ESISTE UN DIRITTO A MORIRE?

 

Esiste un diritto a morire. Un diritto a lasciarsi andare. E se esiste in cosa consiste, in quale massima, norma, disposizione, legge possiamo trovarlo. Quello del diritto di morire è un tema che non caratterizza in ogni tempo il dibattito dottrinale e giurisprudenziale, ma ritorna a farsi sentire ogni volta in cui qualcuno lo invoca. Questa volta il merito è stato di Brittany Maynard, che dopo anni di insopportabili mal di testa, nel gennaio 2014 ha scoperto di avere un tumore al cervello. Il glioblastoma, che le è stato diagnosticato, è il più aggressivo e mortale dei tumori cerebrali, la prognosi è di 6 mesi di vita. Così, a 29 anni, Brittany ha deciso di andare in Oregon, nello stato che le permette di ‘morire con dignità’, grazie ad un legge che prevede questo diritto dal 1997. Lo stesso diritto che ha più volte invocato Piergiorgio Welby. Lo stesso diritto che ha esercitato Lucio Magri andando a morire in una clinica svizzera.

Questo è un argomento che divide chi da un lato afferma che la vita è un bene indisponibile e che è illegittimo ogni esercizio di libertà che porti alla negazione dell’identità personale, e chi dall’altro ritiene che sono indisponibili solo quei diritti per i quali lo Stato può dimostrare un interesse prevalente, e di conseguenza che se l’esistenza è nostra abbiamo il diritto di farne ciò che vogliamo, indipendentemente da quanto pensano gli altri e comunque nei limiti che ci sono imposti dal fatto di vivere in una comunità. Inoltre c’è chi ritiene che proprio su un diritto indisponibile, vale a dire il diritto alla salute, si dovrebbe fondare il riconoscimento del ‘diritto a morire con dignità’. Diritto alla salute inteso come diritto al raggiungimento e al mantenimento di uno stato di completo benessere psico-fisico e sociale, e quindi se questo non può essere raggiunto e assicurato il diritto a non continuare a soffrire. Ma troppo spesso nei dibattiti, sia dottrinali sia giurisprudenziali, il diritto a morire si confonde con il suicidio.

 

Quest’ultimo non è sanzionato nel nostro ordinamento (in ogni caso si potrebbe punire esclusivamente il tentativo di suicidio, ma il risultato sarebbe quello di punire il mancato suicida, ndr), esso è considerato come mero fatto, e come tale non è soggetto ad alcuna sanzione. Mentre invece ad essere sanzionati sono l’omicidio del consenziente e l’istigazione o aiuto al suicidio, rispettivamente artt. 579 e 580 cp. Il problema quindi non è assolutamente risolto perché se da un lato non è sanzionato e nemmeno sanzionabile colui che si toglie la vita, è punito il medico, l’amico, il familiare che toglie la vita ad un’altra persona, seppur per rispondere ad una richiesta di aiuto. Ma è proprio quest’ ultimo profilo che viene alla luce nel caso di diritto a morire: infatti, chi si appella ad esso, nella maggioranza delle situazioni, non è in grado di togliersi la vita senza che qualcun’ altro lo faccia per lui. O comunque, anche quando si è in grado di uccidersi, il diritto a morire con dignità presupporrebbe quello di morire senza dover ricorrere a metodi violenti.

So bene che chi legge queste poche e incompetenti righe su un argomento tanto vasto e difficile resterà, al termine della lettura, con una sensazione di insoddisfazione. Io stessa vorrei essere in grado di poter dire di più. Ma nel nostro ordinamento manca una legge che contempli il diritto in parola, e anche il termine ‘eutanasia’ è ancora un tabù in uno Stato che si dichiara laico. Non ci resta che questo: a me il triste compito di commentare la coraggiosa scelta di Brittany e a voi l’ancor più triste compito di leggere un articolo monco, perché manca quello che è l’oggetto principale: il diritto a morire con dignità.

 

A cura di Angela Cutillo

Author: StudentiGiurisprudenza.it

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