“Italian Sounding”: quanto la contraffazione del Made in Italy incide sull’economia nazionale

Ebbene sì, le esportazioni dei nostri prodotti crescono. Nonostante lo sviluppo negli ultimi anni di nuove tensioni geopolitiche, l’export italiano continua a crescere con percentuali stabili e rassicuranti, registrando già nel 2018 una variazione del +3,1% rispetto all’anno precedente, riportando stabilmente la bilancia commerciale in positivo. Nell’ormai passato 2019, secondo i dati dell’Associazione Camere Commercio all’Estero, con un aumento previsto del 3,4%, il valore dell’esportazione dei prodotti Made in Italy andrebbe a sfiorare i 500 miliardi di euro. Cifre da capogiro che veramente fanno rendere conto di quanto le imprese possano trainare la ripresa economica del paese, eppure di pari passo al loro sviluppo cresce anche la portata del fenomeno che più di ogni altra cosa le insidia: il mercato internazionale della merce contraffatta. Quello della contraffazione di prodotti con provenienza, marchio o brevetto registrato non è un problema nuovo, considerando che le principali attività normative volte a contrastarlo risalgono al 2005, con il D.lgs. 30 (anche detto Codice della Proprietà Industriale), e al 2009, con la legge n.99 e il regolamento n.207 dell’UE sulla creazione di un marchio comunitario. In seguito sono stati compiuti numerosi passi avanti, ciononostante nell’ultimo decennio questo mercato ha registrato una crescita incalcolabile, dovuta in primo luogo allo sviluppo del commercio online, e in secondo all’affievolimento dei controlli doganali all’interno dei confini europei. Dispositivi informatici, abbigliamento, accessori e persino prodotti artigianali: l’imitazione dei beni fabbricati dalle industrie del Bel Paese ha un giro d’affari che, secondo una recente indagine della CdP e dell’Euipo, si aggira intorno ai 35 miliardi di euro, traducendosi in un impatto occupazionale di 88 mila posti di lavoro persi.

E non è tutto, infatti il danno maggiore l’”Italian Sounding” (come viene chiamato anche questo fenomeno di imitazione dei nostri prodotti/marchi/brevetti/denominazioni) lo arreca al settore agroalimentare, che secondo le stime di Coldiretti e Federalimentare, genererebbe un giro d’affari di oltre 100 miliardi, costando ogni anno la sopravvivenza di piccole e medie imprese operanti in questo campo. I metodi di mimetizzazione dei prodotti contraffatti nel mercato alimentare sono molto più sottili, e per occhi inesperti (o forse è meglio dire palati) è difficile conoscere la differenza tra un “Parmesan” prodotto nel Winsconsin e un Parmigiano Reggiano, seppur di tutt’altra qualità. La maggior parte della merce di questo tipo è prodotta e distribuita in paesi ricchi come Stati Uniti e Australia, e molti sono stati i tentativi di far comprendere anche oltreoceano tale problema, ma alla base ci sono ovviamente i rapporti tra gli stati, che non sempre garantiscono una solida collaborazione, specialmente all’alba di una guerra di dazi tra USA e UE.

 

L’associazione Studentigiurispridenza.it ha avuto l’opportunità di potersi confrontare con un esperto del settore: l’avv. Gennaro Demetrio Paipais. Oltre che avvocato penalista, Paipais è attualmente Coordinatore della Commissione Internazionalizzazione del Made In Italy e contrasto alla Contraffazione dell’Ordine degli Avvocati di Napoli. Di seguito, la sua intervista.

 

1) Il fenomeno dell’ “Italian sounding” è dovuto anche alla delocalizzazione delle nostre aziende in altri stati?

La comprensione del fenomeno dell’italian sounding non può prescindere dalla diffusa delocalizzazione di produzioni italiane. Si è infatti intensificata la tendenza, da parte di aziende estere, di rilevare note aziende italiane che delocalizzano gli stabilimenti all’estero, di diversificare la produzione ricorrendo a materie prime estere con conseguenti abbassamenti della qualità e di omologare il prodotto finale: ne consegue un richiamo alla presunta italianità che, in realtà, non trova fondamento nel prodotto stesso.

