Femminicidio e tempesta emotiva: una sentenza controversa

“La violenza contro le donne è una delle più vergognose violazioni dei diritti umani.”
Kafi Annon

Ad evidenziare la grave problematica di sempre più donne vittime di violenza sono ormai i numeri e i
bilanci allarmanti che assumano di anno in anno un andamento oscillante.L’autonomia, l’indipendenza
mentale, la forza e la capacità di autarchia delle donne spaventano. Spaventano quell’uomo insicuro,
incapace di accettare un abbandono che diventa per lui, troppo spesso, un movente giusto per condannare
la donna ad un tragico destino.

“C’è solo un modo per dire stop alla violenza sulle donne, ed è: dire stop a chi la genera.”
Il mondo giudiziario, chiaramente, non può e non resta indifferente dinanzi al tragico fenomeno.
Molteplici, infatti, le sentenze emesse a riguardo, ma altrettanto molteplici anche i clamori che alcune di
quest’ultime suscitano, innescando sentimenti di rabbia, di smarrimento e di una mancata giustizia in chi
ne è vittima. Una recente sentenza che, infatti, ha riscosso ampia risonanza e critiche è quella emessa dalla Corte di Assise di Bologna, Sez. I, 28 Febbraio 2019 (ud. 14 Novembre 2018), la
cosidetta “sentenza della tempesta emotiva”. Ad essere aspramente biasimata è stata , nello specifico, la
decisone dei giudici di appello di rideterminare in 16 anni di reclusione la pena stabilita dalla Corte di
Assise, sulla base del fatto che movente dell’omicidio sarebbe stato il forte stato di gelosia dell’ imputato
che avrebbe generato in lui una “soverchiante tempesta emotiva”.

I giudici prendono le mosse mostrando di condividere le decisioni di primo grado sulla sussistenza della aggravante dei futili motivi di cui all’art. 61 n. 1 c.p. soffermandosi in particolare, proprio sul rapporto tra futili motivi e stato di gelosia. Il citato articolo tratta delle cosiddette circostanze aggravanti comuni. In diritto, le circostanze del reato
sono degli elementi che accedono ad un reato già perfetto nella sua struttura, e la cui presenza determina
una modificazione della pena che può avvenire o come modifica proporzionale della pena edittale (in
termini quantitativi) o in senso qualitativo.
Quelle che ci interessano sono le circostanze aggravanti comuni riportate nella sentenza.

Con riferimento alla contestata aggravante- si legge nelle motivazioni- “la
manifestazione di gelosia può non integrare il motivo futile solo qualora si tratti di una spinta davvero
forte dell’ animo umano collegata ad un desiderio di vita in comune: costituisce, invece, motivo abietto o
futile quando sia espressione di uno spirito punitivo nei confronti della vittima considerata come propria
appartenenza e di cui va punita l’insubordinazione”. 

In sintesi, la Corte di Assise di Appello di Bologna ha confermato la decisione di primo grado.

Differente è stata la decisione dei giudici relativamente al riconoscimento dell’ imputato delle circostanze attenuanti generiche negate dai giudici di primo grado.Quest’ ultime sono disciplinate ai sensi dell’ art.62 bis del codice penale.Secondo il citato art. “il giudice, indipendentemente dalle circostanze previste nell’articolo 62 (circostanze attenuanti comuni), può prendere in considerazione altre circostanze diverse, qualora le ritenga tali da giustificare una
diminuzione della pena.Esse sono considerate in ogni caso, ai fini dell’ applicazione di questo capo, come
una sola circostanza, la quale può anche concorrere con una o più delle circostanze indicate nel predetto
articolo 62.” Nella sentenza in questione, secondo la corte tra gli altri elementi su cui fondare il
riconoscimento delle attenuanti generiche vi sarebbe (oltre alla confessione e al tentativo di risarcire la
figlia minorenne della vittima )anche- e veniamo così all’aspetto oggetto di critiche- il fatto che il forte
stato di gelosia, sebbene certamente immotivato e inidoneo a inficiare le capacità di autodeterminazione
dell’imputato, determinò anche quella che efficacemente il perito descrisse come “una soverchiante tempesta emotiva”, che in effetti si manifestò subito dopo anche col teatrale tentativo di suicidio.

“Una sentenza vergognosa che ci porta anni indietro, quando c’ era il diritto d’onore”,
ha così spiegato l’ex senatrice Pd Francesca Pugliesi, che fa parte dell’ associazione Towanda Dem.

Rabbiae sdegno condivisa in egual misura anche da altre attiviste di associazioni a difesa delle donne.

Non hanno taciuto, ma a tacere a riguardo non è stata nemmeno la Procura generale di Bologna la quale definisce nel ricorso presentato alla Cassazione, la sentenza “illogica” e “incoerente” nelle motivazioni”
e contesta le attenuanti concesse, sottolineando come l’ imputato perse il controllo non a
causa dell’incontenibile turbamento emotivo, quanto piuttosto per via dei fumi di alcool.

FONTE:
G. Stampanoni Bassi, Sulla attitudine degli stati emotivi o passionali ad influire sulla misura della
responsabilità penale.Brevi note ad una recente sentenza di merito, in Giurisprudenza Penale Web,
2019,3.

 

-Giusy De Rosa

Author: Caterina Bracciano

Share This Post On

Rispondi