HUMAN FIRST

Articolo di Francesca Caruso

 

I can’t breath”, “Non posso respirare”, sono queste state le ultime parole di George Flyod, un uomo di colore rimasto senza lavoro a causa del Coronavirus, reo di aver pagato con una banconota da 20 dollari presumibilmente falsa. Supplicava aiuto, invocava il soccorso della mamma in quegli 8 minuti di video ripresi da persone incapaci di reagire alla violenza di un poliziotto, Derek Chauvin denunciato già altre 18 volte, che col ginocchio lo stava soffocando a morte.

É morto così George Flyod, l’ennessimo caso di violenza contro la comunità afroamericana, l’ennessimo caso di omicidio generato dall’odio razziale da parte delle forze dell’ordine. Il primo referto dell’autopsia, il quale riportava che “gli effetti combinati dell’essere bloccato dalla polizia, delle sue patologie pregresse e di qualche potenziale sostanza intossicante nel suo corpo hanno probabilmente contribuito alla sua morte“, ricorda spaventosamente quella strana morte per epilessia di Stefano Cucchi, solo da poco attribuita totalmente alla mano di alcuni Carabinieri.

Da quel 25 maggio la popolazione americana, con slogan quali “I can’t breath”, “No Justice, no peace”, “Black lives matter” é insorta. Un susseguirsi di violenza, episodi vandalici e sit-in pacifici, che hanno causato la morte di almeno 5 manifestanti, il ferimento di diversi civili e poliziotti, e l’arresto di circa 4000 persone, hanno animato le strade di Minneapolis, Dallas, Portland, Chicago, di molte altre città e da ultima anche Washington.

Il presidente Trump, dopo essersi rifugiato nel bunker insieme alla moglie Melania e il figlio minore Barron la notte tra venerdì 29 e sabato 30, ha definito la morte di Floyd “una grande tragedia” e ha difeso “il diritto a manifestare pacificamente“, attribuendo le violenze e il caos al movimento Antifa e alla sinistra radicale.

Il 1 giugno, mentre si ergeva a “presidente di legge e ordine” nel giardino delle Rose della Casa Bianca, in sottofondo poteva sentirsi l’eco delle sirene e degli spari dei proiettili di gomma che agenti in tenuta anti-sommossa indirizzavano contro i manifestanti pacifici, per farli disperdere con i lacrimogeni e proteggere la successiva passeggiata del presidente verso la chiesa episcopale di St. John, oggetto pochi giorni prima di un danneggiamento durante le proteste. Qui, ha posato davanti ai riflettori con la Bibbia in mano, rivendicando il suo ruolo di protettore “dei cittadini rispettosi della legge”.

Attaccando i Governatori “idioti” tanto deboli da non riuscire a sedare le rivolte, ha rievocato la Insurrection Act, una legge firmata nel 1807 da Thomas Jefferson che attribuisce al presidente degli Stati Uniti il potere, in casi eccezionali, di utilizzare l’esercito federale e la Guardia Nazionale per compiti di polizia. Trump, infatti, ha affermato: “Se una città si rifiuterà di agire come è necessario per difendere i cittadini e le proprietà dei suoi residenti, dispiegherò l’esercito degli Stati Uniti e risolverò velocemente il problema per loro“.

L’ultima volta che l’Insurrection Act era stato invocato risale al 1992, per sedare le proteste a Los Angeles dopo l’assoluzione degli agenti che picchiarono a morte l’afroamericano Rodney King.

Ecco che allora la storia torna a ripetersi.

Nella patria del “sogno americano” di libertà, del “diritto alla felicità” sancito nella Dichiarazione d’Indipendenza americana del 1776, fortemente voluto da Benjamin Franklin esperto conoscitore dell’autentico “padre” di questo diritto Gaetano Filangieri, il sogno si scontra tragicamente con la realtà. Una realtà drammaticamente segnata dal colonialismo, dallo schiavismo, dal Ku Klux Klan, dalla segregazione razziale.

Neanche il coronavirus è riuscito a riportare l’attenzione sugli aspetti realmente importanti della vita.

Tuttavia, in questa realtà così spaventosa non mancano episodi di solidarietà e rispetto reciproco: manifestanti di colore che proteggono creando una catena umana un poliziotto bianco separatosi dai colleghi, poliziotti che si inginocchiano insieme ai manifestanti, dicendo loro “These cops love you”.

Una società in cui una bambina di nove anni di colore piange durante un consiglio cittadino perché non vuole che i genitori siano uccisi solo perché neri, in cui una bambina di due anni honduregna, richiedente asilo, piange mentre la mamma viene perquisita vicino al confine tra Usa e Messico, in cui un bambino di tre anni siriano non può più piangere perché annegato mentre cercava insieme alla sua famiglia di scappare dalla guerra; qual è il virus da condannare? Quale il vaccino da creare? Quale l’esercito da armare?

Author: Mariachiara Coppolino

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