbè, ci siamo capiti.”

Sì. Il commento al primo articolo è tutto qui, non c’è altro. L’ironia del commento è chiaramente rivolta alla parola “democrazia” ed all’espressione “fondata sul lavoro”, come per dire che la

democrazia non esiste e che di lavoro non ce n’è. In virtù di un’interpretazione letterale, l’autore non avrebbe torto, ma la domanda corretta che dobbiamo porci è: cosa vuol dire “Repubblica democratica fondata sul lavoro?”. Vuol dire che ogni uomo deve poter studiare, lavorare e trarre con sicurezza i mezzi per vivere da uomo dal proprio lavoro. Si potrebbe obiettare che non tutti sono in grado di vivere per mezzo del proprio lavoro e, purtroppo, è vero. La Costituzione, però, lo sa. Essa, infatti, è polemica verso il passato regime caduto ed anche nei confronti del presente assetto sociale. Riconosce l’odierna esistenza di ostacoli di fatto e riconosce che è necessario che siano rimossi, tutto ciò per mezzo dell’art. 3.2: “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Come diceva Calamandrei: “dà un giudizio, la Costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità”.

E’ vero che, per ora, il piano della forma non coincide con quello della realtà, ma questo perché “la nostra Costituzione è in parte una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere”. A chi compete tale lavoro? A noi, perché “lo Stato siamo noi”.

Tutto ciò è stato riportato in modo molto semplicistico ed insufficiente a spiegare la grandezza del messaggio costituzionale:

“Articolo 3: << Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali o sociali >>. << Tutti >>, capito? Bianchi o neri o gialli, indigeni o stranieri, ricchi o poveri, potenti o deboli, cattolici o laici o islamici o buddisti, omosessuali o eterosessuali che siano. Se uno viola la legge, ne risponde alla Giustizia, foss’anche il Presidente della Repubblica, del Senato, della Camera del Consiglio”.

Un piccolo appunto va all’art. 2 che, praticamente, non è stato trattato, perché confuso con il comma 2 dell’articolo sbagliato: il primo.

Va, infine, citato l’art. 12, quello relativo alla bandiera, commentato così: “nessuno può pulircisi il culo”. Bisognerebbe domandarsi, in realtà, perché un articolo così “banale” sia stato inserito tra i principi fondamentali della nostra società. E’ lì che risiede la vera risposta. La bandiera italiana ha tre colori: il verde delle mimetiche militari, il bianco della neve sui monti ed il rosso del sangue versato per la Patria. Le tre bande verticali sono di eguali dimensioni proprio come tutti i cittadini sono uguali, senza alcun tipo di distinzione. Questo articolo è la sintesi perfetta dei precedenti. E’ sotto la bandiera, infatti, che si manifesta l’identità del cittadino, il quale deve puntare al bene comune senza violare la libertà altrui.

Un messaggio importante, però, l’autore lo lancia e lo fa citando Zagrebelsky: “la democrazia è il regime dei cittadini, dunque la difesa della democrazia è in mano ai cittadini”. Una ovvietà, che, però, molto spesso viene dimenticata ed è giusto, quindi, che qualcuno la ricordi. D’altro canto, è ciò che già diceva Piero Calamandrei anni ed anni prima: “la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità”.

 

-Francesco Campanile

Author: Caterina Bracciano

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