IMPOSSESSARSI DEL CELLULARE DEL PROPRIO PARTNER È RAPINA.

Vi è mai capitato di avere la curiosità di leggere i messaggi del vostro partner impossessandovi del suo cellulare?  Beh… Non fatelo o potreste essere accusati di commettere il reato di rapina.

È quanto successo ad un ventiquattrenne originario di Barletta, Carbone Pasquale, condannato dal tribunale di Barletta alla pena di due anni e due mesi di reclusione e €6oo,oo di multa per i reati di tentata violenza privata, violazione di domicilio, lesioni personali e rapina. Condanna poi confermata nel 2012 dalla Corte d’Appello di Bari. Successivamente il ventiquattrenne ha deciso di fare ricorso presso la Corte di Cassazione. La Corte con la sentenza 19 Marzo n. 11467 del 2015 ha rigettato il ricorso stabilendo che l’imputato impossessandosi della cosa altrui (nella specie il cellulare dell’ex-fidanzata) ha commesso il delitto di rapina.

L’imputato ha cercato di giustificare la sua azione affermando che il suo scopo fosse esclusivamente quello di dimostrare, attraverso i messaggi, i tradimenti dell’ex-fidanzata. Per la Corte il fine dell’imputato integra il requisito dell’ingiustizia del profitto morale. Ed infatti nella sentenza leggiamo “nel delitto di rapina il profitto può concretarsi in qualsiasi utilità, anche solo morale, in qualsiasi soddisfazione o godimento che l’agente si riprometta di ritrarre”. Inoltre “l’instaurazione di una relazione fra due persone appartiene alla sfera della libertà e rientra nel diritto inviolabile dell’autodeterminazione fondato sull’articolo 2 della Costituzione. (…) La libertà di autodeterminazione nella sfera sessuale comporta libertà di intraprendere relazioni sentimentali e di porvi termine”. Quindi la finalità perseguita dall’imputato è antigiuridica in quanto viola il diritto alla riservatezza e incide sulla libertà di autodeterminazione della persona nelle relazioni umane. Da ciò si deduce che il reato di rapina si configura non solo quando l’agente persegue uno scopo di natura economico, ma anche nel caso in cui egli abbia operato per soddisfare qualsiasi fine, pur se di natura morale.

Infine la Corte di Cassazione ritiene che si configuri anche il reato di tentata violenza privata in quanto lo scopo dell’imputato era quello di costringere l’ex-fidanzata a riallacciare il rapporto di fidanzamento, dalla stessa precedentemente interrotto. Sulla base di queste considerazioni la Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna l’imputato al pagamento delle spese di procedimento e al pagamento a favore della Cassa delle ammende (somma che ammonta ad € 1.000,00).

-Fortuna Orabona

Author: Fortuna Orabona

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