Italia, la gran cortigiana ai tempi del covid-19

Articolo di Rocco Mario Cristiano

Roma, 20 Febbraio 2020: in Italia si registra il primo focolaio di Coronavirus nella cittadina lombarda di Codogno. La notizia viene accolta con sentimenti contrastanti dalle autorità sanitarie ma soprattutto politiche, tra chi invoca immediatamente misure restrittive pari a quelle applicate nella città di Wuhan e chi invece invita alla moderazione, e che nella falsa sicurezza che il virus non si sarebbe mai diffuso a livello nazionale ha azzardato anche gesti sconsiderati; esattamente un mese dopo, il 20 Marzo, si contavano già più di 4.000 morti e 47.000 infetti, con dati che segnalavano incrementi ben lontani dall’assestamento.

Il 13 Marzo, nel pieno della crisi, è la Cina, ironicamente, il primo paese straniero a farsi avanti per spedire aiuti all’Italia: vennero inviate forniture mediche, ventilatori polmonari e mascherine (che per la loro difficoltà nel reperirle sembravano diventate un vero e proprio bene di lusso) nonché un team di personale medico esperto. Il governo italiano e i cittadini si mostrarono entusiasti per questa manna dal cielo, in un periodo in cui già tutti gli altri paesi sembravano aver chiuso ogni contatto con l’Italia, riassunto nell’affermazione del rappresentante permanente presso l’UE Maurizio Massarinon un singolo paese dell’UE ha risposto all’appello della Commissione”. Nell’analizzare questo atto di benevolenza e solidarietà tuttavia si è omesso un piccolo gigantesco particolare, ossia che tali attrezzature non furono donate, ma acquistate; non è un mistero infatti che in quei giorni la Cina ormai era quasi fuori dal tunnel dell’emergenza, con un aumento dei contagi ben al di sotto dell’1% e un numero enorme di guariti, ed un apparato industriale che lentamente ma in modo possente ricominciava a produrre, stavolta con l’obbiettivo mirato e proposto dal governo di Pechino di soddisfare il fabbisogno di apparecchiature sanitarie degli altri paesi. Così la Repubblica Popolare mosse le prime pedine per poter nascondere e poi far passare in sordina le varie informazioni omesse all’OMS e alla comunità internazionale, e contemporaneamente rafforzò il già solido legame che il ministro degli esteri Luigi Di Maio aveva instaurato con i 29 accordi di collaborazione tra aziende cinesi e italiane per lo sviluppo di infrastrutture, firmati a Marzo dello scorso anno.

L’Unione, tramite il commissario per il mercato interno Thierry Breton, non ha tardato a rispondere al biasimo del nostro paese, annunciando lo sblocco delle esportazioni di materiale sanitario da Francia e Germania, ma anche da altri membri come l’Austria, la Romania, la Norvegia, la Polonia e la Repubblica Ceca, inviando milioni di mascherine, centinaia tra respiratori e ventilatori polmonari e decine di medici volontari. Da Berlino un ulteriore passo in avanti fu fatto assumendosi la responsabilità di curare 60 pazienti in terapia intensiva, forte di un sistema sanitario solido che ha potuto contenere il virus anche durante il suo picco massimo.

Tali azioni, a differenza di quelle compiute dal colosso orientale, passarono più in sordina, complice il ritardo con cui sono giunti questi aiuti, a seguito di ultimatum da parte del premier Conte e altre grida d’aiuto lanciate nel vuoto, o anche la sospensione del trattato di Schengen avvenuta il 17 Marzo, che ha arrecato gravi danni al settore delle esportazioni, e non dimentichiamo le dichiarazioni dell’attuale presidente della BCE Christine Lagarde, che si dichiarò non disposta ad attuare misure per ridurre lo Spread (delle quali comunque si scusò in seguito).

Ma intanto anche altri ingranaggi a livello internazionale si erano mossi, e alla vista della prima carta giocata dal colosso asiatico, tutte le altre superpotenze si sono gettate in quella che ormai era diventata una “guerra” degli aiuti, una gara a chi avrebbe presentato il regalo più gradito a quella donzella in difficoltà che era (ma in realtà è ancora oggi) l’Italia, o, come l’ha definita Josep Borrell, rappresentante per la politica estera dell’UE, “diplomazia aggressiva della generosità”.
La mossa più eclatante l’ha compiuta sicuramente la Russia, che senza badare a spese ha fatto atterrare all’aeroporto militare di Pratica di Mare decine di aerei cargo con a bordo più di cento medici dell’esercito e tonnellate di materiali, un’entrata in pompa magna da parte di personale straniero all’interno di un paese membro del Patto Atlantico che non si era mai vista, con tanto di successivo allestimento di campi logistici e di rifornimento lì sul fronte lombardo, la prima linea della battaglia contro il Coronavirus. Di nuovo quindi la Cina riprese a proiettare quello che nel gergo delle relazioni internazionali è chiamato “soft power”, cominciando nuovi ponti aerei per tramite della Croce Rossa operante in loco.

Gli Stati Uniti sono quelli che più hanno tardato a farsi sentire, ma alla fine non poterono che intervenire anche loro, dovendo salvaguardare il ruolo di “sentinella del mondo libero”, posizione che, specialmente alla luce dei più recenti avvenimenti (inefficienza della sanità privata nel gestire milioni di infetti e scontri razziali che infuriano in ogni città), sembra perdere giorno dopo giorno.  Il bilancio degli aiuti ricevuti dagli States è di un aereo da trasporto atterrato alla base di Aviano, con a bordo un sistema mobile di stabilizzazione dei pazienti, più un altro atterrato invece a Villafranca con un ospedale da campo fornito di apparecchiature tecniche, ma spedito dall’organizzazione evangelica Samaritan’s Purse; sempre privata è anche la donazione di un milione di euro di insulina fornita dalla Fondazione Eli Lilly.

Se gli aiuti statunitensi sembrano un’inezia paragonati a quelli dei loro concorrenti, che hanno subito colto l’occasione per ridurre l’influenza della NATO nel Vecchio Continente, altri paesi più piccoli si sono mobilitati per dare il loro contributo: chi alla ricerca di legittimazione e riconoscimento da parte nostra, come Cuba e Taiwan, chi invece ha fatto partire bastimenti con le buone intenzioni di instaurare rapporti migliori, tra cui spicca l’Albania di Edi Rama e a seguire l’Egitto e l’Ucraina.
Ad oggi la maggior parte dei volontari medici dai vari paesi sono rientrati con la drastica diminuzione dei contagi, il boom di guariti e l’entrata prima nella Fase 2 e poi nella Fase 3. Ma cosa abbiamo potuto dedurre da questa situazione? La debolezza del SSN dopo ripetuti tagli, il mancato sviluppo del nostro tessuto produttivo in questi decenni, nonché il poco pragmatismo di tutte le parti politiche hanno alla fine restituito l’immagine di un paese che per salvarsi è dovuto ricorrere alle suppliche e alle minacce di cambiare schieramento, e che ora ne paga le conseguenze; alcuni potranno pensare ad un gioco di furbizia ben studiato, ma i dati economici, politici e persino epidemiologici (il Bel Paese non risulta nemmeno tra i primi 30 stati ad aver meglio gestito la pandemia) ma la realtà è una sola: un’Italia orfana che si comporta come una cortigiana, ma presso più corti contemporaneamente, e ora si trova immischiata in un tiro alla fune in cui non fa parte dei partecipanti, ma ne è proprio la fune.

Author: Mariachiara Coppolino

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