Il poter dei più buoni. La storia di Raffaele Pellegrino, pestato in facoltà

di Federico Quagliuolo

Seduto al bar a discutere con un ragazzo: “…quindi secondo te come si può ottenere la giustizia?”
“Urlando. Urlando a più non posso: far capire che “giusta” non è l’indignazione verso il cattivo di turno, non è un lontano compatimento per il povero malcapitato e tantomeno è una vendetta che può risolvere le cose in modo drastico quando, fra carnefici e vittima, a vincere è l’indifferenza.”
Il suo nome è Raffaele Pellegrino. Per i più è “quel ragazzo picchiato in facoltà”. Ormai i segni più evidenti di quel che ha subito sono quasi scomparsi, eccetto una vistosa cicatrice sulla guancia e, seduti al bar a chiacchierare, non si potrebbe immaginare che è stato vittima di una vendetta degna del Far West.
Per rinfrescare la memoria, a Gennaio si diffusero inquietanti discorsi su di un certo ragazzo pestato a sangue: fu una “gentile” richiesta commissionata da una donna che inveiva volgarmente contro una ragazza, accusata di essersi fatta vedere, attraverso i vetri dell’edificio, in gesti d’affetto col suo ragazzo.
Una notizia in un certo senso confortante, data la sporcizia delle finestre che si credeva non facesse vedere nulla: forse meglio non pulirle più!
Raffaele, vedendo la signora che stava trascinando la ragazza in un vicoletto fuori dalla facoltà, intervenne per placare gli animi. La signora, di tutta risposta, chiamò il marito. La guardia, spettatore non pagante, nel frattempo disse al ragazzo di tornare in aula, dato che “questa gente è malamente”.
Troppo tardi: il marito si presentò con 5 o 6 amici all’interno della facoltà e non tardò ad eseguire l’ordine della donna: sono bastati non più di una decina di minuti di pestaggio selvaggio, senza che nessuno alzasse un dito, l’antenna di un cellulare o perlomeno lo sguardo verso quella scena raccapricciante. Molti erano presenti forse per il gusto di dire “io c’ero”, come con le foto con il relitto della Concordia come sfondo.
Neppure un docente, un magistrato di una sezione provinciale, impegnato nei corsi che Raffaele era lì per seguire, ha dato ascolto alle grida o alle richieste d’intervento dei presenti e, con indifferenza, ha continuato la spiegazione mentre l’aula progressivamente si svuotava per assistere alla scena.
Dieci minuti. Quanto sono lunghi dieci minuti? Quanto tre canzoni, quanto la noia di una attesa, quanto quell’eternità prima dell’esame, ma anche quanto sarebbe bastato per chiamare le forze dell’ordine.
Ebbene, due mesi dopo, eccoci seduti al bar, lui con una valigia piena di lettere, referti e documenti ed io pieno di curiosità.
Dopo un racconto simile i brividi conquistano anche i pensieri: immobilizzati per terra come animali torturati in un lager per esperimenti, inermi come bambini di fronte ad adulti violenti, sentirsi i colpi nel petto non solo da quelle dodici gambe intorno a lui, ma dalle decine e decine dei silenziosi partecipanti che hanno continuato a svolgere le proprie attività senza curarsi del pestaggio.
Ci si chiederà: e la videosorveglianza? Bisognerà pur far qualcosa per acchiappare quella gentaglia! Per chi non crede che la tecnologia abbia un cuore, si dovrà ricredere: le telecamere avevano anche loro paura di immischiarsi in questa vicenda e sono rimaste spente.
I brividi salgono ancora di più: serviva un episodio simile per rendersi conto con quanta approssimazione, degna del miglior “arrangiarsi” napoletano, sia stata protetta una facoltà?
Sin dal primo giorno di scuola, a 6 anni, ciò che spesso si impara dagli insegnanti è una malinconica sottomissione verso una realtà ineluttabile, un tacito acconsentire alle prepotenze altrui perchè “non ci posso far nulla”; quando si cresce, poi, si impara il valore dell’omertà, o meglio, il “come non mettersi in mezzo a brutte situazioni”; infine ci si rende conto che è meglio chiudere la propria porta ai guai altrui. Ne abbiamo già tanti noi, no?
Giurisprudenza, madre di giuristi ed aspiranti tali, è invece la culla di chi dovrebbe imparare a combattere le ingiustizie, capire che non esiste miglior interprete della giustizia se non il cittadino stesso e non esiste rappresentante più importante della facoltà se non lo studente stesso, soprattutto quando l’eredità lasciata dall’istituzione si riduce a qualche quaderno di silenziosi ed inutili appunti su una materia chiamata ”diritto al silenzio”, insegnato con una naturalezza non meno crudele di un calcio nello stomaco.
Ripararsi dai guai (e sperare che qualcuno li risolva) farà sempre e solo sì che “giusto” sia solo chi è violento e Raffaele l’ha vissuto sulla sua pelle. Ed è qui proprio per raccontare quest’episodio di indifferenza e silenzio, per far sì che non accada mai più: ha scritto lettere al sindaco, al Rettore, ad associazioni ed a giornali importanti. Addirittura il caso è arrivato in Parlamento!
C’è anche da sottolineare che, grazie al lavoro della polizia, sono stati individuati almeno due fra gli aggressori: la donna ed il marito. Abitano in una casa immediatamente vicina alla facoltà e si tratta di individui già noti alle forze dell’ordine.
La battaglia è solo all’inizio e non è solo di Raffaele, ma di ogni studente: siamo noi a dover dimostrare di non essere solo distanti spettatori della violenza altrui che, un giorno, potrebbe colpire chiunque.
Mai il silenzio dovrà più renderci carnefici.

 

Author: Federico Quagliuolo

Diplomato al Liceo Sannazaro, ora studio Giurisprudenza all'Università Federico II. Amo i gatti, la fotografia, la Vespa e il Napoli. Finalista nel 2011 e 2012 per il premio nazionale di giornalismo Alboscuole, ho lavorato per numerose testate locali, fra cui Il Denaro e l'Inchiesta Napoli. Innamorato dei segreti e delle leggende antiche, condivido la mia passione sul mio sito web, Storie di Napoli. Sognando di poter diventare un giorno un bravo scrittore, mi ispirano le Vite di Guccini ed i romanzi di Ferdinando Russo. Leggimi su www.storiedinapoli.eu!

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