Il business delle case-famiglia: è realmente così?

Articolo di Emanuela Donnici

Tonia, Ylenia, Anna, Sara, Antonio, Michele: non sono nomi inventati. Sono i nomi di coloro che sono diventati ‘’figli delle istituzioni’’, in attesa di una sentenza che gli cambi la vita, perchè, nel frattempo, sono diventati e si sentono figli di nessuno.

Nell’ultimo periodo le polemiche e gli scandali che hanno visto la casa-famiglia protagonista sono stati tanti: da un business vero e proprio a violenze di ogni tipo.

Così, ho deciso di intervistare due utenti che ve ne hanno fatto parte al fine di poter realmente capire tale realtà ed osservarla in modo diretto.

 

 

Ciao Tonia ed Ylenia, volete presentarvi alla community che ci sta leggendo?

Sono Tonia, ho 25 anni e quando sono entrata a far parte all’interno di una casa famiglia avevo 11 anni. 

Io sono Ylenia, ho 22 anni e quando sono stata affidata, assieme a mia sorella Tonia, ad una casa- famiglia avevo 9 anni. 

Quanto è durata la vostra permanenza all’interno della struttura?

La nostra permanenza è durata 5 anni e 6 mesi. Le case-famiglia a cui siamo state affidate erano due. Siamo state 5 anni in una e i restanti sei mesi in un’altra.

 

Durante la vostra permanenza, avete assistito a scene di violenza o scarsa cura degli utenti?

Sì, siamo state affidate ad una struttura, secondo noi, non idonea.

I minori che vi erano all’interno erano lì per reati come spaccio o furto.

Noi invece siamo state allontanate dalla nostra famiglia a seguito di alcune segnalazioni che affermavano che nostra madre non era idonea. Non avevamo commesso alcun tipo di reato. E’ stata dura convivere con gli altri utenti proprio perché le differenze tra noi erano radicate.

Gli altri ragazzi che ne facevano parte erano tutti più grandi di noi, noi avevamo 11 e 9 anni. Loro intorno ai 16-17. Spesso ci picchiavano essendo più piccole e ‘’fragili’’ di loro. Quando lo comunicavamo agli operatori erano disinteressati e non agivano in merito, pur essendo consapevoli delle continue vessazioni e violenze da parte degli altri ragazzi. Abbiamo stretto amicizia con la paura. 

Per quanto riguarda la scarsa cura degli utenti spesso il cibo che ci facevano mangiare era scadente, capitava di mangiare le stesse cose. 

Ultimamente si è parlato di un vero e proprio ‘’business’’ delle case- famiglia. 

Ovvero, si prolunga il tempo di attesa del minore all’interno della struttura senza mai affidarlo ad una coppia in attesa. Si è mai parlato di affidamento ad un’altra famiglia durante la vostra permanenza ?

Abbiamo avuto contatti per un anno con una coppia che era in attesa. Dormivamo anche da loro il fine settimana. Poi hanno interrotto i contatti con questa famiglia nonostante entrambe avevamo espresso piacere a stare con loro. Non ci hanno mai detto perché. Ora abbiamo appreso che un minore all’interno della struttura ha un costo. Quindi confermiamo che si tratta di un vero e proprio business. Due bambine affidate ad una famiglia rappresentavano due rette in meno per la struttura.

Quando siete uscite dalla struttura?

Siamo state riaffidate alla nostra famiglia di origine a 16 e 13 anni.

Il giudice ha ritenuto idoneo l’avvicinamento con la nostra famiglia di origine.

Cosa vi ha lasciato l’esperienza in casa-famiglia?

L’esperienza in casa-famiglia ci ha offerto un sacco di spunti di riflessione, ma anche tanta amarezza perché io e mia sorella non ci siamo sentite tutelate in quanto minori, una casa-famiglia dovrebbe tutelarci e per noi non è stato così. A tratti ci siamo sentite come un pacco, sballottolate da una comunità all’altra. Molti operatori non erano gentili con noi, alcuni ignoravano le nostre esigenze, c’era scarsa comunicazione. 

 Ad oggi però sappiamo che non dobbiamo commettere determinati reati, perché conosciamo le conseguenze. Abbiamo contatti con alcuni minori che erano all’interno della struttura con noi. Tanti non hanno ‘’sbagliato’’ più ed oggi sono persone realizzate e con famiglia. Tanti altri invece no.

Anche noi ci siamo realizzate. Io ho coronato il mio sogno e la mia passione per la musica, cosa che non avrei potuto fare all’interno della struttura. Mia sorella invece ha una bellissima figlia ed una famiglia tutta sua.

Grazie alla testimonianza di Tonia ed Ylenia, abbiamo appreso quanto sia complessa la gestione di una casa-famiglia e come possa essere -a tratti- scarsa nel rispondere alle reali esigenze dei minori che vi entrino.

Oltre ogni ragionevole dubbio, il diritto del minore ad avere una famiglia costituisce un oggetto di tutela da parte dell’ordinamento.

In primo luogo, è sancito dalla Convenzione di New York sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e ratificata dall’Italia con legge 27 maggio 1991, n. 176, ai sensi della quale “gli Stati parte vigilano affinché il fanciullo non sia separato dai suoi genitori contro la loro volontà a meno che le autorità competenti non decidano, sotto riserva di revisione giudiziaria e conformemente con le leggi di procedura applicabili, che questa separazione è necessaria nel preminente interesse del minore” (art. 9). Di analogo tenore, risultano gli enunciati espressi nell’art. 24 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea1 , nonché nell’art. 8 della Convenzione Europea.

 

Per quanto concerne la legislazione interna,la centralità dell’interesse del minore a vivere nella propria famiglia è sancita dalla legge 4 maggio 1983, n. 184, in tema di adozione e di affidamento dei minori, così come modificata dalla legge 28 marzo 2001, n. 149, la quale riconosce per ogni persona minore di età il “diritto di crescere essere educato nell’ambito della propria famiglia”.

Ma ci sono ‘’criticità’’ in tali strutture? E’ realmente un business? Quanti vengono affidati ad una coppia che ne fa richiesta? Chi controlla la gestione dei fondi e l’operato delle case-famiglia?

Il sistema di tutela minorile presenta realmente delle difficoltà. Il primo passo affinchè le cose possano migliorare è ammettere la falla del sistema.

Appare evidente dunque che i Tribunali per i minorenni vessano in gravi difficoltà, se non in condizioni inconcepibili. Il risultato finale? Un numero indefinito di minori che rischiano di restare anni in comunità perché i tribunali non riescono ad occuparsi dei vari casi per decidere eventualmente l’affido familiare.

Tra gli altri problemi inoltre, non esistono dei veri e propri criteri certi per cui il minore venga allontanato, non è presente una banca dati attendibile sul numero di minori presenti, sulla permanenza o un controllo sui finanziamenti. Difatti, le spese sostenute da quest’ultime non sono giustificate. Si potrebbe mostrare – appunto- la destinazione di tutti i fondi ricevuti. Sicuramente un primo passo dovrebbe riguardare l’attivazione di un sistema informativo dei servizi sociali che consenta di disporre di un censimento dei minori accolti in comunità e in affidamento familiare. Un altro passo è quello di inserire un marcato controllo sull’operato dei servizi: sono troppi i casi di abuso, violenze, somministrazione di cibo scadente che si verificano all’interno delle strutture.

 

Quindi la mia – anzi, la nostra- domanda di tutti colori che si sentono figli di nessuno è: cosa si intende fare per tutelare sotto ogni punto di vista, questi minori, realmente?

 

Author: Mariachiara Coppolino

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