Intervista a De Magistris

Luigi De Magistris parla della sua esperienza di magistrato a StudentiGiurisprudenza.it

Luigi de Magistris: napoletano di nascita, giurista e politico.

Nel 1985 si iscrive all’università di Napoli “Federico II”, si laurea a 22 anni e, quattro anni dopo, supera il concorso in magistratura.
Esercita come P.M. a Napoli e a Catanzaro, ma i rapporti all’interno della magistratura non sono sereni e nel 2009 decide di passare alla politica. Si candida come sindaco di Napoli e viene eletto.
Da allora esercita la sua carica, districandosi tra varie vicende e avendo sempre un occhio di riguardo per i suoi rapporti con il pubblico, tanto da meritarsi l’appellativo di “sindaco di strada”.

Sindaco, che obiettivi aveva da studente di giurisprudenza?

Appena iscritto a Giurisprudenza ho deciso immediatamente di provare a fare il magistrato. E’ stata una passione che si è accesa subito, a partire dal mio primo esame, diritto Costituzionale. Poi, dopo la laurea, ho cominciato a studiare per il concorso e l’ho superato, mi è andata bene.

Cosa l’ha spinta poi a passare alla politica?

Io non volevo passare alla politica, fare il magistrato era il mio sogno fin da giovane, ma mi hanno fermato, hanno interrotto il mio lavoro e mi hanno sospeso dalle funzioni di pubblico ministero, trasferendomi da Catanzaro.
Avrei potuto continuare a fare il giudice, ma il mio rapporto con l’ordinamento giudiziario si è lacerato in modo pesante.
Così ho cercato di portare i miei ideali in un altro luogo, prima candidandomi al Parlamento europeo, e poi a sindaco di Napoli, e ce l’ho fatta.

Il suo percorso da studente di giurisprudenza e da magistrato ha influenzato la sua carriera da sindaco?

Se io non avessi fatto il magistrato in prima linea non avrei retto a fare il sindaco di Napoli in questo contesto, avendo contro un sacco di apparati e lottando contro un intero sistema. Insomma quell’esperienza è stata fondamentale: mi sono molto fortificato, e questa forza interiore, fisica, psicologica e morale mi è servita enormemente per fare il sindaco di Napoli.
Ho cercato di fare il sindaco nello stesso modo in cui facevo il magistrato, cioè rimanendo fedele al mio ideale di giustizia, rimanendo uomo libero, autonomo, indipendente. Non mi sono legato a nessuno, non appartengo a nessuno, ascolto tante persone, dialogo con tutti, rispetto tutti, ma sono un uomo libero.

Lei dice che il solo nemico non è stato la criminalità, che intende?

Gli ostacoli maggiori li ho trovati all’interno della magistratura.
Non sono stato fermato dalla lupara della ‘Ndrangheta, ma da chi mi doveva tutelare.
Quello del magistrato è un lavoro molto pericoloso, perché le mafie sono un cancro ben esteso all’interno delle istituzioni e sta a tutti noi non farlo diventare una metastasi non più guaribile.

Sulla base della sua esperienza, qual è il messaggio che vorrebbe dare agli attuali studenti di giurisprudenza e agli aspiranti magistrati?

Bisogna pensare che il lavoro di magistrato non è un lavoro come un altro, non è un lavoro da fare in modo burocratico.
E’ una missione da compiere con grande sensibilità, equilibrio e coraggio, sapendo che puoi rimanere solo.
Devi essere autonomo e indipendente, non puoi pensare alla carriera, non puoi fare valutazioni di opportunismo e devi sapere che più vai in profondità più verrai ostacolato.
Quello del magistrato è un lavoro bellissimo ma difficilissimo allo stesso tempo, almeno se lo fai in un certo modo.
Comunque io mi sento di consigliarlo nonostante quello che ho subito. Alla magistratura ho dedicato tutto me stesso, ci ho lavorato mai meno di dodici ore al giorno e in contesti molto difficili, nove anni in Calabria e sei anni a Napoli, e penso che vale la pena prepararsi con passione per il concorso di magistratura, avendo come punti di riferimento i magistrati che hanno fatto la storia di questo paese.
All’epoca per me i punti di riferimento erano soprattutto Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rosario Livatino e tanti altri. Quelli erano i simboli e gli esempi, ed è molto bello entrare in magistratura avendo degli eroi come punti di riferimento.

Riguardo alla recente vicenda “Why Not”, lei è stato prima condannato e poi assolto. Questo tipo di relativismo nelle sentenze non danneggia la certezza del diritto?

Da un punto di vista generale è assolutamente fisiologico che ci siano sentenze differenti, ed è per questo motivo che considero ancora utile che ci siano più gradi di giudizio. L’anormalità è che certe volte i processi durano all’infinito e si concludono con la prescrizione.
E’ una sconfitta per l’ordinamento giuridico e questo succede spessissimo e non va bene, perché se uno è colpevole se ne beneficia, e se una persona è innocente alla fine pur di togliersi il processo da mezzo lo fa estinguere per prescrizione. La prescrizione ormai è quasi un fatto normale nell’ordinamento giuridico italiano.

Davide Politi

Author: Davide Politi

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