“Femminicidio”: come le parole diventano un’arma

25 novembre 2013: giornata contro la violenza sulle donne.

A Roma c’è un muro. Un muro della memoria. Il 25 novembre 2012 in via dei Sardi, un gruppo di donne ha realizzato un murale, 107 sagome bianche, 107 vittime di “femminicidio”, in un sol anno. Quasi cento metri di muro, su cui 107 donne si tengono per mano. Tocca ripartire da qui.

L’11 ottobre 2013, il Senato, ha approvato definitivamente, con 143 voti favorevoli,  il decreto legge n.93 su violenza di genere e sicurezza, di cui 5 articoli su 11, contengono misure contro il femminicidio. Il provvedimento, già approvato alla camera dei deputati, diventa così legge.

25 novembre 2013: un anno dopo si parla ancora di violenze consumate sulle donne, dagli “uomini” della loro vita, storie d’amore e gelosia, si assiste ancora a storie di violenza gratuita, verbale, fisica. Dove  la totale mancanza di ragione, l’individualismo più meschino, prende il sopravvento sulla concezione, quanto mai umana, del NOI, della parità tra sessi, dei diritti che non vanno conquistati né difesi, che in quanto tali appartengono a tutti, a tutte.1371290_10201866046685526_2003908212_n

 

Dalla nascita alla morte, il diritto insegna. Il diritto educa, assieme alla cultura, all’istruzione, alla coscienza storica. A quanto pare, siamo figli di una cultura malata, che ha radici profonde nell’attuale società, radici così difficili da estirpare. Una società che si crogiola nell’asimmetria dei rapporti, sulla legge del più forte e sulla concezione della donna come “sesso debole”, come “anima fragile”. Ma, fragili lo siamo tutte e tutti, è la natura umana. Insieme, fragili e forti, volta per volta, alla ricerca di un equilibrio difficile dove mai e in nessun caso, la violenza sia prevista, tollerata o giustificata.

Mi piacerebbe poter vivere, come è giusto che sia, in un posto in cui non ci sarebbe bisogno di parlare di “femminicidio”, che non sia nemmeno pensabile, che non giustificabile alcuna differenza tra sessi. Ma, purtroppo, contro troppi passi indietro, non bisogna far altro che resistere e lottare per cercare, con la forza delle parole, della ragione e della cultura, quella sana, quella buona, riuscire ad estirpare quella patriarcale e misogina, che sfocia poi, sempre più spesso, sempre più disumanamente, in una gretta manifestazione del “superuomo” violento e irrazionale, che “può tutto sulla sua donna”, il cui corpo considera una proprietà violabile, da lui e solo da lui.

Basterebbe fermarsi a pensare, basterebbe la ragionevolezza degli uomini. Basterebbe fermare il silenzio, denunciare. Basterebbe accettare che la donna deve essere considerata slegata dall’uomo, dal suo uomo. (Nessuna Penelope, nessuna Eco per forza ma per scelta. Piuttosto Lady Godiva, Simone De Beauvoir). Come sarebbe più edificante un confronto con una donna? Ha  un mondo da raccontarti, che oltre ad ascoltare, ha da dire tanto e sei tu che l’ascolti, come sarebbe più simile alla vita, più umano un rapporto esposto al mondo, perfino al dolore dell’abbandono piuttosto che alla mortificazione dell’obbligo. E’ dalla conoscenza che si parte per combattere il pregiudizio, l’odio, la violenza.  Quando ogni uomo sarà consapevole che, perdendo la libertà della “sua” donna, perderebbe una ricchezza, forse, si potrà tornare alla normalità. Una vita felice, una vita serena, una vita da non maledire, solo perché si è nate donna.

-Marta Pignatiello

Author: StudentiGiurisprudenza.it

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