A pagarne le conseguenze non sono soltanto i consumatori finali che acquisterebbero un prodotto per origine, provenienza e qualità diversa da quella che si aspettano, non sono soltanto le tante imprese italiane che subiscono concorrenza da aziende estere per la produzione e distribuzione di falsi made in Italy ma sono anche le aziende di trasformazione che acquistano materie prime estere nella erronea convinzione di acquistare un prodotto italiano.

Il fenomeno potrebbe essere in parte ridimensionato con la tecnologia blockchain che permette al consumatore di risalire alla provenienza delle materie prime e al ciclo di vita del prodotto attraverso etichette tracciabili.

Ciò impedirebbe che la delocalizzazione possa affievolire le tecniche di accertamento finalizzate all’individuazione dell’origine della materia prima e delle sue caratteristiche, e alle metodiche produttive utilizzate durante le fasi del processo produttivo e distributivo.

2) Quali significativi obiettivi si è prefissata la Commissione internazionalizzazione del made in italy e contrasto alla contraffazione da Lei presieduta?

La Commissione Internazionalizzazione del Made in Italy e contrasto alla contraffazione dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, che mi pregio di presiedere, si prefigge l’obiettivo di intercettare gli ostacoli che riscontrano gli imprenditori napoletani nell’internazionalizzare i propri prodotti realizzati sul nostro territorio e di arginare il fenomeno della contraffazione proponendo misure che valorizzino all’estero marchi sociali di prodotti realizzati in Italia da persone a rischio di esclusione sociale. Siamo convinti che solo coinvolgendo nella produzione di eccellenze locali persone che in passato hanno avuto problemi con l’alterazione di prodotti originali e inserirle in progetti legali in ambito internazionale si possa marginalizzare il fenomeno della contraffazione. Invero, internazionalizzando eccellenze prodotte da persone a rischio di esclusione sociale eviterebbe il coinvolgimento di queste ultime nel mercato nero.

Si segnalano, a titolo di esemplificazione, le cravatte della nota sartoria Marinella, prodotte in parte dalle detenute della Casa Circondariale di Pozzuoli o i panettoni artigianali prodotti dai giovani detenuti dell’Istituto Penale Minorile di Nisida.

Tuttavia, come noto, i processi di crescita all’estero comportano difficoltà e impedimenti per le imprese di minori dimensioni, che rendono complessa la scelta di internazionalizzarsi: l’individuazione di una strategia promozionale, la carenza di risorse finanziarie, i costi per la raccolta delle informazioni, etc.

Ci prefiggiamo pertanto l’obiettivo di formalizzare una rete tra Istituzioni nazionali e locali e avvocatura al fine di individuare le misure che favoriscano sia l’internazionalizzazione di eccellenze prodotte nelle carceri o negli istituti di pena sia una rete di imprese che, nell’ottica dell’inclusione sociale, inseriscano nel tessuto lavorativo soggetti a rischio di esclusione sociale per la produzione e l’internazionalizzazione di prodotti tipici del nostro territorio.

La politica dell’internazionalizzazione deve agevolare sia l’esportazione delle eccellenze napoletane sia di quelle eccellenze prodotte da persone a rischio di esclusione sociale: in tal modo si agevolerebbe la rieducazione di soggetti che potrebbero non più proiettarsi al mercato nero della contraffazione, si favorirebbe l’internazionalizzazione del made in Italy e si perfezionerebbe la funzione sociale dell’avvocatura.

 

 

L’ass. StudentiGiurisprudenza.it  ringrazia, sentitamente, l’avv. Paipais per la sua disponibilità, la sua professionalità e per aver delineato, in modo chiaro e conciso, un fenomeno sempre più attuale.

 

 

 

Articolo di Rocco Mario Cristiano

Author: Mariachiara Coppolino

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