Il Marketing dell’avvocato

Legal blog, social network invasi dalle law firms, siti di studi legali in versione mobile e relativi banner che ci perseguitano, articoli scritti da avvocati e pubblicati su riviste online, video clip di presentazione ed esperti in attività di personal branding dietro la scelta di una foto. In due parole: legal marketing.

La law factory italiana inizia a dare libero sfogo a questo tipo di commercializzazione a partire dallo scorso 17 novembre, quando il Consiglio Nazionale Forense ha comunicato la nuova formulazione dell’art 35 del Codice deontologico forense, il cui comma 9, in riferimento ai siti web, è stato abrogato. Oggi l’avvocato può utilizzare qualsiasi mezzo per rendere le informazioni sulla propria attività, sull’organizzazione e sulla struttura dello studio, nonché su eventuali titoli scientifici e specializzazioni, avvalendosi anche di siti web sia con che senza reindirizzamento. Prima che la disciplina venisse rivista gli avvocati potevano utilizzare solo siti di dominio proprio, per intenderci, essendo Facebook di dominio di Mark Zuckerberg, non poteva essere utilizzato dagli studi legali per farsi pubblicità. Questa modifica ha dunque consentito l’approdo degli studi legali nel mondo dei social network e l’accesso a LinkedIn, una piattaforma professionale che solo in Italia conta 8 milioni di iscritti, uno spazio online in cui domanda e offerta si incontrano in base alle specifiche richieste dell’acquirente e alle informazioni messe in vetrina dal professionista. Sempre più studi legali assumono esperti in strategie di marketing e comunicazione e sempre più proficua diventa la loro pubblicità quando si avvale dell’e-commerce, uno strumento che consente di guadagnare di più spendendo pochissimo.

Ma esistono dei limiti al legal marketing o la smania di popolarità è diventata incontenibile? Il professionista forense ha ovviamente l’obbligo di rispettare i doveri di verità, trasparenza, segretezza e riservatezza, facendo in ogni caso riferimento alla natura ed ai limiti dell’obbligazione professionale, in particolare al decoro e alla lealtà verso colleghi e clienti. Resta poi fermo il divieto di pubblicità aggressiva, ingannevole e spregiudicata, limitativa della libertà di scelta del cliente.

In un Paese in cui gli avvocati sono il 500% in più rispetto al 1985 e il triplo rispetto alla media europea, reggere la competizione è diventato difficilissimo e i network sono il mezzo più potente per farsi conoscere e attirare l’attenzione di potenziali clienti, attraverso, ad esempio, un video virale o una frase originale. Lasciando le tecniche di marketing agli esperti del settore, riportiamo qualche idea stravagante rubata ad alcuni avvocati, maestri della pubblicità accattivante. Lo studio divorzista di Atlanta Davis&Millard è conosciuto grazie al manifesto recante la frase: Moving on means never having to talk to your mother-in-law again (Andare avanti significa non dover più parlare con tua suocera). Significativo è che Davis&Millard, prima di raggiungere la popolarità con questa pubblicità anche grazie ad Internet, stava per dichiarare fallimento. Lo studio legale canadese Harrison Pensa si è, invece, fatto ulteriormente pubblicità grazie ad un video amatoriale, diventato virale, in cui i formali associati ballano il tormentone Harlem Shake in vesti tutt’altro che formali.harlem shake

L’avvocato divorzista Sabina Strobrawe pubblicizza la sua attività attraverso un manifesto in cui compare una coppia di sposi, affisso su un ascensore, cosicché all’apertura delle porte gli sposi si separano.

imageQuesti esempi dimostrano che anche la fantasia paga, spesso più di un lunghissimo articolo sulle strategie di successo o di un banale, noioso video di presentazione.

Carmela Cordova

Author: Carmela Cordova

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