Il giuramento in tribunale: un punto di interferenza tra diritto e religione

“In iudicio non creditur nisi iuratis”.

In giudizio non si crede se non a chi ha giurato: così i romani sintetizzavano l’essenza sacrale che la formula del giuramento assumeva nelle actiones processuali.

É interessante vedere come la formula del giuramento sia l’ennesima prova di quanto il diritto tragga le sue origini dalla religione: già il fondamento religioso della vita nella pólis greca si traduceva nella forma di garanzia e nel vincolo sacro che prendeva su di sé il giuramento nell’Areopago.

Il giuramento, un istituto essenzialmente giuridico, è altresì un impegno verso un dio e dimostra questa originaria indifferenziazione tra Ius e Fas. Sarà per questo che si parla del tribunale come del tempio della giustizia, del luogo sacro dove la norma giuridica assume la carica di precetto religioso?

Norma giuridica e precetto religioso li trovavamo fino a non molti anni fa, ad esempio, nella formula del giuramento dei testimoni  ex art 251 del codice di procedura civile :“Consapevole della responsabilità che con il giuramento assumete davanti a Dio e agli uomini, giurate di dire la verità null’ altro che la verità“. Una prima modifica dell’articolo ci fu con la sentenza n.117 del 1979, con la quale la Corte Costituzionale ha introdotto nella formula del giuramento l’inciso “se credente” per tutelare in egual modo la libertà del credente e del non credente.

La Corte ha ritenuto violata questa libertà quando veniva imposto al teste il compimento di atti con significato religioso.

Solo nel 1995, con la sentenza della Corte n.149, in tribunale non si giurerà più “davanti a Dio e agli uomini”, ma si giurerà di dire la verità e basta.

La Corte ha infatti dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 251, secondo comma, e, con un esplicito richiamo al principio supremo della laicità dello stato, ha mutato la formula in “consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza”. Adeguando, dunque, l’articolo al mutato sentimento religioso e alla situazione sociale corrente, la Corte ha abrogato i termini “giuro” e “Dio” sostituendoli rispettivamente con “mi impegno” e “responsabilità morale e giuridica”.

Decisione, anche questa, motivata dal tutelare la libertà di coscienza e il pluralismo religioso tenendo in considerazione il divieto di giurare espresso in modo assoluto in alcune religioni (ebraica, islamica). E se un testimone fosse citato in un processo penale?  Sarà sicuramente lo “strumento” più importante del processo, il mezzo attraverso il quale le parti possono ricostruire per il giudice l’accadimento dei fatti. Dunque, nel momento in cui il Giudice autorizza le parti alla citazione, il chiamato ha il dovere giuridico e morale di presentarsi per rendere la sua testimonianza e riferirà solo ed esclusivamente il vero pronunciando la formula dettata dall’ articolo 497 del codice di procedura penale pari a quella espressa nel processo civile.

Ma il giuramento ha trovato spazio anche nelle consuetudini locali più antiche dell’Inghilterra, patria del Common Law, nei processi precedenti all’invasione del 1066. Le forme di procedura erano in comune con quanto avveniva all’epoca nei paesi dell’Europa continentale e principale mezzo di prova era proprio il giuramento: i congiurati, o compurgators, erano coloro che giuravano insieme in numero variabile, a seconda della gravità del reato contestato, in modo” clean and without perjury “, chiaro e senza spergiuro.

Per i servi, per colui che veniva colto in flagrante o per colui che fosse un noto spergiuro si ricorreva all’ ordalia o giudizio di Dio: un’ancestrale tradizione con la quale il teste immergeva la mano in una pentola di acqua bollente, veniva fasciata la parte offesa e dopo tre giorni dal grado di guarigione della ferita, si ricavava la prova se quanto affermato corrispondeva o meno a verità.

 

-Stefano Imparato

Author: Caterina Bracciano

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