Habemus trattativa : la verità su quella strage

“L’unico fatto noto di sicura rilevanza, importanza e novità verificatosi in quel periodo per l’organizzazione mafiosa sono stati i segnali di disponibilità al dialogo – ed in sostanza, di cedimento alla tracotanza mafiosa culminata nella strage di Capaci – pervenuti a Salvatore Riina, attraverso Vito Ciancimino, proprio nel periodo immediatamente precedente la strage di via d’Amelio”.

E’ con queste parole che i giudici della Corte d’Assise di Palermo, che hanno depositato lo scorso 19 luglio – nel giorno del 26° anniversario della strage di via d’Amelio che vide la morte del giudice Borsellino e degli agenti di scorta Agostino, Claudio, Emanuela, Vincenzo e Walter – la motivazione della sentenza sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, spiegano i motivi che portarono a “l’improvvisa accelerazione che ebbe l’esecuzione del dottore Borsellino, con la finalità di approfittare di quel segnale di debolezza proveniente dalle istituzioni dello Stato e di lucrare, quindi, nel tempo dopo quell’ulteriore manifestazione di (…) violenza concretizzatasi nella strage di via d’Amelio, maggiori vantaggi rispetto a quelli che sul momento avrebbero potuto determinarsi in senso negativo”. Tali motivazioni trovano talune convergenze nelle parole della moglie di Borsellino, Agnese Piraino Leto, riferendo che il marito prima di morire, le aveva fatto cenno a contatti tra esponenti infedeli delle istituzioni e mafiosi

Il processo si è concluso lo scorso 20 aprile e ha visto le condanne a 12 anni per gli ex generali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni e per l’ex senatore Marcello Dell’Utri, 8 anni per l’ex colonnello Giuseppe De Donno. E poi, 28 anni per il boss Leoluca Bagarella. Nei loro confronti l’accusa era di “attentato o minaccia a corpo politico dello Stato”. Nel procedimento è stato assolto l’ex ministro Nicola Mancino, “perché il fatto non sussiste”, dall’accusa di falsa testimonianza mentre Massimo Ciancimino, il “supertestimone” del processo, è stato condannato a 8 anni per calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. La corte aveva anche dichiarato il “non doversi procedere” nei confronti del collaboratore di giustizia Giovanni Brusca (anche lui imputato per l’art.338) per intervenuta prescrizione visto il riconoscimento delle attenuanti specifiche per i pentiti. E sempre “non doversi procedere” nei confronti del Capo dei Capi, Totò Riina, per “morte del reo”.

Il ruolo di M. Dell’Utri, secondo la Corte non è di un semplice “ambasciator che non porta pena”: “con l’apertura alle esigenze dell’associazione mafiosa Cosa nostra, manifestata da Dell’Utri nella sua funzione di intermediario dell’imprenditore S. Berlusconi nel frattempo sceso in campo in vista delle politiche del ‘94, si rafforza il proposito criminoso dei vertici mafiosi di proseguire con la strategia ricattatoria iniziata da Riina nel 1992”. E ancora scrivono i giudici: “Se pure non vi è prova diretta dell’inoltro della minaccia mafiosa da Dell’Utri a Berlusconi, perché solo loro sanno i contenuti dei loro colloqui, ci sono ragioni logico-fattuali che inducono a non dubitare che Dell’Utri abbia riferito a Berlusconi quanto di volta in volta emergeva dai suoi rapporti con l’associazione mafiosa Cosa nostra mediati da Vittorio Mangano”, conosciuto come lo “stalliere di Arcore”. Il Pm Teresi ha commentato così: ”Questo processo e questa sentenza sono dedicati a Paolo Borsellino, a Giovanni Falcone e a tutte le vittime innocenti di mafia”.
L’esistenza della trattativa stato mafia è stata incessantemente sostenuta da Salvatore Borsellino, fratello di P. Borsellino, il quale insieme alla famiglia del giudice e a migliaia di cittadini italiani, continua a condurre una dura battaglia in ricordo del fratello e degli uomini della scorta, a sostegno dei magistrati del pool antimafia ( Teresi, Di matteo, Tartaglia, del bene), ai quali va attribuito il traguardo raggiunto lo scorso 20 Aprile. “Questa sentenza fa in parte giustizia a quello che è successo al nostro paese – chiosa S. Borsellinoma questo è solo l’inizio”.

Di fatto, il lavoro antecedente alla suddetta pronuncia, è stato osteggiato da innumerevoli depistaggi e falsi pentiti, elementi mancanti, lacune altresì dovute alla scomparsa della ormai “leggendaria” agenda rossa che il giudice Borsellino portava sempre con se e che da quella domenica del 19 luglio non si è più trovata. Divenuta il simbolo della lotta verso la verità.

“Onorare la memoria del giudice Borsellino e delle persone che lo scortavano significa anche non smettere di cercare la verità su quella strage”, è quanto ha detto il presidente Sergio Mattarella nel ventiseiesimo anniversario della strage di via D’Amelio.

Augurandoci, un giorno, di fare completamente luce sui fatti che hanno sconvolto il nostro Paese:

“E’ tempo di andare avanti, non più confidando sull’impegno straordinario di pochi ma con l’impegno ordinario di tutti” (G. Falcone)

 

 

-Emanuela De Falco

Author: Caterina Bracciano

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