Facoltà scientifiche Vs facoltà umanistiche

Nei tempi correnti, caratterizzati dalla galoppata verso la vetta del progresso, assistiamo alla concezione generalizzata e diffusa che le materie scientifiche costituiscano l’emblema della realizzazione, sia dal punto di vista occupazionale che sul fronte dell’evoluzione.

Una previsione da non osteggiare, se non fosse che tale opinione includa anche il declassamento delle materie umanistiche, progenitrici indiscusse del pensiero giuridico, ridotte così al rango di discipline inferiori in un mondo che irradia talmente tanta luce artificiale, da non riuscire più a scorgere il lume della ragione.

Una volta ho sentito un caro amico sostenere che, essendo la matematica e la fisica materie intrinseche alla natura, lo scienziato non facesse altro che scoprirle; a differenza del giurista che invece necessitava di ricorrere alla invenzione. Per questo motivo, continuava, le leggi non costituivano una garanzia essendo state create dagli uomini e non sancite da madre natura.

Questa peculiarità rappresenta in realtà la facoltà dell’uomo di valicare i confini della natura, per non lasciarsi piegare dalle sue leggi. Ricorrere al diritto positivo è una necessità per sfuggire a quello naturale. Lo stato di natura è contraddistinto dalla legge del più forte, per cui ogni giorno rappresenta una lotta alla sopravvivenza; fenomeno sintetizzato dal precetto “Homo homini lupus”. Da qui nasce l’esigenza di costituire uno stato di diritto che garantisca la pacifica convivenza dei consociati.

Pur non essendo quindi una divinità ad apportare previsioni normative, la mente umana, attraverso tale processo, si innalza essa stessa ad oracolo, essendo capace di piegare le dure leggi della natura. Tuttavia proprio perché non è previsto in natura che l’uomo conviva pacificamente con gli altri membri della specie, diventa quantomai arduo e articolato il processo di creazione delle leggi; un procedimento che non può prescindere dallo studio della storia e della filosofia, per evitare di ricadere negli errori del passato e nell’arcaicità del pensiero. In una realtà civilizzata non si avverte più la necessità di studiare materie umanistiche; in particolare il greco e il latino sono considerate obsolete in una società che rincorre il progresso tecnologico; ma la verità è che se la comunità è civilizzata lo deve esclusivamente alla cultura umanistica collezionata.
Perdere tale patrimonio comporta il rischio di scivolare nuovamente nell’oblio dello stato di natura. La scoperta tecnologica e scientifica, se non è supportata dalla sensibilità umanistica e dall’eleganza del pensiero, non solo non determina un progresso, ma rappresenta addirittura una temibile arma. Ne sono un esempio alcuni paesi del mondo, come la Nord Corea, caratterizzati da un enorme progresso tecnologico su un substrato di aridità. L’uomo perde la sua capacità cognitiva, rischiando di non distinguere più tra bene e male e la macchina prende il sopravvento.

 

Articolo di Giulia Maddaloni

Author: Mariachiara Coppolino

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