L’ aborto, un diritto ancora negato

Estremamente delicata è la questione dell’interruzione della gravidanza, laddove tale pratica si scontri con le resistenze morali di quegli operatori sanitari che la ritengano offensiva per la vita umana.
È necessario tenere a mente la differenza tra impedimento e interruzione volontaria di gravidanza. Nel primo caso il contraccettivo per anni più osteggiato dai dettami morali, al punto da divenire simbolo della rivoluzione sessuale del ’68, è la pillola anticoncezionale, che, impedendo l’ovulazione, consente alle donne di avere una piena vita sessuale senza rischi di concepimento. La pillola postcoitale, conosciuta anche come pillola del giorno dopo, presenta invece un dosaggio di progesterone più alto e blocca l’ovulazione, impedendo l’avvio di una gravidanza, dopo un rapporto a rischio. Rientra nel genus contraccettivo d’emergenza anche EllaOne, la pillola efficace fino a cinque giorni dal rapporto. Se in questo modo si impedisce l’avvio di una gravidanza, attraverso l’aborto farmacologico o chirurgico, la gravidanza, già cominciata, viene invece interrotta. I retaggi della nostra società patriarcale, fortemente improntata alla convenzionalità, hanno fatto sì che solo negli anni Settanta venissero approvate le prime leggi a tutela della salute delle donne in gravidanza. Nel 1978 entra in vigore  la Legge 194 sull’ aborto, cui si fa riferimento anche per la somministrazione del mifepristone, noto con il nome commerciale RU486, la cui diffusione nelle strutture ospedaliere italiane è stata autorizzata nel 2009. Si tratta della pillola abortiva, dunque non un contraccettivo, ma un farmaco che provoca un vero e proprio aborto chimico. Quest’ultimo si differenzia da quello chirurgico perché non deve essere effettuato entro il novantesimo ma entro il quarantanovesimo giorno di gestazione, a meno che non sia a rischio la salute della donna. La pillola abortiva non può essere assunta dalla donna autonomamente né può essere venduta in farmacia: essa richiede il ricovero in una struttura ospedaliera, previe autorizzazione dell’ospedale, del ginecologo o di un consultorio e visita psichiatrica. Se la contraccezione d’emergenza innesca l’opposizione dei farmacisti, l’aborto è fortemente ostacolato da oltre il 50% dei medici e quasi la metà del personale paramedico, al punto che la donna, affinché possa interrompere la gravidanza in tempo, si trova spesso costretta a cambiare struttura ospedaliera. Il diritto all’obiezione di coscienza è tutelato dall’art. 9 della Legge sull’aborto per il quale il personale sanitario e gli ausiliari possono, previa dichiarazione, essere esonerati dal compimento di procedure volte a determinare l’interruzione della gravidanza, a meno che l’intervento non sia indispensabile per salvare la vita della partoriente e fermo restando che sono comunque tenuti a prestare assistenza antecedente e conseguente all’intervento. Pertanto il rifiuto del medico di occuparsi della salute fisica o psichica della donna, prima o dopo l’aborto, si configura come rifiuto di atti d’ufficio, punibile con la reclusione da sei mesi a due anni, ai sensi dell’ art. 328 del codice penale. Quello che ci sfugge è dunque il ruolo, che ricopre l’art. 9, di bilanciamento dei diritti in gioco. Quando si parla di obiezione di coscienza dimentichiamo che è un istituto regolato dalla Legge sull’aborto e che pertanto non deve ostacolare ma rendere applicabile la relativa disciplina. È necessario denunciare ogni sopruso, disservizio, omissione di soccorso o interferenza che limitino la fruizione di un diritto fondamentale, riconosciuto dopo anni di aborti clandestini che hanno visto morire migliaia di donne. Al di là dell’ovvio riconoscimento del diritto di ricevere assistenza anche dall’obiettore in caso di pericolo o pre e post-aborto, occorre garantire già nelle strutture ospedaliere la presenza di un’alta percentuale di medici non obiettori. Finché esisterà una legge che qualifichi il diritto all’aborto come libertà individuale inviolabile, essa deve poter ricevere una concreta applicazione in ogni ospedale e in ogni clinica.

Carmela Cordova

Author: Carmela Cordova

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