Eutanasia legale: a chi appartiene la mia vita?

Articolo di Antonella Silenzio

Dai casi maggiormente conosciuti come quello di Fabiano Antoniani alias “Dj Fabo” ai casi più recenti come quello di Davide Trentini,senza dimenticare i volti meno noti delle centinaia di persone che sono state aiutate a porre fine alle proprie sofferenze al di fuori dei confini italiani, è importante fare il punto sul tema del fine vita nel nostro Paese. Il 14 dicembre 2017 in Italia veniva approvata la legge sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT) volgarmente poi noto come Biotestamento. La legge sul DAT è tuttavia frutto di numerose battaglie che hanno aperto una strada ancora poco battuta dal Parlamento italiano, è infatti ferma da ben sette anni la legge di iniziativa popolare sull’eutanasia legale. La Corte Costituzione ha sollecitato il Parlamento a legiferare ma nulla è stato disciplinato, così è stato scritto dall’Alta Corte nella sentenza n° 242 del 2019: “ Questa Corte non può fare a meno di ribadire con vigore l’auspicio che la materia formi oggetto di sollecita e compiuta disciplina da parte del legislatore,conformemente ai principi precedentemente enunciati.”

Tale sentenza, che ha avuto ad oggetto la legittimità costituzionale dell’art. 580 del codice penale che punisce chi aiuti altri a porre fine alla propria vita con la reclusione dai 5 ai 12 anni, ha riconosciuto la libertà del malato di congedarsi dalla vita con l’assistenza di terzi quando tale decisione resti l’unica via d’uscita per sottrarsi, in determinate condizioni, a un mantenimento in vita non più voluto. I giudici costituzionali sono così intervenuti con una sentenza di incostituzionalità additiva e manipolativa ricordando però che non è loro compito riempire vuoti legislativi essendo questo un compito parlamentare. Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, imputato ed assolto nel Processo inerente alla vicenda di Dj Fabo per averlo assistito ed aiutato nella sua scelta di fine vita in una clinica Svizzera ha continuato con la sua azione di disobbedienza civile per difendere il diritto di “essere liberi fino alla fine”. E’ stato infatti nuovamente processato, assieme a Mina Welby ,dal Tribunale di Massa per l’aiuto al suicidio medicalmente assistito fornito a Davide Trentini ,malato di sclerosi multipla dal 1993. La malattia di Trentini era ormai in fase avanzata sottoponendo l’uomo ad atroci dolori giornalieri, ai quali cercava di porre sollievo con la marijuana o l’oppio che gli venivano regolarmente somministrati dall’Asl su ricetta del medico,la sclerosi multipla lo aveva ormai costretto, così come da lui stesso affermato, a trascorrere le sue giornate inchiodato al letto o al bagno rendendo estremamente complicate anche funzioni vitali di base come l’evacuazione delle feci. Nonostante le condizioni di salute nelle quali versava, Davide Trentini era pienamente capace di autodeterminarsi, elaborando in totale autonomia e libertà la scelta di ricorrere all’eutanasia legale in Svizzera dove ha smesso di soffrire.

La sentenza del tribunale di Massa dello scorso 27 Luglio 2020 ha accertato che l’aiuto a Trentini è stato fornito nel pieno rispetto dei diritti fondamentali nonché nel perimetro di liceità dell’art. 580 c.p. così come stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza 242/2019 sul caso di Dj Fabo. La sentenza del 27 luglio 2020 del Tribunale di Massa rappresenta un precedente importante perché grazie ad essa anche coloro che non sono tenuti in vita da una macchina ma sono dipendenti da farmaci, così come lo era Trentini, potranno chiedere l’eutanasia nel perimetro stabilito dalla Corte Costituzionale: in quanto affetti da malattie irreversibili che producono atroci sofferenze e in quanto pienamente capaci di autodeterminarsi. Nel giorno della sentenza di assoluzione del tribunale di Massa, Marco Cappato ha così commentato:”Dedichiamo la vittoria di oggi alla memoria di Davide Trentini che,nella fretta che aveva nella sua situazione disperata, ha avuto fiducia di noi e la sentenza di oggi gli ha dato ragione e giustizia. Oggi è stato stabilito un precedente importante che allarga i margini di applicazione della sentenza n 242/2019 della Corte Costituzionale anche a coloro che non sono tenuti in vita da una macchina ma sono dipendenti da farmaci. Il problema continua però ad esistere perché per avere giustizia nei singoli casi resta necessario passare attraverso i tribunali o comitati etici delle Asl dando luogo ad ogni modo a procedure che per molti malati non sono percorribili perché non ci sono i tempi e non ci sono garanzie. Tali tempi e tali garanzie per tutti i cittadini italiani, e non solo per chi può permettersi un processo, le può fornire solo il Parlamento italiano con una legge. Peccato che il Parlamento italiano continui a non legiferare sul tema ignorando una proposta di legge di iniziativa popolare depositata da ormai 7 anni ed ignorando ben due sollecitazioni della Corte Costituzionale. Non pensiamo che sia inutile la legge perché comunque arrivano le assoluzioni, la legge serve proprio a garantire un diritto immediatamente accessibile a tutti i cittadini che si trovino in determinate condizioni ed è per tale motivo che la nostra azione di disobbedienza civile continuerà fino a quando il Parlamento non si assumerà le responsabilità che fino ad ora non si è assunto.”
Sembrava essersi così conclusa la vicenda nei tribunali, seguita da un sit-in fuori al Parlamento italiano con l’auspicio che quest’ultimo si faccia vivo, ed invece agli inizi di Ottobre del corrente anno il Pubblico Ministero che aveva già chiesto il carcere per Cappato e Welby ha presentato appello contro la loro assoluzione per l’aiuto al suicidio di Davide Trentini. Tale azione è arrivata pochi giorni dopo la lettera del Vaticano che conferma la gravità della minaccia che incombe sui malati terminali che vogliano sottrarsi a sofferenze insopportabili.

Lo scorso mese nella lettera del Vaticano “Samaritanus bonus” l’eutanasia è stata definita un atto “intrinsecamente malvagio”, si tratta di un documento definito “ingiusto” dalla Welby anche e soprattutto da credente, ha infatti affermato “anche da credente,mi sento in dovere di essere al fianco di chi non la pensa come me.” Viviamo in uno Paese definito civile, ma può reputarsi tale un Paese nel quale non è possibile essere liberi fino alla fine, e si è costretti a dover morire a chilometri e chilometri di distanza dalla propria casa e dai propri affetti? E’ possibile definire tale un paese che costringa i suoi cittadini affetti da malattie irreversibili ad affrontare lunghi viaggi e a dover pagare costose strutture private estere per porre fine alle proprie sofferenze?

Quello trattato è sicuramente un tema delicato, è tuttavia necessario oggi chiederci : “a chi appartiene la mia vita? Allo Stato? Alla Chiesa? o a me?

Author: Emanuela Donnici

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