Food delivery: i fattorini di Foodora sono lavoratori subordinati

E’ di pochi giorni fa la sentenza proveniente dalla Corte d’appello di Torino, sezione lavoro, che riconosce ai fattorini di Foodora il diritto ad essere retribuiti come se fossero lavoratori subordinati.

“Non possiamo non dirci soddisfatti. La sentenza dimostra che non eravamo dei pazzi quando affermavamo che queste persone avevano dei diritti. E’ la conferma che questi diritti esistono”: così gioisce l’avvocato Giulia Druetta insieme ai cinque ex rider di Foodora nell’aula della Corte d’Appello.

Ad aprile del 2018 il Tribunale, in primo grado, aveva respinto tutti i punti del ricorso dei cinque “lavoratori in bicicletta” che persero il lavoro in seguito alle proteste scattate nell’autunno del 2016 per rivendicare il riconoscimento di lavoratori subordinati e denunciare le mancate tutele di sicurezza e violazione della privacy.

Stando, dunque, alla prima sentenza del 2018, in pratica, il Tribunale aveva riconosciuto ai fattorini la condizione di lavoratori autonomi: aveva legittimato una tipologia di lavoro che potrebbe essere sfruttata da tante aziende senza l’obbligo di riconoscere a questi lavoratori diritti quali la previdenza e l’assicurazione per gli infortuni. In realtà, si presentava un vero “deserto delle tutele” quello in cui lavoravano i fattorini della nota impresa tedesca di consegna pasti a domicilio,che opera, ad oggi, in ben sei città italiane (Milano, Torino, Roma, Firenze, Bologna, Verona).

Per lavorare come rider di Foodora è sufficiente avere una bicicletta ed uno smartphone sul quale scaricare la app attraverso la quale vengono commissionate le consegne da effettuare. Il pagamento (prima della recente sentenza) era in proporzione al numero di consegne e il lavoro diventava pericoloso considerando i chilometri da percorrere in qualsiasi condizioni di traffico e meteo.

I giovani rider erano dunque in continuo pericolo e mancavano di una effettiva tutela anche nel caso dei frequenti incidenti stradali.  Sono stati questi i tragici presupposti che hanno convinto i cinque rider ad unirsi per rivendicare migliori condizioni lavorative.

Dunque, cosa ha stabilito (davvero) la sentenza di secondo grado? Con questa sentenza si intravede uno spiraglio per i rider e forse per quello che riguarda l’intera regolamentazione dei lavori legati alla Gig Economy, cioè tutti i cosiddetti “lavoretti” dei quali i rider fattorini fanno parte. Il Giudice di appello, in effetti, ha stabilito che i collaboratori di Foodora hanno diritto a ottenere una corresponsione in riferimento all’attività prestata compatibilmente con la retribuzione diretta e indiretta per i dipendenti di quinto livello del Contratto Nazionale della Logistica e Trasporto Merci. In questa sentenza, infatti, è stato applicato l’articolo 2 del Decreto Legislativo 81 del 2015 (il noto Jobs Act), il quale fa riferimento ai rapporti di lavoro che vedono collaborazioni organizzate dal committente. Si tratta di quei lavori che vengono svolti a livello personale, ma le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente in riferimento ai tempi e ai luoghi di lavoro.

In altre parole, i rider non sono totalmente sottoposti alle decisioni del datore di lavoro in merito alla regolamentazione economica del rapporto, ma possono invece essere sottoposti, almeno in parte, al diritto applicabile ai dipendenti subordinati. Dunque, gli sono stati riconosciuti i diritti tipici di un lavoratore subordinato: diritto alle ferie annuali, diritto alla tredicesima, diritto alla malattia retribuita. Non è però un vero passo avanti perché, fino a quando non si arriverà a disciplinare questi tipi di contratto in modo preciso, si avrà una grande confusione.

Questa interessante vicenda fa riflettere su due significativi aspetti del nostro ordinamento giuridico; il primo è di carattere tecnico: non è possibile pensare di lasciare una totale incertezza ai Tribunali nella scelta in merito alla regolamentazione di rapporti di lavoro che riguardano interi comparti economici. Il secondo aspetto, meno tecnico, è l’importante testimonianza data dai cinque ex lavoratori: vittime di uno stesso sistema scorretto, hanno reclamato il riconoscimento di diritti ingiustamente negati.

La vittoria dell’intera categoria dei lavoratori in questione è dovuta, forse, all’atto di coraggio e al senso di cittadinanza attiva proprio di chi si è assunto la responsabilità di chiedere giustizia.

 

-Stefano Imparato

Author: Caterina Bracciano

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